Il delitto d’onore ha i giorni contati
Il 3 gennaio del ’66 è un lunedì e i giornali riferiscono del “nuovo pressante appello del Papa” per aprire negoziati di pace per il Vietnam. La Pravda accusa gli USA di voler estendere la guerra anche al Laos e alla Cambogia, mentre la politica italiana discute dell’articolo 587 del codice penale. Il delitto d’onore. Il ministro Oronzo Reale promette che sarà modificato entro febbraio. Le proposte sono due: la sua abolizione o la sua trasformazione in una attenuante, Reale è un avvocato, un deputato, ex segretario del partito repubblicano. Sarà anche ministro delle finanze e poi giudice della Corte costituzionale. Da Guardasigilli del tempo propende per la prima soluzione e tra le riforme in programma c’è pure la cancellazione dal codice penale del reato di adulterio e il diritto al riconoscimento dei bambini nati fuori dal matrimonio. Sessant’anni fa non era previsto.
Il dibattito era nato dopo una sentenza della Corte di Catania che aveva condannato a due anni e 11 mesi un maestro che aveva ucciso il seduttore della figlia. “Ma i nostri studi per una riforma – dice il ministro – erano già molto avanzati”. L’omicidio per motivi d’onore andrebbe trattato alla stregua di un delitto comune, con una la pena prevista di 21 anni: questo pare che chieda una larga parte del Paese, secondo La Stampa che se ne occupa in prima pagina.
Come cambia Roma Di altri cambiamenti si occupa il Corriere della sera. Sandro De Feo riflette sulla progressiva scomparsa della Roma umbertina, osservata nel momento in cui il tessuto urbano della capitale viene eroso da nuove costruzioni moderne, spesso estranee al contesto. Il punto di partenza del pezzo è autobiografico: il ritorno a Roma dopo un’assenza permette all’autore di cogliere l’accelerazione del cambiamento, la sensazione che quella città sia destinata a sopravvivere solo negli archivi. “Tra cinque, dieci o, mettiamo pure, venti anni, chi vorrà ritrovare quella Roma dovrà andare a cercarsela nei musei e nei repertori di urbanistica”.
De Feo ricostruisce cosa si intenda per Roma umbertina: non solo edifici, ma un mondo fatto di figure, stili, costumi, memorie letterarie e politiche che progressivamente scoloriscono. Quella Roma nata da un gigantesco boom edilizio tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, percepito già allora come violento e disordinato. “Fu il più grande o il più grosso boom edilizio dell’Italia unita, non superato neppure da uno spettacolo che a Zola parve grandioso e terrificante”. De Feo richiama quelle parole, e altre di D’Annunzio, come testimonianza di un’espansione vissuta alla maniera di una febbre. Polvere, calce, profitto e malafede, “una specie d’immenso tumore biancastro sporgeva dal fianco della vecchia Urbe e ne assorbiva la vita”.
Dopo i crack bancari e politici, quella Roma è rimasta. Brutta, ma ormai assimilata, persino amata. Col tempo ha acquisito una sua patina, un colore, una familiarità quotidiana, “ha preso persino un bel colore arancione, il colore così romano”.
Ora però la Roma umbertina è minacciata, demolita e sostituita da edifici moderni, descritti con immagini fortemente corporee e disturbanti, “gabbie enormi e vacue crivellate di buchi rettangolari” oppure “un dente posticcio tra due vecchi denti ingialliti ma veri”.
De Feo osserva senza indulgenza le logiche dei costruttori, indifferenti al valore storico e simbolico degli edifici, mossi da calcoli di spazio, rendita e funzionalità. I ricordi, ammette, non sono un argomento sufficiente a fermarli. È un pezzo della storia d’Italia destinato a sopravvivere nella memoria e nelle fotografie.
Come cambia la Romagna Gli fa da contraltare un reportage di Max David è sulla trasformazione storica, sociale e antropologica della Romagna, osservata a partire da Ravenna. Il suo pezzo si apre con un quadro notturno e quasi mitologico della città negli anni Trenta, dominata dalla figura inquieta di Ettore Muti, evocato attraverso il rumore della sua motocicletta che “accoltellava la nebbia e scompariva”. È una Ravenna immobile, povera, silenziosa, scandita da riti minimi, dal Circolo Ravennate alla caccia ai tordi, una borghesia che vive di terra, rendita e continuità.
David ricostruisce la casta dei possidenti romagnoli, formata sotto lo Stato Pontificio, legata alla mezzadria e a uno stile di vita “duro, solenne, patriarcale”, che accetta il fascismo come rivoluzione senza scosse, perché non intacca davvero l’ordine economico. È una società che rimuove i conflitti — bracciantato, disoccupazione, aspirazioni cooperative — e che trova nella campagna la propria identità. Il cuore del pezzo è la scomparsa di questa classe dopo la guerra con la riforma agraria, l’industrializzazione, l’arrivo del metano, la crescita del porto. “Quella casta… è davvero scomparsa”, scrive David, registrando una rinuncia dignitosa ma definitiva. Al suo posto sono emersi due nuovi protagonisti, i comunisti rurali e gli imprenditori industriali. Attilio Monti e Serafino Ferruzzi sono raccontati non come dei capitani d’industria ma come figure necessarie di un’epoca. Ferruzzi, in particolare ha “dignità fisica del contadino romagnolo”, visione industriale, linguaggio semplice e assoluto. Le sue parole su silos, mangimi, navi e moli diventano il simbolo di una Romagna proiettata nel mondo. Sarà il suocero di Raul Gardini. Il racconto del Corriere della sera si chiude con l’episodio notturno dell’aggressione subita da Ferruzzi quando era fattore. La fine di un mondo e la nascita di un altro, una mutazione umana, fisica e morale.
Il secondo sfoglio Le pagine degli spettacoli e di costume sono dominate da Renato Rascel che a 53 anni sposa Huguette Cartier di 35, scenografa e sua segretaria. “Per l’occasione è sceso dal suo ufficio zeppo di problemi quanto meno difficili lo stesso sindaco di Milano, professor Pietro Bucalossi, seguito dai suoi funzionari esperti del cerimoniale. Ma non ce n’è stato molto bisogno. I promessi sposi erano attesi per mezzogiorno e già un’ora prima uno sparuto gruppetto di fanatici dei matrimoni stazionava aggrappato al piedestallo del monumento a Manzoni in piazza San Fedele. A buon conto alcuni poliziotti erano stati mandati di rinforzo per l’ordine pubblico, ma nessuno ha tentato di spingersi fino a toccare uno dei protagonisti dell’avvenimento” dice il Corriere d’informazione.
È proprio il giorno in cui Rascel scopre di essere stato escluso dal cast del prossimo festival di Sanremo. Sono fuori anche Gaber e Bindi. La commissione ha ammesso Modugno con Dio come ti amo, Celentano con Il ragazzo della via Gluck, Ornella Vanoni con Io ti darò di più, Caterina Caselli con Nessuno mi può giudicare e un ventitreennne di Bologna convinto da Gino Paoli a lasciare i Flippers per darsi alla carriera solista. Al Cantagiro però ha preso in faccia ortaggi e pomodori. A Sanremo porta un pezzo che si intitola Pafff… bum, lui si chiama Lucio Dalla. Per questo voglio te, un pezzo di Mogol, è in gara con Giuseppe Di Stefano, tenore, il primo cantante lirico a Sanremo.
Le pagine di sport raccontano invece di un malcontento. La domenica in A si è chiusa con nove squadre che non hanno segnato. “Si gioca male, si segna poco”. Lo scrive su La Stampa Vittorio Pozzo, trent’anni prima cittì della nazionale campione del mondo. Solo che l’Inter è campione d’Europa in carica e le ultime tre Coppe dei Campioni sono finite tutte a Milano. Milan e Inter sono infatti in testa al campionato, un punto dietro c’è il Napoli neopromosso.