I piloti papà non sono più così lenti come una volta

I piloti papà non sono più così lenti come una volta

La voce gira nel paddock dai tempi della famosa frase di Enzo Ferrari. Diventare padre rende lenti i piloti. Si dice che la paura cambi forma con il pianto di un neonato, il rischio perde il suo fascino quando qualcuno ti aspetta a casa. Un vecchio mito, alimentato oggi da video falsi generati dall’intelligenza artificiale, che Julien Pereira su Eurosport France decide di affrontare di petto mostrando Max Verstappen come una smentita vivente.

Sei mesi dopo la nascita della figlia Lily, il quattro volte campione del mondo continua ad avere il piede pesante al volante di una Red Bull meno competitiva della McLaren. Eppure è là, con un Mondiale che ha riaperto quando pareva deciso. Pochi giorni dopo essere diventato padre, a Miami, aveva già liquidato la questione: «Possiamo anche buttare questo argomento dalla finestra».

Pereira mette i numeri sul tavolo. Dei trentaquattro campioni del mondo, diciotto sono diventati padri durante la carriera, diciassette hanno vinto almeno un titolo dopo la nascita del primo figlio. Difficile parlare di calo di rendimento. Eppure, alcuni ci hanno creduto e alimentano il mito. Jenson Button, nel 2011, dichiarò di non voler figli finché fosse rimasto in Formula 1: «Se inizi ad avere paura di spingere la macchina al limite, devi smettere con questo sport».

Sebastian Vettel è stato spesso usato come esempio opposto a Max. I suoi quattro titoli arrivarono prima dei figli, e due delle stagioni peggiori — 2014 e 2020 — subito dopo una nascita. Da lì, il sospetto di un legame. Ma, nota Pereira, la spiegazione era molto più semplice: le sue monoposto non andavano abbastanza forte. Lo stesso Vettel lo aveva detto chiaramente: «Avere dei figli cambia le cose, ma non il cronometro. Ti dà solo una prospettiva diversa, su te stesso e sulla vita. Quindi sì, cambia qualcosa, ma non in pista».

Ogni pilota, scrive Pereira, è una storia a sé. L’età influisce più della paternità: con gli anni, il rapporto con il pericolo si trasforma naturalmente. Lo conferma Nico Hülkenberg, uno dei due soli papà piloti in griglia oggi: «Una volta abbassata la visiera, dimentichiamo tutto ciò che c’è fuori». Quanto a Verstappen, nessuno lo vede diverso. «Quando entra nel garage e si mette il casco, tutto scompare», ha raccontato Christian Horner. Così, tra i box e il rombo dei motori, il mito del padre lumaca si dissolve: un’altra leggenda smentita dalla pista.

Giulia Toninelli su La Gazzetta dello Sport racconta un sabato che si prepara al caos del triello al GP del Brasile e un weekend di attesa e di rischio per Max Verstappen, costretto a inseguire tra nuvole e fulmini. Ci sarà da sperare nella pioggia, in casa Red Bull, scrive Toninelli, evocando quella danza della pioggia che può cambiare ogni destino in pista, come prima di tutti imparò Niki Lauda nel 1976.

«Nel settore centrale la macchina è una tragedia», ha detto Verstappen tra vibrazioni e problemi tecnici, ma deciso a non arrendersi. La Red Bull si aggrappa pure a quel destino così brasiliano che un anno fa lo vide rimontare dal diciassettesimo al primo posto in un temporale epico. Ma il cielo non promette miracoli. 

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