Perché le foto di Muhammad Ali sono le più belle nella storia dello sport

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Lo dice L’Equipe Magazine e lo spiega sentendo delle persone che ne sanno

C’è una data che continua a brillare come un negativo immerso nello sviluppo: 25 maggio 1965, il posto è Lewiston, nel Maine. In una sala che non aveva nulla di memorabile, Neil Leifer punta il suo Rolleiflex in faccia a un ragazzo di 23 anni che sta diventando un campione. Muhammad Ali — in pantaloncini bianchi e con una rabbia che pare una corrente elettrica — si china su Sonny Liston e urla, mentre il corpo dell’ex campione del mondo dei pesi massimi rimane steso come un’ombra che non sa più a cosa aggrapparsi. «Ero proprio di fronte al leone abbattuto dal cacciatore», dirà Leifer anni dopo. Un clic, e nasce la Gioconda della fotografia sportiva.

Christophe Larcher su L’Équipe Magazine ricorda che quella sera Ali non offre solo una rivincita: offre un’immagine destinata a sopravvivere al tempo, a sé stesso, alla boxe. “Un uppercut di muscoli e di sudore, un pezzo di storia americana”, un fotogramma che oggi costa oltre 20.000 euro nella sua versione 50×50. Ma il valore non è economico. È simbolico. È l’inizio di un’iconografia che avrebbe bisogno di una biblioteca per essere raccolta.

Leifer fa parte di una razza ristretta di fotografi che hanno visto tutto, da Fidel Castro ai presidenti USA, da Marlon Brando al football del Bronx. Tutto inizia con un quindicenne che finge di dare una mano a un uomo in sedia a rotelle per entrare allo Yankee Stadium senza accredito. Pochi anni dopo si ritroverà — quasi suo malgrado — a essere il più grande ritrattista che Ali abbia mai avuto. «Con Ali nel mirino era un gioco da ragazzi… non si poteva sbagliare: era troppo bello», ricordava nel 2007. Chi prende meglio la luce di lui? «Nessuno. A parte Marilyn Monroe». 

Per Judith Perrignon, che ha scritto di Ali come si scrive di un continente, quella foto è uno specchio sociale. «A terra, la figura dell’uomo nero battuto; sopra di lui, trionfante, un altro uomo nero, straordinariamente bello». In quel corpo che esplode, nel suo grido, nella posa che sembra scolpita nel bronzo, si manifesta una sete di destino più grande del ring che la contiene. Ali diventa una traiettoria politica, religiosa, identitaria. È l’America che brucia tre mesi dopo l’assassinio di Malcolm X, mentre la segregazione infetta ancora tutto il resto.

Liston è l’ombra vinta: l’infanzia violenta, la mafia, la paura. Ali è la luce nuova: amato da sua madre, adorato dalla macchina fotografica, investito da un’epoca che gli chiede di essere simbolo e corpo. Perrignon vede nella foto un passaggio di testimone storico e chiunque osservi quell’immagine, anche senza conoscere la storia, sa cosa sta guardando: una rivoluzione iconografica.

Jean-Denis Walter, che conosce Leifer benissimo, dice che la foto del ’65 è la più famosa al mondo. È epica pura, Ali non vuole solo vincere: vuole essere riconosciuto. È furioso perché Liston è caduto troppo presto. Alzati, gli grida, mi stai rubando la gloria. C’è un ego titanico che chiede una cornice. C’è una rabbia che non è odio, ma esigenza di essere ammirato. Di essere riconosciuto. Ma intorno alla sostanza c’è la forma, una luce perfetta, una composizione chirurgica, un quadrato impeccabile. Leifer sa che l’80% della foto è il posto in cui ti metti, il resto è quello che non puoi spiegare. Il tempismo, l’istinto, la grazia.

E tuttavia Walter a L’Equipe Magazine dice che la foto preferita di Leifer non è questa di Liston, ma quella dall’alto contro Cleveland Williams, 1966, Houston. Non sembra un reportage: sembra una composizione di arte contemporanea. È l’uomo che vola sopra la propria leggenda. Michel Pastoureau, storico del colore e delle forme, giudica quella del ’65 troppo perfetta. Troppo costruita. Troppo bella per essere vera. Toglie violenza al gesto. Ma riconosce che non è la foto a fare il mito. È Ali. «La stessa immagine con un pugile meno carismatico sarebbe già stata dimenticata».

Ali porta il pugilato fuori dal suo recinto. Lo rende sociale, politico e pop allo stesso tempo. Il suo corpo, dice Pastoureau, diventa un oggetto di seduzione: elegante, simmetrico, da passerella. La boxe entra nel salotto buono dell’America bianca. La fotografia sportiva cambia per sempre.

Il pugile Bruno Surace lo ricorda da bambino, davanti ai poster nella palestra di Marsiglia: Ali in tutte le versioni possibili, Ali come fossero santi in una cappella. La foto Ali-Liston non è cronaca sportiva, è uno storyboard. È un genere. È un immaginario che ha generato figli ovunque. Surace parla di quella aura come qualcosa che trascende la forza. Quando racconta l’altra foto nello specchio — Ali che si pettina come un attore prima della scena — dice un’altra verità semplice: Ali è il primo pugile a capire che l’immagine è il messaggio. Mourad Merzouki, coreografo, vede in quell’istante un Ali che si muove come un danzatore: i piedi, il busto, l’aria intorno. Ali non colpisce: disegna. Occupa il ring come un palcoscenico. È per questo che Merzouki lo avvicina a Chaplin, per la stessa combinazione di vulnerabilità e comicità, di intensità e leggerezza. Ali è teatro. È poesia. È un riferimento morale. Ma con un corpo. Un volto, un sorriso, una bellezza quasi religiosa. «Ali ha un’immagine cristica» dice il Magazine del giornale francese. Il segreto delle sue foto è tutto qui. 

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