Il giorno tropicale era un sudario | davanti ai grattacieli era un sipario
Paolo Conte, Ah Sudamerica
Palmeiras o Flamengo, due giganti per una Libertadores
Hanno il diciassettenne più prodigioso che giri nel mondo del calcio. Hanno il Ct con più titoli e più gloria. Adesso hanno anche due club che si sono europeizzati e sono usciti da quella condizione di necessità, dover vendere appena possibile uno dei gioielli per sopravvivere. Se non fosse così scontato, bisognerebbe chiedere alla tristezza, per favore, di andare via. Il Brasile sta tornando il Brasile, e mentre cresce la voglia, la pazzia, l’innocenza e l’allegria di morir d’amore ai prossimi Mondiali, stasera la finale della Coppa Libertadores si chiude con un derby, il Palmeiras contro il Flamengo.
Era nell’aria, scrive Caio Carrieri sul Guardian. Gli inglesi sono molto sensibili a quanto accade in Brasile. Temono che un giorno possano dichiararsi maestri del calcio al posto loro. Palmeiras vs Flamengo porta l’ennesimo capitolo di una rivalità che è diventata struttura stessa del calcio sudamericano. Negli ultimi sette anni, cinque titoli sono andati a una delle due. Non è più un dominio, è un sistema, un equilibrio alterato, una geografia nuova.
Palmeiras e Flamengo sono diventati dei super club dotati di risorse, ricavi, strutture e ambizioni paragonabili a quelle europee. Una crescita di dieci anni che ha ridisegnato la Libertadores, il mercato e la percezione di ciò che è possibile a sud dell’Atlantico. Chi vincer si porta a quattro Coppe, soprattutto consentirà al Brasile di raggiungere l’Argentina sul 25-25: una cornice che racconta già da sola la dimensione storica della finale. Anche in campionato il cerchio si stringe. Il Flamengo è in testa con cinque punti di vantaggio e ha battuto il Palmeiras due volte quest’anno.
Ma attorno alla partita c’è un altro racconto, più inquieto. La Conmebol ha mantenuto la finale a Lima nonostante lo stato d’emergenza, con proteste giovanili e criminalità in aumento. Il modello alla UEFA – finale secca in sede neutra – produce un paradosso che il Guardian sottolinea: volare da Londra costa meno che volare da São Paulo. Chissà se gli 80.000 posti davvero si riempiranno.
La parte sportiva è un romanzo acceso. Il Palmeiras arriva alla serata con il miracolo del 4-0 all’Allianz Parque che ha ribaltato lo 0-3 di Quito: roba da Liverpool-Barcellona. È una squadra rigenerata dalla coppia Vitor Roque–Flaco López, 43 gol in due, e da un mercato rivelatore di una nuova era economica: il trasferimento di Roque dalla Catalogna per 22,5 milioni di sterline è la cifra più alta mai spesa da un club brasiliano. È il simbolo di una stagione da 100 milioni investiti, la più costosa nella storia del calcio nazionale. Attorno a tutto ciò, il solito edificio solido a cura di Abel Ferreira, dieci titoli in cinque anni, la resistenza mentale come identità di squadra, un contesto stabile che persino la Premier League fatica – economicamente – a sottrargli.
Dall’altra parte, il Flamengo è un continente dentro un club. Due Libertadores recenti, quattordici trofei in sette anni, una rosa che somiglia a una nazionale: Filipe Luís in panchina da allenatore, Samuel Lino per il record d’acquisto, e poi il nostro Jorginho, Saúl, Emerson Royal, e la stella argentina De Arrascaeta nel suo anno più produttivo di sempre [23 gol, 17 assist]. Il Flamengo oggi fattura 190 milioni di sterline l’anno, il Palmeiras 180. Sono numeri da prime-20 squadre europee della Deloitte Money League, per capirsi. In un contesto dove dieci anni fa certi bilanci sembravano fantascienza.
Walter Casagrande, oggi uno dei più apprezzati opinionisti del Sudamerica, legge la finale di Lima attraverso un parametro semplice e spesso decisivo in Libertadores: la condizione fisica delle due squadre. Gli pare che il Palmeiras arrivi con un ligeiro favoritismo che non va neppure tradotto. Non per una questione tecnica o tattica, ma perché è la squadra più sana, più giovane e più continua nelle rotazioni.
Il primo punto riguarda la disponibilità della rosa. Casagrande sottolinea che il Palmeiras ha oggi un numero quasi nullo di assenze, mentre il Flamengo convive con diverse incertezze: Pedro non è sicuro di giocare, Jorginho ha accusato un fastidio, Carrascal non è al meglio. È un contrasto netto rispetto al lavoro quotidiano di Abel Ferreira. L’età media più bassa serve a spiegare anche la maggiore intensità del Verdao.
Tostão, altro campione trasformato in una firma, ha sulla Folha una visione meno romantica e più realista: non vede la sfida come una faccenda fra campioni, ma una questione di idee tattiche. Se il Flamengo può incantare con i nomi e con la tecnica, il Palmeiras — secondo lui — punta sulla compattezza, sull’organizzazione e sulla lucidità collettiva. In un contesto come la Libertadores, dove nervi e pressione spesso fanno la differenza, può pesare quanto o più delle singole qualità.
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