La sofisticata macchina del riposo e del recupero
Legati mani e piedi – ma soprattutto i piedi – a sette partite da giocare in 21 giorni, il mese di ottobre ha messo da parte l’omaggio alle castagne, ai funghi, alle zucche, e si è trasformato nel mese del turnover.
Il turnover è quella cosa che se un allenatore non la fa e perde, allora non ha capito come va il calcio moderno. Se lo fa e perde lo stesso, non si è accorto che ne ha fatto troppo e le squadre hanno bisogno di una loro identità. Il ritorno della Champions League non porta soltanto notti europee e inni solenni. Porta soprattutto questo rebus settimanale: come far rendere gli stessi giocatori due volte in quattro giorni.
Se ne occupa Geoff Scott, ex responsabile di medicina e scienza dello sport del Tottenham, fondatore del centro d’élite Hauora, su The Athletic. Con tono pratico e disincantato: “La settimana di allenamenti praticamente scompare”.
Per chi resta in campo più di un’ora, il calendario si riduce a una formula minima: partita, recupero, rifinitura, un’altra partita. “Quasi nessun lavoro ad alta intensità se scendono in campo due volte”. Tutto il resto, il lavoro vero, si sposta sull’altro gruppo: quelli che giocano poco, venti minuti, mezz’ora. Per loro il tempo si dilata, si riempie di sedute lunghe, di corsa, di forza, di campo.
Scott li chiama starter group e development group, due squadre nella squadra. I primi vivono in un ciclo di fatica e sollievo, i secondi in una palestra costante. Anche il giorno dopo la partita — quello che immaginiamo novecentescamente come riposo assoluto — diventa una forma di movimento. Un chilometro di corsa, magari uno e mezzo, basta per capire se un muscolo è teso o se una botta sta passando.
Negli ultimi anni, racconta ancora Scott su The Athletic, il vero salto di qualità nel calcio è avvenuto fuori dal campo, nelle stanze dove il corpo viene ricomposto. Le società di Premier League hanno investito per esempio in unità terapeutiche interne, centri di recupero montati direttamente al campo d’allenamento. Crioterapia, camere iperbariche, vasche idroterapiche: anche il lessico si è adeguato.
I giocatori entrano in capsule di azoto liquido dove la temperatura scende a -160 gradi. “L’effetto immediato è la costrizione dei vasi sanguigni, poi la riapertura. È come spremere via la stanchezza dai muscoli”. Altri si chiudono per due ore in camere a ossigeno compresso, per far respirare i tessuti in profondità. Chi ha giocato più di un’ora, il giorno dopo scivola in una piscina HydroWorx: cammina su un tapis roulant immerso nell’acqua, con i getti che massaggiano le gambe e spingono il sangue a circolare di nuovo.
Per i più meticolosi, il recupero comincia prima di tornare a casa. Sul pullman o sull’aereo li vedi infilati in stivali gonfiabili, si chiamano Normatec compression boots, comprimono e rilasciano l’aria per spingere via il gonfiore. Oppure li vedi massaggiarsi da soli con pistole a percussione, sui flessori, sui glutei, per mantenere la qualità del tessuto tra un trattamento e l’altro.
La parte invisibile è quella del cibo e del sonno. “Sono le due variabili decisive, e devono essere controllate con precisione chirurgica”, spiega Scott. Tutto è calcolato: carboidrati ad alto indice glicemico subito dopo la partita, venti o quaranta grammi di proteine nobili per ricostruirsi, un approccio food-first che privilegia il cibo agli integratori. Se serve gli shake personalizzato.
La notte, il rituale continua: una porzione di caseina prima di dormire — la proteina a digestione lenta del latte — per nutrire i muscoli mentre il corpo si ferma. Le squadre organizzano il sonno come una tattica: le camere devono essere buie, fresche, silenziose, i telefoni sono spenti.
Ai tempi del Tottenham, ricorda Scott, “avevamo persino materassi personalizzati per ogni giocatore, studiati per il loro modo di dormire. Facevano parte dell’attrezzatura di recupero”. Ognuno ne riceveva uno identico per casa, per non rompere il ciclo del riposo nemmeno nei giorni liberi. Anche nei ritorni più tardivi, alle tre del mattino dopo una trasferta di Champions, la priorità era sempre la stessa: tornare nel proprio letto, o almeno nel proprio ritmo. Dormire, ma non troppo. Svegliarsi in tempo per non sfasare la notte dopo. Fare un sonnellino breve, recuperare otto o nove ore complessive nel giorno intero.
Nel silenzio di queste nuove settimane senza essere vere settimane, resta in vigore la legge giocare e ricomporsi, “un ciclo continuo di consumo e rinascita – dice Scott – un’arte fragile che si gioca un giorno dopo l’altro”. È tutto quello di cui parliamo superficialmente quando lo chiamiamo turnover.