Ousmane Dembélé ovvero elogio dell’attesa
Federico Chiesa, coraggio, lo vedi che di tempo ce n’è. Rolando Mandragora, devi crederci: sei stato trattato come una plusvalenza per anni, ma c’è ancora strada davanti. Riccardo Orsolini, non smettere di bussare, insisti, vedrai che sarà aperto [Matteo 7, 7-8]. Federico Bonazzoli, c’è sempre spazio per un’altra rovesciata delle tue, anche se non sei più il ragazzo prodigio che aveva 22 anni solo sei anni fa, quando nacque Slalom e quando la leva calcistica del ‘97 pareva destinata a salvare il calcio italiano con Nicolò Barella capofila. Gli anni sono diventati 28 ma Ousmane Dembélé è il vostro vendicatore mascherato, il monumento perfetto all’attesa e alla pazienza, l’invito a immaginare che non sia mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi.
Di Ousmane Dembélé ancora non sappiamo se sia più bravo con il piede sinistro o con il piede destro, ma sappiamo che “si è reinventato come centravanti sotto la guida di Luis Enrique, con una notevole generosità nel pressing e una leadership tecnica e morale. Ha finalmente trovato l’efficienza nei suoi ultimi movimenti, un aspetto che aveva a lungo ostacolato i suoi progressi” [Natahn Gourdol, L’Equipe], e tutto questo l’ha fatto passare da romanzo incompiuto a capolavoro, da scarto del Barcellona a Pallone d’oro.
“È una rivelazione che non ci aspettavamo più” ha scritto di lui José Barroso sul quotidiano francese nel raccontare i tre mesi che hanno cambiato il destino di Ousmane Dembélé. “Questa è la storia di un ragazzo dal talento incredibile, esiliato in Bundesliga a 19 anni per accumulare esperienza ai massimi livelli, poi partito per vivere il suo sogno d’infanzia al Barcellona, prima di tornare a casa e diventare il miglior giocatore del mondo a 28 anni. È la storia di una rivelazione inaspettata, avvenuta al termine di una sorprendente evoluzione personale. Per molto tempo, Ousmane Dembélé è stato un compagno gioviale e discreto, un dribblatore inafferrabile ma un finalizzatore discutibile, tanto spettacolare quanto frustrante. Oppresso da ripetuti infortuni, è stato poi ridotto all’immagine di una eterna speranza capace di abbaglianti esplosioni di brillantezza. Ma la sua fragilità e il suo famoso ritardo agli allenamenti lo hanno reso inaffidabile e incostante”.
È un dribblatore diventato cannoniere. La sua esplosione statistica ha pochi precedenti e racconta un pezzo della sua vittoria al Pallone d’oro. “I semi di questa folle raccolta – spiega Vincent Duluc, prima firma del calcio per L’Equipe – sono stati piantati quando Kylian Mbappé è partito per il Real Madrid nell’estate del 2024”, quando la stella delle stelle del firmamento francese ha messo in valigia la sua ambizione di andare a vincere in maglia blanca la Champions per avvicinarsi al Balon d’Or. E invece guarda che scherzi organizza il calcio.
Duluc scrive che “al culmine di un destino affascinante e tortuoso, il Pallone d’Oro a Ousmane Dembélé dice che tutte le storie sono possibili in questo sport. Dice che un giocatore può reinventarsi a 27 anni, liberarsi della sua cattiva reputazione di minaccia per i piccioni e danzare sul tetto d’Europa”.
C’è dell’altro, però. C’è la dimensione collegiale di questo premio, c’è un’impresa che non riuscì al Liverpool di Klopp: portare al successo una delle individualità di un collettivo. I Reds si danneggiarono l’uno con l’altro sottraendosi voti. Ne fece le spese Van Dijk, secondo con 7 preferenze in meno di Lionel Messi. Ousmane ha vinto con il compagno di squadra Vitinha al terzo posto, con tre parigini fra i primi sei e cinque fra i primi-10.
Duluc ha scritto che sarebbe un Pallone d’Oro quasi ordinario se fosse per i gol segnati, perché “questo premio viene regolarmente assegnato ad artisti del suo calibro. Ma la nuova interpretazione del mondo del calcio, già evidente la scorsa stagione con Rodri, ha fatto bene a Dembélé, che non ha sedotto con il suo dribbling, con il suo talento o con i suoi gol, ma con le sue prestazioni dentro l’opera collettiva del PSG. Oltre all’aura gioiosa che emana da un giocatore adorato nel suo spogliatoio, questo Pallone d’Oro premia un formidabile lavoro di pressing e di intimidazione, che si è diffuso come un contagio nella sua squadra ma anche nel resto del calcio europeo”.
Luis Enrique l’aveva previsto e l’aveva ordinato: i gol di Kylian Mbappé avrebbero dovuto essere compensati dal resto della squadra. Dembélé e Barcola hanno aumentato il loro rendimento del 400%, contribuendo a 28 gol in più, più dei 27 segnati dal Fuggitivo. Il PSG è diventato ancora più pericoloso in attacco. Ora Dembélé è il sesto francese della storia a ricevere quel coso d’oro grosso e tondo, il sesto dopo Raymond Kopa [1958], Michel Platini [1983, 1984, 1985], Jean-Pierre Papin [1991], Zinédine Zidane [1998] e Karim Benzema [2022], ma è solo il quarto per la Ligue 1 o forse dovremmo dire il terzo e mezzo, perché George Weah nel 1995 ricevette il primo quando era già al Milan. Lamine Yamal è il battuto, ma ha vinto il Trofeo Kopa per il miglior giovane, ed era tenerissimo mano nella mano con la sua famiglia. La sua vittoria è solo questione di tempo.
La prossima attesa: Lamine Yamal
Su El Pais Ramon Besa firma un intervento in cui definisce Lamine Yamal “il genio che strofina la lampada del Barça” parlando di lui come di un candidato sicuro alle prossime edizioni, “più probabilmente avversario di Mbappé che di Dembélè”. Besa parla di verdetto giusto e circostanziato come riconoscimento alla stagione del PSG ma aggiunge pure che “Lamine non aveva bisogno del Pallone d’Oro per sentirsi ed essere riconosciuto il miglior giocatore del mondo , quello che ha avuto il maggiore impatto a 18 anni e anche quello che meglio rappresenta l’era digitale e l’industria calcistica”.
C’è una sola insidia. È più o meno quel che si pensava e si scriveva di Neymar ai tempi di Messi-Romaldo, Ronaldo e Messi. Verrà il suo tempo, vedrai vedrai. In verità il tempo arriva senza farsi annunciare e svanisce quando te lo aspetti. Lamine deve dribblare la trappola di diventare il nuovo Neymar. In tutti i sensi.
Paolo Condò è il giurato italiano del premio e stamattina sul Corriere della sera spiega perché ha votato per Yamal, al netto delle lodi per Dembélé e il PSG. Il voto italiano è andato a Lamine perché la sera della semifinale di ritorno tra Inter e Barcellona è stata speciale. “A San Siro – scrive Condò – ho avuto la sensazione — io la chiamo la vibrazione — di assistere a uno show capace di andare oltre. Un’emozione provata due volte sole, davanti a Diego Maradona e a Leo Messi, e che in tutta sincerità non mi illudevo di poter vivere una terza. Semplicemente, un giocatore che passa attraverso gli avversari. Non li aggira, non li dribbla. Li attraversa. Yamal deve ancora fare (quasi) tutto nella sua carriera, e può darsi che un Pallone d’oro a 18 anni avrebbe contenuto qualcosa di prematuro. Ma l’arte non ha tempo e non ha età, e da Mozart a Basquiat la storia è piena di ragazzini che hanno lasciato a bocca aperta”.
Tra i portieri ce l’ha fatta Gigiotto Donnarumma, onestamente non aveva avversari. CE l’ha fatta mentre il suo successore in porta per il PSG, Lucas Chevalier, stava vivendo una serata difficile a Marsiglia. Donnarumma è andato a ritirare il Trofeo Yashin tra gli applausi dei tifosi parigini. “È la prima volta che un giocatore del Manchester City scatena la folla del Théâtre du Châtelet” fanno notare in Francia. Il boatometro lo classifica alla pari di Lamine Yamal e Ousmane Dembélé. Quando gli hanno chiesto se fosse amareggiato per l’epilogo con il PSG, ha risposto come il perfetto allievo di un corso di comunicazione. «Amareggiato? Io non ho niente da digerire, faccio parte di un club straordinario».