Egonu, Velasco e la pallavolo nel pantheon dello sport italiano

Chi ce l’ha fatta prima di loro sta dentro pagine ingiallite dal tempo oppure su pianeti meno popolati. Non ci sono molte Italie che hanno vinto un oro olimpico e un oro mondiale. Il calcio lo fece con Vittorio Pozzo negli anni Trenta del Novecento. Il Settebello con Ratko Rudic a metà degli anni Novanta. 

La prima è un’impresa da preistoria, pre-televisiva, un’impresa accaduta nell’età dei cantori, quando i testimoni erano pochi e spesso ti raccontavano quel che volevano, comprese le fandonie. La seconda è avvenuta nell’acqua e in uno sport dove l’eccellenza fuori dall’Europa non esiste, dove nessuna delle 66 medaglie assegnate in 22 edizioni dei Mondiali è uscita dal nostro vecchio recinto, con soli 9 paesi interessati a questo gioco in mezzo secolo, compresi quelli che non esistono più; mentre la pallavolo ha avuto 17 nazioni sul podio tra gli uomini e 16 tra le donne, un mondo dai confini larghi, estesi verso est fino alla Cina, il Giappone e le due Coree, a ovest fino agli USA, a Cuba, a tanto Sudamerica: l’Argentina, il Brasile, il Perù. Prima o poi aspettiamo che arrivi il Medio Oriente con l’Iran, tre volte campione del mondo Under-21 tra gli uomini dal 2019 al 2025. 

Di fatto il doppio oro della pallavolo femminile in tredici mesi non ha precedenti alla sua altezza. Bisogna frugare fra le stelle dello sport individuale per trovare delle figure da mettere accanto a Paola Egonu e Miriam Sylla, Alessia Orro e Anna Danesi, Kate Antropova e Monica De Gennaro. Una squadra sdraiata su tutto il paese, da ovest a est, da nord a sud isole comprese, una squadra composta da due venete [Paola Egonu, Eleonora Fersino], quattro lombarde [Anna Danesi, Benedetta Sartori, Stella Nervini, Loveth Omoruyi], una napoletana [De Gennaro], una siciliana [Miriam Sylla], una sarda [Alessia Orro], una bolognese [Gaia Giovannini], una toscana [Carlotta Cambi], una piemontese [Yasmina Akrari], una ragazza nata in Islanda da genitori russi [Kate Antropova] e un’altra in Germania [Sarah Fahr]. Bisogna frugare tra le fiorettiste e gli sciatori, gli Zeno Colò e i Gustav Thoeni, i Piero Gros e gli Alberto Tomba. A Sofia Goggia manca il Mondiale, a Federica Brignone l’oro olimpico. Ori olimpici e mondiali sono arrivati dalla boxe [Benvenuti e Oliva], dall’atletica [Tamberi e Cova], dal nuoto [Pellegrini e Ceccon, Rosolino e Paltrinieri]. 

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Questo è il pantheon in cui ieri sera è entrato un gruppo di ragazze che per un mucchio di tempo abbiamo considerato delle incompiute, incompiute anche immature perché sorridevano dopo un errore, si tenevano per mano in campo e sorridevano. Quella loro maniera leggera di vivere l’agonismo è stata considerata superficialità, scarsa consapevolezza, mancanza di concentrazione. Non sono cambiate e con lo stesso atteggiamento sono arrivate dove sono. 

In cima al pantheon dovremmo forse mettere quest’uomo che ha fatto il viaggio dei nostri avi all’incontrario, tornando dall’Argentina verso la terra dei suoi antenati e sempre-sempre-sempre pronunciando parole controvento: prima contro la cultura dell’alibi, poi contro l’ossessione dei processi, di recente contro la demonizzazione degli adolescenti, contro questa idea così sballata e così diffusa che i nostri vent’anni siano stati migliori dei vent’anni di oggi, esattamente come dicevano i vecchi di noi e come diranno i ventenni di oggi dei prossimi. 

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«Si parla sempre male dei giovani. Come facciamo a rapportarci con i giovani se continuiamo a dirgli “noi eravamo meglio di voi” “noi giocavamo col cavallo di legno e voi state sui social”? Se me lo avessero detto a 18 anni li avrei mandati a quel paese. I giovani sono diversi perché vivono in un mondo diverso. Io ho sempre avuto fiducia in loro, nelle mie figlie, nei nipoti, nei giocatori: anche nella mia squadra ammiro la capacità d’adattamento e la voglia di lavorare.

JULIO VELASCO a Repubblica

| image.png Walter Veltroni sul Corriere della sera ha scritto che Velasco “appare spesso malinconico come un tango della sua terra, quella danza che sarà pure «un pensiero triste che si balla». Ma preferisco la definizione di un grande maestro di quel ballo, Carlos Gavito: «Il tango è saper camminare abbracciati». Così hanno fatto le ragazze, guidate da Julio Velasco, maestro di sapienza civile e sportiva”.

| image.png Valentina Desalvo su Repubblica dice che “la svolta dopo i Giochi è stata cambiarsi subito il vestito, sapendo che il peso della conferma può diventare una condanna. Velasco ha trasmesso gli anticorpi, la capacità di reagire alle sventure, persino a quella di buttar fuori una palla. Poi c’è stato, insieme al potenziale tecnico, alla polifonia della squadra, l’effetto quasi ipnotico del doppio opposto: siamo l’unica nazionale al mondo che ha due come Egonu e Antropova. Velasco ha resistito alla tentazione di buttarle in campo insieme e ha saputo convincerle dell’alternanza”.

| image.png Giulia Zonca su La Stampa considera che “Velasco potrebbe rientrare dalla Thailandia con la camminata di Sorrentino al Festival di Cannes diventata simbolo della convinzione: con la faccia compiaciuta, il passo lento e sicuro, il sorriso beffardo di uno che non può essere toccato da nulla e avrebbe gioco più facile del regista da Oscar. Velasco interpreta lo sport come l’insieme di tanti piani che si incrociano, sociali, ambientali, umani ma non sovrappone mai le sfide del campo a quelle della vita. Insegna pallavolo con parametri che escono dalla tattica e dalla tecnica, eppure non mescola il privato con la sfida e non usa termini agonistici per definire situazioni quotidiane”.

Julio, il magnifico Julio, adesso si è messo davvero nei guai. Questo doppio oro in tredici mesi con una serie irreale di 36 vittorie ufficiali consecutive rischia di passare come la normalità. Invece prima o dopo tutto questo finirà, e come scrive in chat la guida spirituale di Slalom rispunterà da qualche parte la parola delusione, e un titolo si domanderà: Velasco, che succede?

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L’uomo che ci insegnò prima a perdere, e dopo a vincere

Per molto tempo perdere è stato comodo. Era un dolore senza troppa pena. Non c’era alcun imbarazzo. Per molto tempo, in Italia, perdere - eh - succedeva. Succedeva perché l’arbitro aveva sbagliato a vedere o a non vedere, era stato ingiusto, qualcuno gli dava del corrotto. Era stato lui. Colpa sua. Oppure si perdeva per sfortuna, perché avevi preso il ferro all’ultimo secondo anziché mettere la palla nel canestro, perché avevi preso il palo interno su calcio di rigore, perché una palla era caduta un centimetro oltre la riga. Accadeva sempre qualcosa di incontrollabile. Non dipendeva da noi, si perdeva prodigiosamente perché il campo non era perfetto, perché c’era troppo vento, perché non ce n’era affatto, si perdeva perché avevamo tanti assenti, perché il pubblico ci aveva innervosito, si perdeva perché qualcosa, perché qualcuno, perché gli altri. 

Fino al giorno in cui è arrivato un misterioso straniero sul dorso di un cavallo bianco, come nelle migliori città fantasma dei film western, un tipo con lo  sguardo acuto e tagliente. Taceva, ascoltava, aveva una risposta a tutto. Aveva la risposta perfino alla più indicibile delle domande. Hombre, perché ci battono veramente? Ecco. Il giorno in cui nella pallavolo italiana è arrivato Julio Velasco da La Plata, abbiamo capito che esisteva un modo più giusto di perdere. Un modo più esatto. Più sincero. E all’improvviso - da quel momento - abbiamo cominciato a vincere. 

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