I graffi del capitano senza fascia
il cerchio di fuoco Non giocava dall’inizio di maggio. Ha segnato per la quarta volta alla Lazio e per la seconda avendo un piede e mezzo fuori da Trigoria. Gasperini ha ripetuto il gioco di prestigio fatto da Ranieri a inizio 2025. Lorenzo Pellegrini era ormai del Napoli, Conte lo aspettava al mercato di gennaio, un gol nel derby fece deviare il corso del fiume. E adesso non è forse la stessa cosa? Giulio Cardone su Repubblica dice che “il derby è di chi lo conosce. Lorenzo Pellegrini ne ha giocati tanti, li vive da romano e tifoso della Roma, era nella storia di questa partita — di nuovo brutta — che la decidesse lui, l’uomo più atteso. Ha avuto ragione Gasperini. Il derby se lo prende chi lo conosce, sì. Nuno Tavares non ha capito lo spirito di questa partita, non era connesso con il resto della squadra, attentissima a non sbagliare: per la Lazio, senza coppe e senza mercato, il trofeo dell’anno doveva essere questo. E invece il terzino portoghese si ingolfa sul pallone, se lo fa soffiare da Rensch, il sostituto di Wesley, Soulé lo passa a Pellegrini e ciao derby. Ora il derby lo conosce anche Gasperini, che potrà lavorare con più serenità sui limiti di una squadra decisamente imperfetta”.
Anche Pickwick contro Cairo
il lancio di coltelli Gianluca Oddenino su La Stampa offre un ampio resoconto della manifestazione di protesta avvenuta fra i tifosi del Torino contro Cairo. Con la partecipazione dello scrittore Alessandro Baricco. “Dai castelli agli stadi di rabbia. Se anche Alessandro Baricco scende in piazza per contestare Urbano Cairo, allora la sensazione è che il punto di non ritorno sia sempre più vicino. I granata sono fragili sotto ogni punto di vista: dalla tattica alla personalità, passando per l’identità. Ecco, proprio l’identità è quello che manca ad un Toro che non è Toro. Per questo la presenza di Baricco ha un valore doppio nel giorno più buio: è il dna granata che si ribella e che si identifica negli eroi umili. Uno striscione definiva il presidente come “la sciagura peggiore dopo Superga”. Difficile andare avanti così”.
Su La Stampa ne ha scritto anche Giuseppe Culicchia, altro autore di fede granata: “Sono ormai vent’anni che i tifosi del Torino sentono parlare di un progetto che in realtà non decolla mai, perché – a questo punto è chiaro – manca semplicemente la volontà di crearne le condizioni. le plusvalenze incassate nel corso della sua presidenza ammontano ormai a circa 400 milioni di Euro. Si sarebbe potuta costruire – volendo – una squadra niente male”.
Lo sciopero che abbiamo evitato
il domatore Certo col progresso ne succedono di cose. Nel 1904 il primo sciopero in Italia paralizzò il paese in risposta agli eccidi di Buggerru, di Castelluzzo e Cerignola, dove le proteste dei minatori, dei contadini e degli operai erano state represse sparando sulla folla. Nel 1951 scioperarono per la prima volta i dipendenti pubblici, nel 1968 i tre sindacati uniti per la riforma delle pensioni e mentre la folla scuoteva il capo pensando dove andremo a finire, nel 1974 furono i calciatori a dichiarare lo stato di agitazione e l’astensione dal lavoro, fermandosi sul serio nel 1996.
Ecco dove meritavamo di finire: in settimana – scrive Carlos Passerini sul Corriere della sera – abbiamo rischiato lo sciopero dell’announcement. Non ci date l’aumento? E noi non diciamo al pubblico dentro lo stadio che a seguito di revisione c’è stato un extra-movimento con il braccio. Deve trattarsi di un omaggio postumo a Stefano Benni. Del resto, dopo l’esordio ufficiale e il suo ingresso nella storia, l’arbitro Manganiello ha raccontato che «Quando ho detto: state lontani che devo fare l’annuncio, tutti si sono subito allontanati. È stata una reazione positiva, credo che questo nuovo protocollo possa davvero aiutare il calcio». Gli arbitri sono fatti così. Sono persone di legge ma pure di cuore. Comunque lo sciopero dell’announcement è stato scongiurato – si legge sul Corriere – “dopo un incontro col presidente della Figc, Gravina”. Li ha domati. Fiuuu. Meno male.
stasera
Napoli-Pisa è una partita di aneddoti maradoniani e semi-dimenticati. Il primo è della collezione primavera-estate 1989, quando Diego si fa male nei primi 20 minuti e deve lasciare il campo con il volto della desolazione. Sfila le scarpe, le regge in una mano e scalzo si avvia verso lo spogliatoio. Lo stadio che si chiama ancora San Paolo lo fischia. È la prima volta. Non lo fischia perché tiene le scarpe in mano ma perché ha speso giorni e giorni in precedenza a dire che è finita, vuole andarsene. Un mese prima il Napoli ha vinto la Coppa UEFA e Diego ricorda a Ferlaino che c’era un patto. La libertà in cambio dell’Europa. A casa di Maradona si è presentato Michel Hidalgo per discutere del suo passaggio a Marsiglia. Promette un calcio con meno ossessione. Una volta Marco Ciriello si è divertito su Domani a immaginare cosa sarebbe successo se davvero fosse andata a quel modo [il racconto si trova qui].
Ferlaino lo trattenne, Diego si incapricciò tutta l’estate rimanendo a pescare dorados per protesta. Saltò le prime quattro giornate di campionato, tornò in un Napoli-Fiorentina nel quale fu Roberto Baggio a segnare un gol maradonesco, il campionato finì con lo scudetto.
Era un Pisa-Napoli la partita in cui nel febbraio del ‘91 Maradona mise la maglia numero 9 lasciando la 10 a Zola. Careca era assente e Diego disse che per una volta voleva avere l’onore di portare il suo numero. In realtà stava lanciando un messaggio. Gli piaceva farlo, adoperava piccoli dettagli. Come quando uscì dallo spogliatoio di Soccavo cantando Perdere l’amore per far sapere a Ferlaino che il rapporto si stava logorando. Quel giorno di Pisa gli interessava far sapere che il proprietario della 10 non era più lui. Un mese dopo lo trovarono positivo al controllo antidoping dopo la partita con il Bari. Andò via da Napoli di notte, nel buio e da solo. Non sarebbe più tornato in città prima di altri 14 anni.