Un mondo che non conosce il verbo cambiare
Il benvenuto a Luciano Buonfiglio alla presidenza del CONI stamattina è fragoroso. È l’uomo giusto, l’ideale, segna la continuità con la guida di un impero e di un popolo composto da 16 milioni di persone, i tesserati alle nostre federazioni sportive. In effetti viene da un percorso fatto di sei mandati alla canoa e al kayak, vent’anni consecutivi alla guida. Neppure i papi durano più vent’anni.
Ci sono in giro grandi elogi a Giovanni Malagò per aver saputo pilotare l’atterraggio sulla poltrona di capo dello sport di una persona a lui gradita. “Strepitosa la strategia d’assalto” dice per esempio il Messaggero.
“Buono il decollo” giudica il Corriere della sera mentre Daniele Dallera invita per chiarezza Buonfiglio a “ringraziare Malagò, un grande presidente, ma lavori in autonomia. Malagò non sarà invadente, sarebbe un banale quanto imperdonabile errore, e Buonfiglio avrà voglia di costruire una sua squadra: sempre meglio sbagliare in solitudine”.
Ma ci sono grandi elogi anche per Franco Carraro, perché è stata “ben studiata la mossa di cambiare in corsa confermando Mornati segretario, nata dall’idea, un guizzo (a 85 anni non è male), di Franco Carraro, sostenuta da Petrucci e Gravina” [ancora il Corriere della sera]
Carraro. Petrucci. Gravina. Anni 86, 80, 72. Buonfiglio ne compie 75 a novembre.
Bravi, bravi tutti. Però poi scende in campo il direttore della Gazzetta, Stefano Barigelli, per spiegarci che Diana Bianchedi in giunta con Tania Cagnotto e Laura Lunetta della danza sportiva non gli sembrano una scelta convinta, mmm, non so se sapete questa cosa delle donne.
“Il dato in sé già grave – ammonisce Barigelli – diventa emblematico del conservatorismo e dell’autoreferenzialità del sistema, se si pensa che lo sport è stato sempre un anticipatore dei cambiamenti sociali, oggi invece è uno dei settori più stancamente conservatori. Il Coni è un organismo ormai sulla difensiva da tempo. Non è più il motore dell’attività sportiva italiana come lo è stato fino alla fine del secolo scorso”.
Eppure in questi 12 anni a Giovanni Malagò la Gazzetta non glielo ha ricordato così spesso. Quasi mai. È stata al suo fianco in molte battaglie condotte.
Delle due l’una: o Malagò, Carraro, Petrucci e Gravina sono dirigenti meritevoli di stare al riparo dalle critiche, o lo sport è uno dei settori più stancamente conservatori. Le due cose insieme non possono andare.
Il CONI non è più il motore dell’attività perché “quel motore – ci spiega meglio Barigelli stamattina – è sotto il cofano di Sport e Salute, che è per fortuna guidato da piloti capaci”.
Ecco, nel dubbio sono capaci pure là.
Paolo de Laurentiis sul Corriere dello sport-stadio dice che “il ruolo di Malagò è stato decisivo in questi ultimi anni di forte contrasto con il mondo politico per fare comunque da argine. Se non ci fosse stato lui probabilmente l’invasione di campo sarebbe stata ancora più profonda”.
In realtà l’invasione di campo non esiste. Esistono porte che lo sport apre o chiude alla politica secondo convenienza. Da decenni ci sono alla guida delle federazioni dei deputati o dei senatori. Il presidente della federazione tennis Angelo Binaghi ha cooptato in consiglio l’allora sindaca di Torino e l’ha nominata sua vice.
È stato Giovanni Malagò a battersi perché il governo istituisse di nuovo un ministero dello sport – salvo accorgersi che sfuggiva al suo controllo. Non si può chiamare invasione di campo, se il CONI non ha più l’autonomia finanziaria del Totocalcio e vive di contributi statali. Non si può chiamare autonomia, se tutte le indagini della giustizia sportiva nascono ormai dal trasferimento degli atti della giustizia ordinaria.
Matteo Pinci su Repubblica definisce tutto ciò il graffio del Gattopardo: l’intervento di Carraro e Malagò perché tutto resti com’è. Spiega Pinci: “Soltanto tre giorni fa per Carraro si stava componendo uno scenario apocalittico: rischiava una figuraccia allo showdown del voto per la presidenza, con numeri talmente miseri da indicare i fedelissimi Gianni Petrucci e Gabriele Gravina come i suoi unici elettori”.
Ripetiamo insieme e diciamo: il basket e il calcio italiano volevano Franco Carraro alla guida del CONI. “Il pacificatore” Carraro secondo gli spin di inizio giugno.
Pinci rivela che Carraro pensava di avere sei voti. Sei voti su ottanta fanno il 7,5%. Un 7,5% per decidere la maggioranza. Meglio del PSI negli anni Ottanta.
“Quando l’accordo è stato svelato da Repubblica alla vigilia del voto – spiega Pinci – Malagò ha rassicurato un agitatissimo Miglietta, segretario in pectore e prezioso portatore di voti: «Tranquillo Alberto, sono tutte falsità». E invece”.
E invece eccoci qua, stancamente conservatori ma in fondo tutto bene, dolcemente complicate come diceva Fiorella Mannoia quando il PSI era il PSI.
Michele Serra su Repubblica dedica la sua amaca a questi “maschi anziani, età media 71 anni (tra loro il fantastico Franco Carraro, già autorevole dirigente sportivo ai tempi di Cavour)” che si sono messi a correre per la poltrona di Malagò. Serra si domanda: “Non esistono donne in grado di fare il dirigente sportivo ai massimi livelli? Ci sono, ma considerano troppo noioso doversi confrontare con assemblee di soli maschi, spesso anche litigiosi e suscettibili? Il fatto che 48 presidenti di federazione siano uomini, e solamente due le donne, dipende dall’arbitrio del caso o è il ritratto di un ambiente nel quale le donne possono tirare di fioretto, fare un tuffo carpiato, fare schiacciate, vincere a Wimbledon, nuotare come motoscafi, ma giammai comandare?”.
Serra ricorda che da qualche anno abbiamo preso confidenza con il termine “manel“, fusione tra “man” e “panel”. Vuol dire un insieme costituito da soli maschi. È anche capitato che qualche maschio se ne sia accorto e abbia detto: grazie, preferisco non farne parte. Al Coni non è capitato”.
Chissà cos’altro continuerà a non capitare. Valerio Piccioni su Domani ha messo in fila un po’ di questioni a cui il CONI nei prossimi anni farebbe bene a dedicarsi. Servirebbe una inversione di rotta, altro che continuità, servirebbe l’uscita da quello che definisce Malagòcentrismo. “La democrazia del sistema è piuttosto affaticata, l’esigenza di allargare la base elettorale per le cariche elettive e quella di tutelare le minoranze è sempre più diffusa, facile pronosticare che questo non sia un tema particolarmente popolare tra i presidenti federali che detengono ovviamente un potere che non vogliono ridurre, ma l’esperienza dimostra che è meglio autoriformarsi che essere riformati”.
Ci sarebbe da mettere mano, dice Piccioni, alla giustizia sportiva. dove i giudici sono nominati dai presidenti e distribuiscono squalifiche per reati di opinione gli oppositori; inoltre il CONI avrebbe “il diritto di intervenire su alcune grandi questioni. Sì, va bene, la scuola non appartiene più alla sua area di competenza, ma per arrivare alle medaglie bisogna avere per esempio dei licei sportivi che funzionino meglio, dei programmi didattici che contemplino passato, presente e futuro dello sport, delle facoltà universitarie di scienze motorie che non siano sempre più medicalizzate e sempre meno sportivizzate”.