Certe volte a Pogačar bastano 400 metri

Quando c’è il muro di Huy nessuno scatta a 60 km dall’arrivo

La vittoria diversa di Pogačar alla Freccia Vallone

 

Tadej Pogačar ci riesce. Sa vincere anche in modo banale, ordinario, comune, sa vincere anche come si faceva prima di lui, aspettando il finale di una corsa, attaccando a 400 metri al traguardo e non a 100 km. Un successo diverso, quello che stamattina getta una luce nuova sul suo stile antico, qualche volta definito romantico. Forse – forse – romantico non è. Forse – forse – quando Casamandrej parte a 60-70-80 km dal traguardo non è uno show, non è citazionismo dei pionieri, ma convinzione che possa vincere più agevolmente solo a quel modo, come alla Freccia Vallone ha vinto partendo a 400 metri dall’arrivo, diciamo in stile Goodwood.

Dieci secondi alla Freccia Vallone sono il secondo maggior distacco degli ultimi 25 anni dopo i 16 che Astarloa diede a Osa nel 2003. È un dato che dice molto su questa corsa, dove tutti si muovono all’ultimo istante, una corsa così bloccata fino al muro di Huy che qualche anno fa si discusse dell’ipotesi di cancellarlo o di anticiparlo o comunque di smuovere le acque. Fanno 94 vittorie a 26 anni, di cui 42 arrivando da solo, 15 in uno sprint con un gruppetto, 13 in uno sprint a due e 7 a cronometro. Se il ciclismo di tutti i tempi avesse una classifica a punti con i punti che si distribuiscono attualmente per il ranking UCI, Tadej Pogačar sarebbe già 13esimo, all’inseguimento di Saronni 12esimo e Coppi 11esimo [in testa c’è Merckx davanti e Kelly e Moser: ehm]. 

Fino a ieri per questa corsa tanto essenziale quanto suggestiva nel suo epilogo, non si era certo scomodato Alexandre Roos. Invece stamattina eccolo qua, con le sue parole dritte come un fuso su L’Équipe, dritte come dritto è rimasto Pogačar in sella, scattando da seduto sulla rampa dove tutti gli altri si attorcigliano e si vomitano su sé stessi. Ecco, Roos viene a dirci che ci stiamo sbagliando, che tanto banale la Freccia Vallone di Pogačar non è stata. 

Roos dice che questa Freccia Vallone ci ha offerto un’istantanea di come potrebbe essere Tadej tra mezzo secolo, quando, accanto al fuoco, racconterà ai nipoti le sue gesta, perché in cima al muro di Huy aveva l’aspetto del nonno. Oppure, se avete inclinazioni più animalesche, pareva una di quelle tartarughe centenarie provenienti da certe isole situate in oceani lontani. La faccia era grigia, slavata dal clima atroce che ha sfinito il gruppo, sotto gli occhi si erano formate delle borse dai bordi sfocati, il cui colore non si distingueva più, la maglia arcobaleno era fradicia e appiccicata alla pelle. Ha tagliato il traguardo risorto dopo il disastro di domenica all’Amstel Gold Race, profondamente commosso come Cristo, e ha alzato il pugno in segno di vendetta per celebrare la sua vittoria.

[Che bellezza che ci sia un Roos da qualche parte a scrivere]

Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota lo definisce un volto che era uno specchio deformante di una realtà che invece appena fatto vedere un Pogačar capace di distaccare con semplicità tutti gli altri, mentre la pedalata che ha prodotto lo sconquasso aveva una forza alpina

Roos considera che Tadej ha vinto con le gambe, certo, ma anche con l’orgoglio, tanto orgoglio, perché domenica scorsa all’Amstel i piani sono andati all’aria quando Julian Alaphilippe dall’alto del suo impero in declino, aveva acceso il primo petardo ma con una miccia corta. Pogačar ha commesso l’errore di lasciarsi coinvolgere in questo piano senza futuro e di non rialzarsi prima, quando il serbatoio di carburante ha iniziato a prosciugarsi

Embed from Getty Images

Il suo errore, domenica scorsa, è stato quello di pensarsi ancora nel 2022, quando il Mondiale nelle Fiandre du un meraviglioso pentello contro i due Van, contro Evenepoel e contro Alaphilippe. È corso dietro a Julian pensandolo ancora lo Julian di allora. 

Invece alla Freccia Vallone le energie vanno dosate al millimetro, considera Roos, e allora nel suo successo a Huy si può vedere sia una dimostrazione di ego sia di umiltà. Tutti pensano che il leader della UEA inizi a sentirsi stanco dopo una serie di Classiche in cui ogni vittoria è stata il teatro di una battaglia omerica, ma pochi pensavano che avesse ancora questo tipo di prestazione da offrire. Ha attaccato a metà della curva Claudy-Criquielion, un posto degno del suo rango e dei suoi eccessi, lui che ama sottomettere i percorsi alle sue qualità, come aveva tentato di fare alla Milano-Sanremo partendo sulla Cipressa

E qui Roos fa notare anche altro: che i mortali alla Freccia Vallone partono a 200 metri dalla linea, più avanti, molto più vicino al traguardo e alla fine delle sofferenze. Pogačar si era accorto che Ben Healy si stava avvicinando, si è voltato indietro per vedere che i suoi avversari erano tutti in agonia e ha accelerato la cadenza della pedalata, con il sedere avvitato alla sella, il bacino bloccato, per scavare un buco enorme come non se ne era mai visto un altro sul muro. Ha messo umiltà, perché non si è lasciato trasportare dalla passione, ha spremuto fino alla fine i suoi compagni di squadra Jan Christen e Brandon McNulty, ha atteso il suo momento, senza lasciarsi inebriare dalla presenza di Evenepoel, rimasto nella cuccia, senza dubbio intirizzito dalla pioggia, mentre una buona parte del Belgio prevedeva che avrebbe infiammato la corsa da lontano.

Anche la rivista Rouleur dice che nel ciclismo moderno, di solito non si può attaccare così presto sul Mur e mantenere il passo fino al traguardo, ma, come ormai tutti sappiamo, nell’era di Pogačar non ci sono regole. Tadej è tornato in cima. Lo sprazzo di umanità che avevamo intravisto nel ciclista descritto come alieno, quando è stato inseguito domenica all’Amstel Gold Race, è stato spazzato via da una sola, sferzante accelerazione da seduto sul Mur de Huy. L’attacco è stato così fluido e senza sforzo che non ha nemmeno dovuto voltarsi indietro per vedere se qualcuno lo seguiva. Pogačar sapeva che nessuno sarebbe stato in grado di seguirlo.

Ora non ci resta che aspettare la Liegi [non vedo l’ora che arrivi dice Roos]. Evenepoel ha perso il suo vantaggio psicologico con il nono posto a Huy. In più bisogna capire come si riprenderà dalla caduta Mattias Skjelmose, vincitore dell’Amstel domenica ma caduto ieri a 40 km dal traguardo.

Perché ci importa tanto di Skjelmose? Perché ce lo raccomanda Alessandra Giardini in un pezzo scritto per la Gazzetta dello sport, un pezzo nel quale fa notare che in questo panorama di supereroi agli altri restano soltanto le briciole. Dal 9 ottobre 2021, dal primo Lombardia di Tadej Pogačar, 21 delle 24 grandi corse di un giorno – le Monumento, i Mondiali e le Olimpiadi – se le sono spartite Tadej e Van der Poel [9-8 per lo sloveno] con Evenepoel a 4. Due eccezioni su tre sono arrivate a Sanremo, la corsa meno pronosticabile [2022 Matej Mohoric, 2024 Jasper Philipsen], la terza anomalia è stata la Roubaix di Van Baarle. 

In questo ciclismo per giganti – scrive Giardini – persino un corridore polivalente e dalla classe cristallina come Wout van Aert è condannato se non all’irrilevanza quanto meno alla frustrazione. Ma Skjelmose quando 17 anni sembrava destinato a un grande avvenire. Era arrivato terzo alla Roubaix juniores e non era difficile scommettere su di lui. Poi risultò positivo a un integratore alimentare contaminato, ingerito accidentalmente, e per otto mesi fu un paria. Tirava fuori la bici soltanto nel fine settimana, improvvisamente non aveva più un futuro. Era tornato ad essere il ragazzino introverso e sovrappeso che giocava a pallone e andava in bici, ma era scarso dappertutto. Però aveva una testa come pochi altri. Aveva 13 anni quando il suo patrigno lo portò alla prima gara, e dopo 2 chilometri rimase staccato, da solo. Un altro si sarebbe fermato e avrebbe caricato la bicicletta in macchina. Lui no, corse da solo tutti i 40 chilometri fino al traguardo. Perciò aspettiamolo ancora. Prima o poi. Da qualche parte. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.