La prima corsa di Gino Bartali, che per tutti era Bartàli

    

MENO CINQUE  GIORNI |  I TRAGUARDI CON IL CINQUE  

La prima corsa di Gino  Bartali, che per tutti era Bartàli

 

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  La Sanremo del Trentacinque si porta attaccata dietro la schiena una data memorabile nella storia del ciclismo. Il 17 marzo fu il giorno del debutto tra i professionisti del ventunenne Gino Bartàli. Lo chiamarono così. Con l’accento sulla seconda A e non da sdrucciolo qual era. La Milano-Sanremo si correva per la ventottesima volta e tra i 202 iscritti, in mezzo a Binda e Guerra, Demuysere e Bovet, in una giornata invernale di pioggia vento e nevischio apparve ‘sto toscano ingaggiato dai fratelli Ghelf di Torino con la maglia della Frejus. 

Il suo capitano era Giuseppe Martano, famoso perché si era piazzato terzo al Tour del ‘33 e secondo nel ’34. Sul Turchino si arresero in tanti e dopo la discesa su Voltri una trentina di ciclisti furono ricoverati all’ospedale San Carlo, intirizziti di freddo. 

Bartàli invece pareva proprio a suo agio. Binda venne fatto fuori da una caduta. Guerra dovette rincorrere dopo essere rimasto attardato in una discesa. Bartali si fece irrequieto e incominciò a scattare all’uscita di Laigueglia, dove inizia la salita di Capo Mele

Quando Rino Negri ha ricostruito una volta per la Gazzetta quella corsa, scrisse che il passaggio a livello di San Bartolomeo del Cervo era chiuso, allora Guerra si fermò a fare la pipì e a quel punto si scatenò la bagarre. O almeno così l’avrebbe chiamata Adriano De Zan. Bartali riprese ad attaccare: saltò sui pedali e al culmine di Capo Berta passò con 200 metri di vantaggio su Cipriani, 400 su Guerra, 500 su Olmo, 550 su Gerini, 600 su Bini e Bovet, facciamo 650 su Martano e Demuysère. 

Ma dopo Imperia Gino si accorse che la ruota libera si era guastata, non poteva più cambiare rapporto, non aveva altra scelta che andare fino all’arrivo spingendo soltanto il 50-18. Gli avrebbe invece fatto comodo averne uno più lungo per tenere una velocità maggiore. Inizialmente alle sue spalle Guerra non trovò l’accordo con gli altri per dare la caccia al ragazzino impertinente. Nel Trentacinque poteva ancora succedere che un giornalista si affiancasse a un corridore durante la corsa per fargli qualche domanda, e così pare abbia fatto Emilio Colombo, inviato della Gazzetta, che a Gino chiese scusi, ehi, lei, scusi, ma si chiama Bàrtali o Bartàli? 

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Colombo voleva sapere dove abitasse e quante corse avesse vinto tra i dilettanti. La risposta di Bartali la possiamo soltanto immaginare. Intanto gli inseguitori guadagnavano terreno e all’uscita di Arma di Taggia i bei propositi del giovane Gino erano sfumati. Fu raggiunto da uno scatenato Guerra, dall’attento Olmo e dal compagno di squadra Cipriani, toscano di Prato. Fecero la volata, vinse Olmo per un quarto di ruota su Guerra. Bartali, avvilito, chiuse staccato di un centinaio di metri al quarto posto. Come Kimi Antonelli. 

Si consolò al pensiero di essersi lasciato alle spalle un altro toscano esordiente, Aldo Bini [lui e Aldo erano come cane e gatto ha scritto Negri], ma nel tempo è rimasto sempre fermo nella sua convizione, persuaso che alle sue spalle la corsa non fosse stata del tutto regolare. Gli inseguitori avevano sfruttato la scia delle auto. Bartali vinse un premio di cinquecento lire per aver animato la corsa, dei 202 partiti arrivarono in 49, quasi tutti stremati. 

La Gazzetta dell’epoca scrisse che nell’imminenza della rampa di Capo Berta, il toscano Bartali, intrepido e sfortunato, gioca la sua carta decisiva

Alberto Minazzi sul Littoriale raccontò che Bartali è apparso un colosso, deve essere contento della prova compiuta e del lusinghiero risultato. Spettacolosi questi due ragazzi toscani. Le loro doti non sono sconosciute a chi segue le gare ciclistiche. Bartali è forse più forte in salita di Bini, del quale però è meno veloce. Tutti e due hanno dimostrato di possedere doti di fondo eccezionali, di essere attrezzatissimi per le gare dei professionisti nelle quali oggi debuttavano. E non c’è da credere a un fuoco di paglia, perché tante sono state le prove di valore fornite nel campo dilettantistico, e corsa probatoria è quella odierna, che Bini e Bartali hanno buon diritto a essere considerati due dei più quotati aspiranti alla successione dei grandi assi dei quali il ciclismo italiano ha finora disposto

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