Ana Peleteiro vola ma la Spagna non si accorge di lei

      

Ana Peleteiro vola basso e vola alto

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Quando il professor Bellavista e l’ingegner Cazzaniga restano chiusi in ascensore, dopo giorni e giorni di diffidenze reciproche, al lume di una candela iniziano a parlarsi e a conoscersi meglio. Così, il napoletano scopre nel milanese un uomo vittima dei cliché di sua moglie, una donna tedesca, e trova la frase perfetta per raccontare come vanno le cose a questo mondo: «Si è sempre meridionali di qualcuno»

  Così parlò Bellavista

Che c’entra con gli Europei indoor di atletica leggera che sono cominciati ieri sera? Eh, c’entra c’entra. In quella stessa Spagna dove le calciatrici conducono la più accesa battaglia che oggi esista al mondo per i diritti delle donne, sono esse stesse settentrionali – per esempio – dell’atletica leggera. Se n’è accorta nella giornata d’esordio Ana Peleteiro, la triplista favorita per la medaglia d’oro, uscita con la migliore misura dalle qualificazioni che hanno aperto la manifestazione. La gallega è uno dei nomi di spicco dello sport femminile spagnolo e una delle punte della migliore Nazionale spagnola di atletica da parecchio tempo a questa parte. Ma la sua gara non è stata trasmessa da TVE. Erano le 18.35 e a quell’ora la tv stava dando Real Madrid-Barcellona, andata della semifinali di Coppa della regina. 

Così Ana Peleteiro ha fatto login, è andata sul suo account Instagram e ha scritto quel che le saliva dal cuore fino ai polpastrelli. Ha detto che prima delle 21 non ci sarebbe stata atletica in televisione e ha aggiunto un link dove si poteva vederla: Ci sono cose che non capirò mai, ma almeno esiste un piano B, gratuito e alla portata di tutte. Domani, se Dio vuole sono in finale, e sì credo che la potrete vedere, o almeno lo spero

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La protesta non finita lì, più tardi ha anche pubblicato un meme. Lo slogan della sua irritazione: Benvenuti in Spagna. Uno dei giornalisti di Teledeporte, Francisco José Caro, le ha risposto su Twitter o come si chiama adesso che batterie e qualificazioni agli Europei sono trasmessi in streaming sul canale digitale della rete pubblica e che lui trova invece discutibile il fatto che lei non abbia voluto parlare con la squadra di TVE che si trovava a pochi metri. Pizzul lo avrebbe chiamato un grappolo in area, Ezio Luzzi lo direbbe un batti-e-ribatti con un tiro a filo d’erba. 

Carlos Arribas su El Pais spiega che cosa ha scatenato la furia della saltatrice. Mentre si ritirava nella zona mista, Peleteiro ha visto sulle tribune dei commentatori l’enorme spazio occupato nell’area della BBC dalle grandi stelle del passato, Steve Cram, Colin Jackson, Paula Radcliffe. E la sua rabbia interiore, già accesa qualche ora prima, si è rinfocolata nel vedere che non solo non c’era nessun commentatore della televisione pubblica spagnola, ma che Teledeporte stava dando una partita di calcio

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LO STILE MUTATO  Ana Peleteiro dunque vola altissimo. Anche se in pista non lo fa. Non lo fa più. Dopo le Olimpiadi di Parigi ha lasciato il suo allenatore dell’ultimo decennio, Iván Pedroso, e ha lasciato pure la casa di Guadalajara per trasferirsi in Galizia per prepararsi con i consigli del marito, Benjamin Compaoré. La mossa – scrive El Mundo – per motivi professionali e personali, era già audace di per sé, ma la saltatrice voleva volare pagine a andare oltre. Con l’aiuto di Compaoré, Peleteiro ha cercato di cambiare la gamba di stacco, via la destra usata per tutta la vita, e sotto con la sinistra: un vecchio desiderio che si realizzava

Una svolta che Pedroso aveva sempre sconsigliato. Peleteiro pensava che con l’altra gamba avrebbe potuto saltare più facilmente e più lontano. Le prime settimane di test le hanno dato ragione. In allenamento volava davvero, racconta Marca, fino a immaginare di poter andare oltre i 15 metri. Ha dovuto fermarsi perché il ginocchio non era pronto per tutti quei traumi e tutta quella fatica. Il dottor Pedro Guillén le ha ha ordinato di tornare al vecchio stacco. 

Meno di un mese fa, ancora in convalescenza, Peleteiro è tornata alla sua vecchia tecnica ai Campionati spagnoli e ha vinto, ma allo stesso tempo ha introdotto un’innovazione. Stacca di nuovo con il piede destro, questo sì, ma ha ritoccato il suo stile che si basava su salti esagerati – come li chiama El Mundoalti, molto alti, mentre ora si lancia senza salire in quota. La rivoluzione di Peleteiro resta: volare basso.  «Sto cercando di saltare più orizzontalmente e di migliorare la mia tecnica. È un mio pallino da anni. La tecnica è importante. Protegge dagli infortuni e regala longevità. Benjamin è un grande pianificatore e ho molta fiducia nel suo giudizio. Le cose stanno andando molto bene e lo adoro come allenatore». Stasera la finale è dalle 18.50. Anche su TVE.  

 

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Elogio di Femke Bol, la regina altruista

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Se Fanny Blankers Koen ha mai avuto un’erede, l’erede è Femke Bol, sebbene non sia mamma. Ma è volante, altro che se è volante. Ha 25 anni, le trecce e la generosità unica delle stelle che regalano il loro splendore senza chiedere nulla in cambio ha scritto El Pais dalla Spagna. Ha un senso unico dello spettacolo, della tensione e del climax che fa impazzire il pubblico. Che ha fatto Femke Bol? Ha deciso  di rinunciare alle gare individuali in questo Europeo per darsi hart en ziel, anema e core, alle staffette: quella femminile dei prossimi giorni e quella mista di ieri sera, quando ha trascinato l’Olanda alla vittoria e ha lanciato al pubblico un bacio che s’addà veré s’addà veré. Ha afferrato il testimone per quarta e in 50.3 secondi si è mangiata le avversarie e la pista, una dietro l’altra. 

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Femke Bol è la campionessa che ai Mondiali di Budapest cadde a un passo dal traguardo proprio nella staffetta mista 4×400. Era in assoluto, totale controllo della corsa, quando iniziò a subire la rimonta dell’americana Alexis Holmes, fino a sentire il panico nelle gambe, perdere un appoggio e andare giù. Sono anni in cui alle donne olandesi è successo spesso di compromettere ambizioni e carriere per delle cadute, nel ciclismo spessissisimo alle fenomenali van Vleuten e van der Breggen. In genere succede che si rialzano e appena possono vanno a vincere di nuovo. Così fece Femke Bol nei 400 ostacoli e soprattutto alla staffetta successiva, la 4×400 femminile, quando si inventò un ultimo giro stellare. 

In Spagna la adorano quando in Olanda, e lo spiega Carlos Toro su El Mundo, spiegando che la regina consorte dei Paesi Bassi parla spagnolo perché è nata a Buenos Aires e il suo nome è Máxima Zorreguieta, dalle evidenti origini basche. Ma la regina più comune è un’atleta – aggiunge – Femke dai Paesi Bassi, Femke dalle Fiandre, quel luogo che ricorda i giorni in cui il sole spagnolo splendeva sulle pianure basse del Belgio pianure e rimbalzava su caschi e picche”. Eh vabbè, il clima è questo. El Mundo dice che le grandi star degli Europei sono con Femke Bol: il principe norvegese Jakob Ingebrigtsen e la dama ucraina Yaroslava Mahuchikh. L’Europa monarchica e l’Ucraina eroica.

 

Oggetti di scena 

Le luci verdi a bordo pista

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Non sono una novità assoluta. Sono le nuove lepri della società ultra-digitale. Corrono a bordo pista e indicano il ritmo per battere un record. Ma non erano mai state usate in un grande campionato. Le abbiamo viste nelle batterie dei 1.500 e torneranno anche nei 3.000 metri. Si chiama wavelight, e qui su Slalom c’è la storia di Bram Som, l’uomo che le ha inventate.

Annabelle Rolnin su L’Équipe ha messo in fila una serie di obiezioni e perplessità, spiegando che tuttavia esistono delle regole di ingaggio. L’obiettivo della federazione europea è quello di aumentare l’esperienza sensoriale dello spettatore, immergerlo in uno spettacolo, una gara che a volte risulta difficile da seguire per spettatori poco esperti. Questa ha tutta l’aria di essere una delle geniali spiegazioni che gli stakeholder spacciano per giustificare una loro iniziativa, tipo la Superlega pensata perché i giovani guardano solo gli highlights. A naso: non è difficile seguire i 1.500 metri. C’è gente che corre e chi arriva davanti a tutti vince. Più o meno così. Se volete mettere le luci verdi, mettetele. Alla fine nessuno vi dice niente e le aziende sono contente. Ma non ci spiegate che le mettete così noi capiamo meglio come funziona la corsa. 

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Comunque. In tutte le finali [400, 800, 1500, 3000 e staffette] le luci verranno accese solo se gli atleti si troveranno a un secondo dal record mondiale [semaforo rosso], record europeo [semaforo blu] o record del campionato [semaforo bianco] e solo negli ultimi giri. Nelle batterie di ieri il semaforo verde è stato acceso solo nel cuore della gara e mai all’ultimo giro, per indicare un ritmo stabilito, sempre lo stesso, di 21,6 e 20 km orari per le donne, di 24,3 e 23 km orari per gli uomini. 

   I TULIPANI DI APELDOORN

  Manuel Lando e Matteo Sioli si sono qualificati per la finale di salto in alto passando la misura di 2,23 al primo tentativo. Sioli aveva sbagliato a 2,18. Fuori Eugenio Meloni e pure l’israeliano Kapitolnik, atteso fra i protagonisti. 

  Due azzurre in finale nel salto con l’asta: Roberta Bruni con 4,55 ed Elisa Molinarolo con 4,45. Eliminata l’esordiente Virginia Scardanzan [4,30]

  In tre sono andate nel triplo sopra i 14 metri, la favorita spagnola Peleteiro-Compaoré e le avversarie più accreditate, la turca Danismaz e la finlandese Salminen. 

  Kristiina Sasínek Mäki ha corso più veloce di altre 18 iscritte, più veloce anche di 6 qualificate per la finale, cioè le prime tre delle altre due serie, ma con il quarto crono delle qualificazioni e il quarto posto nella sua batteria è rimasta fuori dalla corsa per le medaglie. Male Marta Zenoni [4:19.49], aveva il terzo tempo fra le iscritte ma è venuta in Olanda senza preparazione, aveva saltato gli Assoluti per l’influenza e un problema muscolare.

  Robert Facken, tedesco, sarebbe arrivato nono nella prima batteria e ottavo nella terza dei 1.500, ma il suo 3:42.53 è bastato per piazzarsi terzo dove serviva, la seconda batteria, e qualificarsi per la finale con il 18esimo crono delle qualificazioni su 26. In cinque sono scesi sotto i 3:40, ma due dei cinque sono arrivati quarto e quinto nella batteria più veloce, quella di Jakob Ingebrigtsen [3:37.49] e sono fuori. Eliminato Federico Riva, quinto nella batteria più lenta. 

  In quattro sono andati sopra gli 8 metri nelle qualificazioni del salto in lungo, non Mattia Furlani, qualificato comunque per la finale di stasera con la quinta misura [7,95]

  In otto sono andate sotto gli 8 secondi sui 60 ostacoli, Elisa Di Lazzaro è qualificata per le semifinali con il peggior tempo [8.05] ma grazie al terzo posto nella sua batteria. Le migliori: Pia Skrzyzwowska e Nadine Visser con 7.88 e 7.89. 

  Due francesi hanno corso con il miglior tempo nei 60 ostacoli maschili: Wilhelm Beloclan e Just Kwaou-Mathey, 7.46 e 7.47. Lorenzo Simonelli è arrivato quarto in batteria ed è stato ripescato per le semifinali con il decimo tempo complessivo [7.66]

   1  PRIMATO EUROPEO JR: Elie Bacari [BEL]  7.51 nei 60 hs  – PRIMATO NAZIONALE:  Elie Bacari [BEL]  7.51 nei 60 hs  – PRIMATI PERSONAli: Anne Gine Løvnes [NOR]  4:18.44 nei 1.500  Lotta Harala [FIN]  8.00 nei 60 ostacoli, Giada Carmassi [ITA]  7.98, Karin Strametz [AUT]  7.99, Beatrice Juškeviciute [LTU] 8.14, Reetta Hurske [FIN] 8.03  Nicolo’ Giacalone [ITA] 7.75, Timme Koster [NED] 7.78, Christos-Panagiotis Roumtsios [GRE]  7.83 nei 60 hs

 

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