New Orleans e il ritorno del terrorismo, ma sarebbe un errore disertare il Super Bowl

AMERICHE

L’attentato di Capodanno e l’attesa per l’evento di febbraio: un editoriale del Washington Post

 

Quando arrivai a New Orleans mi assicurai di non alloggiare in un casino

anche se tutta la città ci assomigliava

Charles Bukowski

 

L’inverno non si sente mai veramente a casa a New Orleans. È solo un ospite sgradito che serve a ricordarci quello che ci manca. E se ne va giusto in tempo per farcelo dimenticare di nuovo. Dicono così in Una canzone per Bobby Long, quel vecchio film con John Travolta e Scarlett Johansson, perché New Orleans ha fama d’essere dimora di pirati, ubriaconi e prostitute, il posto di volgari, costosi negozi di souvenir. Puzzolente, marcia, vomitevole, abietta. Putrida, salmastra, bacata, cattiva. Molliccia, rancida, schifosa, indecente – questo è New Orleans con lo sguardo dei Simpson. 

Ora New Orleans è scossa, ha gli occhi dell’America e del mondo sulla sua Bourbon Street sfregiata, sui morti e i feriti fatti da quel pick-up lanciato sulla folla nella notte di Capodanno. Aspettava di essere al centro dell’attenzione tra un mese, per quella partita di football che non è mai solo una partita di football, nei nostri titoli imparabili il Super Bowl è l’evento che fa fermare l’America. Con le cicatrici della morte sulla pelle, con la paura dell’Isis che torna a farsi viva dentro il corpaccione indecifrabile degli USA d’oggi, l’opinione pubblica si va chiedendo come possa la polizia rendere sicura la città quel giorno, quella sera, come si possa ancora avere fede nei sistemi e nelle istituzioni che proteggono, che dovrebbero proteggere i cittadini. 

Sally Jenkins, editorialista di punta del Washington Post se ne occupa scrivendo che la semplice verità è che è impossibile difendersi da un urlatore di rancore omicida che brandisce rozzamente un’arma da assalto in una zona piena di gaudenti. Ma saremmo dannati se rinunciassimo a Bourbon Street. Il Superdome, come la maggior parte dei grandi stadi di football in contesti urbani, non è un luogo isolato e isolabile; è dotato di quella che gli esperti di terrorismo chiamano “la catena di fornitura del grande evento sportivo”, un’espressione elaborata per indicare i viali di bar, centri commerciali e zone per i tifosi, appiccicose per tutto il whisky e la senape che vi scorrono dentro. Un’altra espressione potrebbe essere: americani in libertà sui loro viali. Questo è stato preso di mira dall’aggressore Shamsud-Din Jabbar, questo ha cercato di disperdere con il parafango del suo pick up.

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LA FESTA DEL FOOTBALL UNIVERSITARIO

Prima ancora del Super Bowl, il Superdome era in quelle stesse ore lo stadio in attesa dello Sugar Bowl, la gran parata del football universitario. Il Washington Post scrive che è stato di buon senso rinviarla ma l’idea che 24 ore siano una sorta di baluardo che avrebbe reso la partita sicura è una sciocchezza. Il governatore della Louisiana Jeff Landry pensava davvero che una pausa di un giorno avrebbe potuto rassicurare tutti? Il Superdome e la città di New Orleans sarebbero stati più sicuri di ieri, ha detto in una conferenza stampa mercoledì. Alla domanda se le persone dovessero considerare di restare a casa, ha urlato: – Vi dico una cosa: il vostro governatore sarà lì. Un giornalista sfacciato non ha resistito a chiedere: – Lei è una guardia del corpo per 70.000 persone? I dissuasori saranno senza dubbio un argomento di discussione per le prossime settimane, quasi nessuno ammetterà di non aver mai saputo distinguerne uno da un biliardo prima di mercoledì. Per noi erano solo dei pali. Quando alla sovrintendente della polizia di New Orleans, Anne Kirkpatrick, è stato chiesto come quel camion avesse potuto superare l’incrocio di Canal Street e arrivare a Bourbon, ha risposto che i dissuasori sono in fase di ammodernamento per il Super Bowl del mese prossimo, ma che nel frattempo i funzionari avevano piazzato lì un’auto della polizia per bloccare la strada.

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Così Sally Jenkins ne deduce che la rozzezza ha battuto il sistema. La rozzezza è quella degli uomini disposti a tutto per portare la morte sulla Promenade di Nizza il giorno della presa della Bastiglia nel 2016, sul Westminster Bridge a Londra nel 2017, al mercatino di Magdeburgo nel Natale scorso. Uno studio citato dal giornale americano ha contato 74 attacchi terroristici che hanno preso di mira sedi sportive in tutto il mondo tra il 1° gennaio 1970 e il 31 dicembre 2019. Tra questi ci sono tre Olimpiadi [Monaco 1972, Atlanta 1996 e Pechino 2008] e 33 stadi di calcio. Inspire, la rivista di Al-Qaeda, lo ha teorizzato esplicitamente: consiglia i suoi seguaci di concentrarsi sugli eventi sportivi, perché offrono molti momenti e luoghi dove è facile essere presi di mira. 

CONTINUARE A INCONTRARSI

E tuttavia, dice il Washington Post, noi andiamo avanti con le nostre Olimpiadi, con le nostre partite, in  buona parte senza incidenti. C’è qualcosa di ammirevolmente ostinato – scrive Sally Jenkins – nel rifiuto di cedere le arene pubbliche, o le strade che là conducono, ai guastafeste. Siamo diventati esperti di quello che un analista chiama il meta-rituale della sicurezza, l’arte di proteggere grandi arene da attacchi massicci. È uno straordinario successo. Partecipiamo, partecipiamo ancora, anche se questo significa lasciare le borse negli armadietti e passare attraverso cancelli elettronici, tornelli o scanner. Andiamo nei luoghi che conducono agli stadi, nelle piazze pubbliche dove ci riuniamo, e fraternizziamo, e sfottiamo i gli avversari, e lo facciamo miracolosamente, senza molta vera violenza, in una sorta di patto reciproco. Siamo disposti a farlo in mezzo a molteplici guerre globali, in città ribollenti di contingenti internazionali, in mezzo a una veemenza crescente e forse incontrollabile di attori extra-governativi che accelerano i motori e agitano le lame, un terrore asimmetrico che disarma le difese. Come scrisse il filosofo Jean Baudrillard dopo l’11 settembre, il vantaggio strategico del terrorismo è l’immensa fragilità del nostro sistema, la nostra scelta di rimanere aperti e condividere questo patto collettivo.

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Sì, scrive Jenkins, è davvero fragile il sistema, siamo davvero molto esposti, è davvero ingenuo il modo in cui ci riuniamo per queste partite, questi eventi sportivi, questi concerti di musica. Andare a New Orleans, dice, è quasi un rito di passaggio per i giovani americani. Non è chiaro se droni, telecamere grandangolari o l’intelligence possano proteggerli. Dobbiamo fare affidamento almeno in una certa misura su noi stessi, sul nostro occhio che sorge la persona strana e triste tra la folla. Ma non è esagerato dire che continuare a incontrarsi in questo modo, anche nel mezzo di una tale tragedia, è l’unica via per sconfiggere il terrore. Quindi, sì, io andrò a New Orleans per il Super Bowl. Mi troverete su uno di quei marciapiedi, a prendere un caffè o un Sazerac con una fetta d’arancia.

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