Un bronzo per le donne di kabul
Lei si chiama Zakia Khudadadi ed è la proiezione di Cindy Ngamba alle Paralimpiadi. Ngamba è la pugile nata in Camerun e diventata a Parigi la prima rifugiata della storia a vincere una medaglia, il bronzo nella boxe, categoria 75 kg, dopo aver lasciato il suo paese per andarsene nel Regno Unito. all’età di 13 anni, con lo zio. A 16 anni cercò di presentare la domanda per iniziare l’università e così scoprì che suo zio, tornato in Camerun, aveva smarrito i documenti. Complicando non poco la sua situazione. Fu il momento in cui si accorse di essere stata portata illegalmente nel Regno Unito. La sua storia è stata ricostruita con precisione da Rivista Africa
“Con il fratello Kennet, nel 2019, Ngamba ha trascorso un periodo in un centro di espulsione a Londra, il periodo forse più difficile: la pugile infatti si era già dichiarata omosessuale e l’espulsione in Camerun avrebbe potuto significare per lei il carcere, perché nel Paese africano l’omosessualità è un reato. E questo, nonostante persino la figlia del presidente camerunese Paul Biya abbia fatto, di recente, outing sui suoi canali social, una dichiarazione con un chiaro scopo: “Cambiare le cose”.”
Dalle Paralimpiadi arriva la storia di Zakia Khudadadi, un altro storico podio, un altro bronzo per il Team Rifugiati in un altro sport povero, di combattimento, il taekwondo. Zakia è stata costretta a lasciare l’Afghanistan e “simboleggia la lotta di una donna pronta a tutto pur di esistere” ha scritto stamattina L’Equipe dedicandole una delle 13 pagine riservate alle Paralimpiadi. Tredici.

“All’improvviso – si legge – due bandiere hanno preso a sventolare sotto la navata del Grand Palais, quella della Francia che si univa alla bandiera dei profughi, come un legame tra le sue due vite”. Zakia ha dedicato “l’esistenza a sfidare l’ordine costituito, per superare i limiti del possibile sin dalla sua partenza dall’Afghanistan nel 2021, dopo l’ascesa al potere dei talebani. Un viaggio diverso da tutti gli altri di una personalità unica, in pericolo di morte perché proveniente dalla minoranza sciita Hazara. Donna, atletica, disabile dalla nascita (un braccio atrofizzato): soddisfaceva insomma tutte le caratteristiche invise ai leader del paese. La sua richiesta di naturalizzazione in Francia è in corso, dovrebbe ormai essere solo una formalità”. così L’Equipe racconta la sua partenza dall’Afghanistan in aereo dopo aver lanciato una richiesta di aiuto sui social network, il suo arrivo in una terra sconosciuta, la paura del vuoto senza avere con sé la famiglia. L’ambasciata francese a Kabul ha permesso a lei e un altro para-atleta di superare i posti di blocco a Kabul per entrare in aeroporto, grazie all’aiuto delle forze militari francesi. Nella massima discrezione è stata raggiunta dalla famiglia nel gennaio 2022, i genitori e suo fratello, tutti presenti ieri al momento di questa consacrazione. “Sono più felice che se avessi vinto l’oro” ha detto.
Anche Libération si è innamorato di questa storia [e del resto come non si potrebbe], così le ha dedicato un pezzo [QUI]