RUOTE
Notizia numero uno: nel ciclismo nuovo che cita quello antico è possibile andare a sbattere, cadere, spaventare il mondo con le tue condizioni di salute, starsene in ospedale 12 giorni, non salire in bicicletta per oltre 80, e al rientro andare forte in salita come il vincitore del Giro d’Italia. Questo è Jonas Vingegaard.
Notizia numero due: Tadej Pogacar è già in maglia gialla.
Notizia numero tre: il loro duello è cominciato. Sono scappati insieme nella seconda salita del colle San Luca (1,9 km al 10,6%) e hanno finito insieme. Incapaci di seguirli inizialmente, anche Remco Evenepoel e Richard Carapaz hanno impressionato risalendo la strada e tornando in coppia su di loro, nel finale. Romain Bardet è stato spogliato della maglia gialla per sei secondi, diciotto corridori hanno concesso 21 secondi al Titano, tra cui Primoz Roglic
Domanda delle domande. Prendere la maglia gialla così presto è un buon affare? Anche questa cosa sa di dilemmi Classici. Dice L’Équipe che “la maglia di leader generale impone responsabilità, stress e fatica che non è necessario accumulare fin dall’inizio, ma non sembra un carico troppo pesante da sopportare per Tadej Pogacar e la sua squadra”. Eppure, quando Tadej Pogacar è stato finalmente liberato dagli obblighi di protocollo, la tv, il podio, i fiori, le interviste, i sorrisi, i saluti, la pipì per l’antidoping, Jonas Vingegaard era già sul pullman, aveva fatto la doccia, si era pettinato e stava correndo verso l’hotel. “Ogni minuto di riposo conta e questo è solo uno dei costi legati alla maglia gialla” avverte il giornale francese. Mauro Gianetti, il direttore generale della squadra Emirates, l’ha messa così: «È sempre un buon affare avere la maglia gialla. È meglio iniziare davanti che dietro. Possiamo farcela».
Oh, la tappa se l’è presa un secondo francese, 23 anni, Kévin Vauquelin, che “ha già attraversato diversi periodi difficili, superati con temperamento. Laborioso – dice l’Équipe – grazie alla sua educazione in un ambiente modesto, versatile grazie al suo passato da pistard, ha le qualità di un campione”
LA CORSA PRIMA DELLA CORSA
TAPPA-3: PIACENZA – TORINO

Stamattina La Stampa ha accolto il Tour de France in Piemonte con un numero speciale. Sulla controcopertina un pezzo meraviglioso di Domenico Quirico, in una lingua raffinata e fiorita, musicale.
“I corridori vanno. I lunghi rettifili padani – ha scritto – le cittadine e i paesi dove il bucato sta ai balconi come orgogliose bandiere della provincia italiana sono già alle loro spalle. Duramente pedalano verso il traguardo di Torino. L’eterna piana è fatta per i velocisti: a meno che non ci siano imboscate. Gli aedi del giorno dovranno aspettare l’ultimo chilometro per scegliere i loro eroi, vincitori e sconfitti, perché il ciclismo, al contrario di altri cimenti più crudeli, non dimentica i vinti. Anzi li ama.
“Volete capire questo sport che è nato moderno, umilmente tecnologico nell’età delle carrozze, prima delle smanie della motorizzazione, e a Filippo Tommaso il futurista non parve vero di annetterselo da celebratore delle macchine e innografo dell’energia qual era, oggi vigorosamente già antico? Allora dovete andare sulle strade del Piemonte, oggi e domani. Al contrario del calcio che ha boati legati allo svolgersi del gioco il ciclismo ha un’eco che sembra non potersi mai stancare. Curvi nello sforzo i protagonisti hanno il volto duro. Fuggono a precipizio verso la gloria, che dura un giorno, Gli esteti poi vi diranno che il ciclismo non è uno sport, è un genere, come l’Opera e il western. E i generi declinano e spariscono come è sparita l’epopea in versi.
Se oggi vi allineate sulle strade del Piemonte, beh, potrete rispondere che quello è proprio il suo fascino: kermesse in costume e supplizio di fatiche, gigantesco business e poema lirico, commedia e guerra selvaggia”
LE STRADE DEL TOUR
KM 25 STRADELLA LA FISARMONICA NEI SANDALI DI BARTALI
Una delle prime fisarmoniche fu prodotta qui nel 1876 da Mariano Dallapè, arrivato dal Trentino. Fu un successone. Dallapè aprì una bottega e si mise a produrne, aprendo una tradizione e una scuola. Dopo arrivarono Ercole Maga, Enrico Massoni, Paolo Rogledi e Carlo Pasquin. Tra 1920 e 1940 il 10% degli abitanti era impiegata nella produzione di fisarmoniche. Paolo Conte, quello dei francesi che si incazzano per la strada nei sandali di Bartali, ha scritto La fisarmonica di Stradella – nel suo primo album del 1974.
KM 29 BRONI IL VINO CARO A GIANNI BRERA
Lo scrittore Andrea Maietti ha raccontato così della passione di Gianni Brera per il vino di Lino Maga, da Broni.
«Accanto al barbaresco o al Barolo che lui apprezzava e che beveva potendo permetterselo, alla fine andava sul Barbacarlo che era il vino della sua terra. Ora io ho capito come mai Brera amasse il Barbacarlo quando ho conosciuto il re o il principe, non so, il padrone del Barbacarlo che si chiama Lino Maga. E Lino Maga è breriano in questo senso. Lui sapeva che io lo conoscevo e io sapevo che lui conosceva me, perché entrambi avevamo qualcosa a che fare con Brera, ma non c’eravamo mai visti.
«Allora un giorno sono andato a trovarlo a Broni, dove lui ha la sua enoteca, dove vende vino, tutta fumosa, piena di cose qua e là. Quando sono andato lui aveva messo sul tavolo un tagliere con 4 o 5 bottiglie intorno e sul tagliere c’era un salame pavese con una coltella per affettarlo. C’eravamo appena salutati ed è entrato un cliente che voleva comprare penso 200 bottiglie, e lui ha detto: – senta io oggi ho un amico e non posso parlare con lei, venga un’altra volta se ha voglia.
«Dopo di che fumava una sigaretta dopo l’altra, allora dico Lino, ci siamo dati del tu più facilmente con lui, ma il fumo.. E lì ho scoperto che lui davvero era breriano, mi ha detto: – Hai ragione… parlava come un indiano, un capo sioux, mio figlio l’anno scorso mi ha portato da un luminare. Mi ha detto Signor Maga dopo 5 si rischia. Gli ho detto: – E tu? Ho detto: professore rischiamo.
«Un uomo meraviglioso. E capivo perché Brera gli fosse tanto amico e perché avesse fatto di tutto, Brera, per difenderlo nel suo tentativo di diffondere il suo prodotto, il suo vino».
[dal documentario C’era una volta Gioann – Produzione 3D]
KM 50 VOGHERA LA CASALINGA DI ARBASINO
Voghera e la sua celebre casalinga. In un articolo sul Corriere della Sera, lo scrittore Alberto Arbasino si attribuì la paternità dell’espressione. Arbasino ne rivendicava l’uso sin dagli anni sessanta, avendola utilizzata in alcuni pezzi di critica letteraria su L’Espresso. Disse di riferirsi ad alcune sue zie come rappresentanti del buon senso lombardo.
Secondo Parole per ricordare. Dizionario della memoria collettiva, curato da Massimo Castoldi e Ugo Salvi, il conio va attribuito a Beniamino Placido. Michele Loporcaro scrive in Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani (Feltrinelli, 2005) che nel 1966 il Servizio Opinioni della Rai aveva avviato un’indagine sulla comprensibilità di alcune parole [scrutinio, leader] tra la popolazione. I ricercatori dimostrarono che il tasso meno elevato era stato registrato tra le casalinghe di Voghera.
Le femministe da anni si battono contro la definizione.