Il sinnerismo dilagante si è mangiato il paolinismo – che infatti in quanto fenomeno non esiste. Povera Jasmine, la sconfitta di Jannik sta davanti alla sua vittoria nella gerarchie delle notizie, la prima italiana a giocare una semifinale a Wimbledon. Repubblica titola rispettivamente “Montagne russe” e “Profumo di Londra”. Il Corriere della sera ha in prima pagina una fotona di lui con “il malore, la rimonta, la resa”.
“A un certo punto di questo romanzo russo di quattrocento pagine (tempo di lettura quattro ore) con protagonista un italiano, la priorità è diventata rimanere vivo. Delitto e castigo, sarebbe stato un po’ troppo” attacca Gaia Piccardi sul Corriere della sera, dove dice pure che “i 163 centimetri di Puffetta sono diventati il metro di misura di un’impresa di cui a Londra parlano tutti, in conferenza stampa i colleghi stranieri provano a capire perché the little italian è arrivata in finale a Parigi e in semifinale a Londra”.
La Stampa dice “La favola e l’illusione”. Stefano Semeraro ha scritto: “Poteva essere un martedì tutto nero, quello italiano a Wimbledon, ma Jasmine Paolini, come è sua abitudine, quasi un vizio adorabile e ogni volta sorprendente, ci ha fatto tornare il sorriso. Non solo perché ha vinto, ma anche per come lo ha fatto. Una partita da vera regina dell’erba: angoli, coraggio, cazzimma da corsara e lucidità da geometra, attacchi in controtempo, volée e mezze volate alla Billie Jean King (16 punti su 17 discese a rete) che la traslocano – prima italiana di sempre – nelle semifinali dei Championships. Ecco, sì: chiamiamola pure Billie Jasmine Paolini, la guerriera extra small che giganteggia sul Centre Court; restiamo appesi alla sua J come a un gancio per il Paradiso, in attesa dell’altro quarto maschile di Lorenzo Musetti oggi contro Taylor Fritz, la seconda sfida Italia-Usa di questo finale di torneo strappa cuore e straccia nervi”.
Per la Gazzetta sono “Sorriso & Rovescio”. Lasciando perdere il malore, Paolo Bertolucci sulla Gazzetta accenna a un discorso più profondo. Dice che “i Big Three hanno fornito per anni una visione distorta dello sport, facendo credere che si potesse vincere sempre, ovunque e comunque. Ovviamente non è così, e dunque la sconfitta di Jannik contro un avversario forte come il russo rientra nel ciclo normale delle cose. È vero però che a Wimbledon, a parte il match contro Kecmanovic, non si è mai vista la versione più esplosiva dell’azzurro, quella per intenderci dei primi quattro mesi di stagione. Nel quinto, con un avversario dubbioso, Sinner avrebbe dovuto continuare a cercare strade alternative, e invece è tornato a provare le soluzioni di forza, forse perché si sentiva di nuovo a suo agio dal punto di vista atletico, ma si è trovato di fronte il solito muro, e la risposta del russo contro il servizio ballerino di Jannik ha fatto la differenza. Cambiare strategia quando il fisico non sostiene più le proprie idee tattiche: una lezione che Jannik saprà apprendere in fretta”.