Jasmine Paolini e l’apparente caos di Wimbledon. Perché l’erba di Londra non ha più padrone

  Nei 17 anni trascorsi tra il 2000 e il 2016, sei donne hanno vinto il titolo di Wimbledon, e le due vincitrici con più trofei portavano lo stesso cognome: Venus e Serena Williams, Petra Kvitova, Maria Sharapova, Marion Bartoli e Amelie Mauresmo. Da allora, compreso l’ultimo titolo di Serena, sette donne diverse hanno vinto Wimbledon in sette edizioni [Williams, Garbine Muguruza, Angelique Kerber, Simona Halep, Ash Barty, Elena Rybakina e Marketa Vondrousova]: oggi fanno otto con Jasmine Paolini o Barbora Kreicikova.

Paolini non aveva mai vinto una partita sull’erba fino al mese scorso, Krejcikova non era mai andata oltre il quarto turno a Wimbledon. Sono arrivate a questo sabato di luglio attraversando un tabellone nel quale le migliori al mondo sono cadute una dopo l’altra. Si sa quali sono le migliori, lo dicono gli albi d’oro degli Slam. Le prime quattro della classifica WTA – Swiatek, Gauff, Sabalenka e Rybakina – hanno messo le mani su 8 degli ultimi 9 tornei. Una tra Sabalenka, Swiatek e Rybakina è stata almeno in semifinale in tutti gli ultimi 13 major. Ma tra loro quattro solo Rybakina ha giocato una finale sull’erba. Così, in questa analisi davvero interessante, The Athletic scrive che Wimbledon in campo femminile sta diventando quel che era il Roland-Garros in campo maschile tra la fine degli anni ’90 e l’inizio o la metà degli anni 2000, quando ha premiato tre diversi vincitori [Albert Costa, Juan Carlos Ferrero e Gaston Gaudio] che non hanno mai più vinto un altro Slam nella loro carriera. L’olandese Martin Verkerk non è mai andato oltre il secondo turno in un torneo dello Slam, tranne a Parigi, dove nel 2003 ha giocato la finale.

Dice Charlie Eccleshare che in quel periodo sembrava che chiunque riuscisse a tenere testa alla terra rossa per qualche partita, avesse una possibilità di vincere il titolo, e qualcosa di simile sta accadendo nel tabellone femminile di Wimbledon, aggravato dalla brevità della stagione sull’erba, dalle diverse priorità delle migliori giocatrici del tour e da qualche variabile durante una partita. Il panorama del tennis femminile favorisce ascese fulminanti, ma anche cadute repentine, perché i tabelloni sono pieni di vulcani che dormono come li ha chiamati Matt Roberts nel suo Tennis Podcast. In questo Wimbledon c’erano 14 ex vincitrici di Slam nelle 128 caselle. In campo maschile erano 6, di cui due [Murray e Wawrinka] fisicamente malandati. 

Quest’anno – si legge su The Athletic – è stata Krejcikova a tornare sotto i riflettori. L’anno prossimo potrebbe essere Jelena Ostapenko, o una delle giovani giocatrici emergenti come Mirra Andreeva, in semifinale all’Open di Francia prima di perdere al primo turno qui contro la promettente ceca Brenda Fruhvirtova. Per certi versi, l’apparente caos di Wimbledon unito alla relativa prevedibilità degli altri major è una combinazione avvincente

Eh sì, rilancia Ava Wallace dal Washington Post, nessuno sport è definito dalla superficie di gioco quanto il tennis, e nessuna superficie è iconica quanto i rigogliosi campi verdi di Wimbledon. Segue una spiegazione per principianti su cosa voglia dire giocare su terra, su cemento o su erba, graficamente molto molto molto carina

Stefano Semeraro su La Stampa dice che si tratta di una finale imprevista, magari non nobilissima, ma se il dio del tennis vuole, lontana da muscolarismo imperante, più artigianato che industria pesante. Come Jasmine anche la Krejcikova sa fare tanto in campo, picchia con il diritto, affila il rovescio, con il servizio fa più male della Paolini ma rischia anche tanto: nessuna durante il torneo ha fatto più doppi falli di lei (21). In uno Slam poi conta anche sapersi guardare allo specchio e accettarsi nella giornate di vena più scarsa, finale compresa

L’avversaria di Jasmine Paolini è il prodotto – scrive ancora Semeraro – di una delle tradizioni più nobili del tennis, la scuola ceca, corrispettivo di quella danubiana nel calcio: tecnica, geometria, sentimento. Salendo per li rami, Barbora ha molte antenate illustri che hanno calpestato le radici del Centre Court in una finale: Martina Navratilova – anche se i suoi nove Wimbledon li ha vinti con il passaporto americano – Jana Novotna, Petra Kvitova, Karolina Pliskova e Marketa Vondrousova, la campionessa uscente; tutte tranne la Pliskova uscite dal campo almeno una volta con il Venus Rosewater Dish, il piattone della vincitrice, sotto il braccio. Solo gli Usa e l’Australia, tanto per fare statistica, ne hanno di più a referto.

Da una specie di mansarda abusiva ricavata in prima pagina in mezzo al calcio, la Gazzetta dello sport suona la carica: Vai Jasmine, fatti onore, battiti nel cimento di codesto sabato in cui l’Italia chiamò, anche se la notizia del giorno nello sport mondiale è che il Milan vuole due bomber, non solo Morata, no, c’è di più, il Diavolo tenta il sorpasso sulla Juve per avere Abraham, ammazza

TITOLI    

▥  Corriere della sera: “Rivoluzionaria e solare. Paolini all’assalto del trono con la spinta di Billie Jean

▥  La Stampa: Appuntamento con la storia” – Intervista a Flavia Pennetta: Paolini con due finali ha fatto più di Sinner

▥  Repubblica. Intervista a Flavia Pennetta: Paolini con due finali ha fatto più di Sinner

  VOCI

BARBORA KREJCIKOVA

➣  Si direbbe che tu sia una persona a cui piace tacere

«Assolutamente. Amo i miei spazi, stare con la famiglia, a casa, con i miei fratelli, mia nipote, mio ​​nipote. Mi diverto quando non sono nell’ambiente del tennis. Ma quando sono lì, lo vivo al massimo. Solo che non mi piace quello che c’è intorno»

➣  Non sono due stati d’animo facili da tenere insieme

«Sì, perché amo moltissimo il mio sport. Per questo vado a vedere tante partite, da spettatrice. Guardo gli stili di gioco, il modo in cui alcune giocatrici colpiscono la palla. Mi piace sentire il ritmo della partita, gli alti e bassi. Tutto, ecco, mi piace anche giocare di tutto, anche il doppio misto. Adoro giocare contro gli uomini. È una grande sfida. Mi piacciono le sfide. Più sono complicate, più mi piacciono. Nel doppio femminilemi piace la comunicazione con la mia partner. Tutto è più vario, fantastico. Credo che venga dal mio background. A casa parliamo molto anche di tennis, di cosa funziona, dove posso migliorare, su cosa dovrei lavorare… Tutto questo per dire che mi ha sempre appassionato.

➣  Già da giovane?

«Ho giocato perché mi piaceva. Non sognavo di diventare una professionista, non potevo immaginare che una bambina di una piccola città, senza un vero allenatore, potesse riuscirci. Intorno ai 16-17 anni, ho iniziato a giocare gli Slam jr, ho visto Serena Williams, Kim Clijsters, Maria Sharapova, e volevo essere nello stesso spogliatoio con loro. Questa era la mia motivazione

➣  E ha vinto il Roland-Garros nel 2021. Come lo ha vissuto? 

Non c’era alcun peso dietro questa vittoria, né mi sono detta che avrebbe potuto offrirmi una qualità di vita migliore. 

➣  Yannick Noah ha parlato del grande vuoto che si vive dopo un simile risultato… 

Per me è stato molto più facile, perché avevo la sensazione che non ci fosse molta attenzione su questo successo. Nella stessa edizione ho vinto anche il doppio e nessuno lo sapeva. Non è che in giro c’era molte gente che dicesse: “Oh mio Dio, Krejcikova ha vinto un titolo del Grande Slam, wow!” No. Per niente.

➣  E ne è dispiaciuta?

A essere sincero, pensavo che sarebbe stato diverso, perché una giocatrice che vince uno Slam cambia comunque la propria statura. D’altra parte non c’era molto che potessi fare. L’unica cosa che potevo fare era riprovare. E se questo non fa parlare di più di me, beh, pazienza. Mi piacciono i tifosi, inizio ad apprezzare i media, capisco meglio le cose e riesco a distinguere ciò che è positivo da ciò che è negativo. Un infortunio nel 2022 mi ha tenuta fuori per quattro mesi, ho avuto difficoltà a rientrare e i media cechi hanno iniziato a dubitare di me. Ho dimostrato che si sbagliavano. Penso di essere abbastanza forte mentalmente per gestire situazioni negative

➣  Si è chiesta i motivi di questa mancanza di riconoscimento?

Non ne ho idea. E sa perché? Io penso di giocare bene. Ho vinto una medaglia d’oro olimpica nel doppio. A dirla tutta, quando ho vinto a Dubai battendo le tre migliori giocatrici del mondo è successa esattamente la stessa cosa: nessun riconoscimento, nessuna richiesta mediatica particolare. Niente. Niente di niente. Anche se dentro di me era come se avessi vinto un altro Grande Slam

➣   Il suo caso è l’opposto di quelli di Emma Raducanu o Naomi Osaka, iper-pubblicizzate fin dal loro debutto.
Dev’essere stato difficile per Emma vincere uno Slam così giovane. Io avevo 25 anni ed era il momento giusto. Sono riuscita a gestirmi, avere buoni risultati anche in seguito, fino a essere la numero due del mondo. Alcune persone ce la fanno, altre vanno dietro ai follower. A volte abbiamo l’impressione che a volte siano le agenzie a decidere chi sarà la leader. Alcune persone lo accettano, ma può ucciderti. Io chiedo: ci interessano le qualità del tennis o gli status sui social?

➣  Lei è spesso relegata sui campi secondari…
Che ci posso fare, non dipende da me. Mi piacerebbe giocare più spesso sui campi principali. Ma cosa posso dire? Spetterebbe agli agenti impegnarsi in questa faccenda. Ce ne sono alcuni che si sono presentati a dirmi che si sarebbero presi cura di me, con contratti e cose del genere. Ma poi non l’hanno fatto davvero. Sono rimasta davvero delusa. Ho chiesto: In cosa sbaglio?’ In niente’, mi hanno risposto.

[intervista di franck ramella, L’Équipe]

TITOLI    

▥  Corriere della sera: “Il vecchio leone ferma Musetti” – Gaia Piccardi ha scritto: Quando la bellezza è effimera, il diavolo non la teme. I due punti più spettacolari della semifinale di Wimbledon li firma Lorenzo Musetti — un rovescio in back strettissimo, tirato da Trafalgar Square, e un dritto in corsa che passa largo rispetto al paletto della rete, e poi atterra nel sette accarezzando il gesso —, però a giocarsi il titolo con Carlos Alcaraz, domenica nella rivincita dell’anno scorso, va il vecchio leone ancora capace di ruggire, a caccia degli ultimi scampoli d’immortalità

▥  Repubblica: Musetti da applausi, ma contro Djokovic non basta ancora

▥  La Stampa: Musetti è bello, Djokovic impossibile. C’è sempre lui a spegnere i sogni

▥  La Gazzetta dello sport: “Nole tornato al top contro Super Alcaraz, finale giusta e aperta” – Paolo Bertolucci ha scritto: Nole ha tenuto un rendimento al servizio eccezionale, in risposta ha trovato profondità e precisione con grande continuità, da fondo ha spinto dal primo all’ultimo punto, si è mosso con l’agilità di un felino e ha lucrato alla grande sulle tante discese a rete di cui si è reso protagonista, una variazione rispetto ai canoni classici del serbo che lo rende ancor più micidiale e concreto. Lorenzo non poteva fare di più, ha provato a contrastare il formidabile avversario con tutto il notevolissimo arsenale tecnico di cui dispone, e la sconfitta non rappresenta certo una bocciatura. Nell’altra semifinale, Alcaraz ha confermato di possedere una varietà di soluzioni che alla lunga si è rivelata indigesta per Medvedev, che si esalta se può giocare sul ritmo appoggiandosi ai colpi degli avversari, ma finisce fuori giri se deve contrastare uno sfidante che gli mette dall’altra parte una palla diversa ad ogni scambio. E Carlos ha sciorinato il meglio del repertorio, dalla palla corta agli attacchi in controtempo, fino ai tagli maligni seguiti da frustate improvvise

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