La solitudine del cronoman, l’ala destra del ciclismo

FRAMMENTI D’AUTORE

LA CRONOMETRO NEL CICLISMO

 È un’arma devastante, la cronometro, sosteneva Mario Fossati, mentre per Gianni Mur, nelle cronometro non serve alcuna tattica se non quella di andare forte, in solitudine. Nella solitudine del cronoman ha indagato Gian Luca Favetto in Italia provincia del Giro [Mondadori, 2006], dove scrive che i ciclisti non portano in faccia le età di mezzo. Hanno volti giovani o vecchi che non dipendono dagli anni. Volti che si segnano e si sciupano tutti in un momento, in una salita, dopo una vittoria o una sconfitta, durante una cronometro. È una gara per ossessivi, la cronometro, per marziani. Il velocista è come il portiere nel calcio, non deve pensare quando scatta, deve uscire a valanga alla conquista della vittoria.

Favetto paragona il cronoman all’ala destra del calcio, alla sua solitudine. Corre lungo il ciglio della strada, sulla fascia, quasi mai in mezzo, ogni tanto svaria, va a sinistra, poi torna a destra, segue una sua traiettoria mentale, dribbla i fantasmi e la noia. Solo che il ciclista non arriva mai al cross, va direttamente in rete, dopo chilometri e chilometri. Entra in rete, quando taglia il traguardo. E non gioisce. I cronomen non gioiscono al traguardo, non alzano le braccia al cielo, continuano a tenerle sul manubrio. Neanche uno scalatore, né un velocista, neppure un gregario, nemmeno se vince a sorpresa, esulta alla fine di una cronometro. Rifiata, rialza la schiena e scrolla la testa.

I cronoman hanno corpi che sono prolungamenti della bicicletta, o il contrario, va bene uguale. Le biciclette a cronometro – dice Favetto – sono mostruose, giocattoli futuristi per bambini cresciuti, torelli meccanici da fiera paesana – ci sali in groppa, metti un euro e ti disarcionano. Sella alta, manubrio basso dotato di corna e protuberanze che chiamano spinaci. Faccia in giù e culo in su. In posizione di discesa. Dicono, aerodinamica. Da mal di schiena, penso. Da colpo della strega. Ma è così che si va

Una delle definizioni più celebri di Gianni Brera è che la bicicletta è un anti-cavallo. Per essa l’uomo diventò somiero di se stesso e si esaltò del proprio vigore. Bicicletta e uomo si fusero con gli anni fino a suscitare misteriosissime simbiosi dinamiche. Uomini difformi piccoli sgraziati ottennero con la bicicletta risultati sportivi strabilianti. I “giganti della strada” nacquero dall’impulso turistico dei poveri e dal loro desiderio di rivincita sociale. I borghesi abbandonarono la bicicletta, di cui erano stati entusiasti, non appena si accorsero che era di tutti, e che non giovava a distinguerli. Scopersero il motorismo e lasciarono la casta ebbrezza del pedalare ai più poveri di loro

Così succede che in una tappa a cronometro, ha scritto ancora Favetto, senti il tuo respiro come un mantice, percepisci tutti i muscoli, cerchi di modulare lo sforzo, di interpretare il tuo corpo al limite e mantenerti sempre sotto la soglia del possibile crollo, è un tempo in cui sei terribilmente solo, sei con te stesso, uno che non sta bene con se stesso non può fare la cronometro, racconta. Quando viaggi in gruppo, la maggior parte dei sensi è tesa, sul chi vive, ma ogni tanto ti distrai e vai con la mente altrove, in certi momenti riesci anche a guardarti attorno e vedere quale Italia attraversi, cogli gli odori, la natura, la gente, ma anche in gruppo sei solo, un corridore è sempre solo con la sua bicicletta, è tutt’uno con la sua bici e tutto solo, cerchi di assecondare le sensazioni del corpo, di superare le crisi transitorie, con la testa provi ad anticipare gli eventi, racconta

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