Lamine e Nico, due frecce per seppellire il tiki taka

La Spagna entra agli Europei parlando il linguaggio delle emozioni, parlando ai cuori. Il merito è di Jorge Valdano, spagnolo d’adozione, madrileno per elezione, argentino di nascita, campione del mondo 86. Il debutto della Spagna cade di sabato, il giorno della sua rubrica settimanale su El Pais – che Valdano consacra a un grande classico, il ricordo del discorso tenuto da Carlos Bilardo negli spogliatoio il giorno della finale con la Germania. 

Tra le tante cose che disse Bilardo, solo una mi commosse: «Oggi in Argentina non c’è scuola, quindi i bambini ci guardano» . I grandi tornei – scrive Valdano – continuano a riportarmi all’infanzia. ‌L’infanzia è il luogo in cui un calciatore mette in pratica i suoi sogni e le sue sfide. Dove si annidano le prime storie. La mia famiglia era diventata più piccola da quando mio padre era morto. Mia madre era il capo supremo, mio ​​fratello maggiore l’uomo di casa a otto anni e io, a quattro, un bambino che abbracciava il suo pallone. Il calcio non mancava: le partite ai pascoli, le conversazioni, il filo conduttore delle voci alla radio e delle letture della rivista El Graficoo.

Valdano racconta allora di quando si allenava di giorno, studiava di notte, viveva in un’umile pensione con deo ragazzi provenienti da tutto il paese, e suo fratelli gli diceva no, non ce la farai mai.  ‌Tutto era più lento di quanto suggeriscono questi paragrafi – dice – ma più veloce di quanto fosse appropriato per la mia età. Così si è messo in cammino verso la gloria, fino al corteo incessante di persone che volevano vedere il figliol prodigo al ritorno dal Mundia, e io scattai centinaia di foto con la medaglia che avevo vinto appesa al collo. Alle due del mattino chiudemmo il corteo promettendo che ce ne sarebbe stato un altro il giorno dopo. Finalmente soli, mia madre, mio ​​fratello ed io ci riunimmo nella stessa cucina che era sempre stata il nostro centro d’incontro. Fu lì che una frase mi regalò un’altra medaglia dal valore inestimabile. Mia madre la disse a mio fratello: «Allora? Ci è riuscito o non ci è riuscito?»”.

Ecco, dice Valdano, arrivano la Copa América e gli Europei. In quante piccole storie hanno recitato questi eroi che sono solo uomini che giocano? E, soprattutto, quanti sogni diventeranno realtà?.

 

TRAME I RAGAZZI PER SUPERARE IL TIKI TAKA

I sogni diventano realtà adesso per Lamine Yamal e Nico Williams, la freschezza aggiunta al motore della Spagna. Iñako Díaz-Guerra  su El Mundo è  deciso e drastico. Se il cittì De la Fuente non li fa giocare, sbaglia di grosso. 

Una volta ritirato definitivamente, e tardivamente, il tiqui-taca, che ci ha regalato cinque anni di gloria e dieci di torpore – scrive da Madrid – la modernità è arrivata in Nazionale e l’unico dubbio è se lo spirito conservatore di Luis de la Fuente sia capace di comprenderla, di lasciare che la gioia fluisca

La gioia, ovviamente, sono Lamine Yamal e Nico Williams.

Anche un allenatore intelligente come Luis Enrique è caduto nella trappola della tradizione all’ultimo Mondiale. Siamo i migliori in questo campo da molto tempo, continuiamo a fare le stesse cose anche se il mondo si muove in un’altra direzione. Ci diciamo che se siamo andati bene finora, possiamo proseguire così. È un ragionamento assurdo, destinato al fallimento, come se i Borboni continuassero a sposarsi fra cugini. Bisogna capire quando fermarsi. È così che siamo andati a sbattere contro il Marocco, con il 77% di possesso palla, 1.019 passaggi completati e un solo tiro in porta. Mentre il resto del calcio correva, la Spagna camminava, preferibilmente in orizzontale. Lentamente ma inesorabilmente verso il nulla.

L’epilogo di questa analisi cruda contro l’idea contemporanea egemone del calcio coinvolge dunque la favolosa esplosione di un adolescente di Esplugues de Llobregat e di un ventenne di Pamplona, ed è giustamente poetico – scrive El Mundo – che in questo momento, proprio in questo momento, le grandi speranze della squadra vengano da due spagnoli neri, figli dell’immigrazione.

Dal punto di vista tecnico, Yamal e Williams offrono alla Spagna un nuovo scenario, uno scenario nel quale non c’è più bisogno di impastare la palla per ore, per cercare di segnare un gol per noia. Adesso abbiamo la capacità di creare una giocata artistica dal nulla e in un torneo breve, fatto di partite secche, il talento puro e quell’animale in via di estinzione chiamato dribbling sono ancora più decisivi. Un’azione, e cambia tutto. Non è chiaro se De la Fuente farà spazio a entrambe le ali nella formazione titolare. Lui è tentato di mantenere un ancoraggio al passato cedendo il posto di una delle ali a qualche membro del suo esercito di buoni, ma non eccezionali, centrocampisti di linea. Sarebbe un errore. Sappiamo già come finisce quel film. La sfida emozionante sta nell’accettare il caos, liberare il kraken e vedere cosa succede. Giocare per vincere, perché i complessi e i traumi da perdenti sono morti nel 2008. Se deve essere un disastro, che almeno sia splendido. La Spagna può vincere gli Europei? Difficile, molto difficile. Ma almeno con Lamine e Nico può sognarlo

Il giornale catalano Sport conviene: La Spagna inizia senza grandi stelle, senza grandi marcatori, con una difesa che deve essere al massimo livello e, sì, con un buon centrocampo guidato da Rodri, forse il miglior giocatore di posizione del mondo, ma curiosamente, molte delle speranze di questa squadra passano attraverso le scarpette di Lamine Yamal, che un giorno prima di giocare la finale potrebbe compiere 17 anni. È senza dubbio il talento più grande che la Spagna avrà in campo e il calciatore più diverso nell’intera rosa. De la Fuente deve essere coraggioso e dare spazio alle sue incursioni sulla fascia. Per Lamine questa chiamata arriva molto presto, ma può diventare il grande eroe degli Europei. Al Barça non ha potuto fare tutto, ma è stata la grande novità della stagione e la bandiera del progetto futuro

D’accordo El Confidencial: La sicurezza e le stravaganze di Williams e Yamal, così come il talento di Pedri, sono il patrimonio di una squadra che non è tra le grandi favorite, ma che nessuno vuole affrontare

Secondo Emilio Contreras di Marca, invece, i due giocatori che spiccano nel loro ruolo sono Rodri e Carvajal. Ma non è questo che gli preme dire. L’editorialista di Marca vuol difendere chi una stella non è, quel Morata da molti presentato come l’anello debole. Invece, scrive, il tridente della Spagna è migliore di quello che sembra, Morata compreso. Morata non è Villa o Torres, ma è migliore di quanto i suoi haters ci facciano credere. Sì, è vero il suo finale di stagione con l’Atlético è stato inappropriato per il suo livello, ma Morata in Nazionale è un 9 affidabile, il quarto capocannoniere della storia. Morata è più di quello che sembra. Grande attenzione sulla stampa spagnola anche per Modric, ovviamente, il patriarca che torna nel suo rifugio sentimentale ha scritto El Paisal termine di una stagione in cui gli spazi nel Real si sono ristretti per fatali motivi anagrafici. 

Dopo una stagione difficile in cui ha perso importanza a Madrid, il numero 10 bianco torna a competere con la Croazia, dove continua a essere il riferimento numero uno.In conferenza stampa Modric ha detto: «Se mi avessero dato un pezzo di carta su cui scrivere quello che volevo realizzare nella mia carriera, avrei avuto paura di desiderare tutto questo»


PAROLE Il C.T. DELLA SPAGNA

Θ  Che torneo prevede?
«Mi sembra l’edizione con il livello tecnico più alto della storia. Non è rimasto fuori nessuno, mi aspetto un torneo apertissimo, senza un favorito chiaro e con 8-10 squadre in grado di vincere, tra le solite grandi e le rivelazioni. Può essere un Europeo storico per il calcio, di quelli che segnano un’epoca».
Θ  E l’Italia?
«Ottimi giocatori e un allenatore eccezionale. L’Italia resta sempre una grande potenza calcistica, pur in un momento storico che io definirei incomprensibile: fuori da due Mondiali e in mezzo la conquista dell’Europeo».
Θ  Rispetto a un anno fa abbiamo un nuovo tecnico.
«Il cambio da Mancini a Spalletti dà una connotazione più offensiva alla squadra. Col Napoli Spalletti ha offerto una proposta coraggiosa, basata sul controllo del gioco e sulla versatilità della proposta tattica. Penso che più che il sistema di gioco o la proposta tattica conti l’idea. I primi danno ordine ed equilibrio ma a fare la differenza è la seconda, e mi sembra che Spalletti vada in questa direzione: vuol far passare la sua idea, poi modulo e tattica si adatteranno. E la sua visione è molto offensiva, vuole una squadra che sappia attaccare, a cui piace essere sfacciata e che mantenga l’iniziativa della partita. Un po’ come piace a noi».
[intervista di Filippo Maria Ricci, La Gazzetta]

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