Tu mi hai detto “Chiudi gli occhi e riposa”
E io, adesso, chiudo gli occhi
[Lucio Dalla, Ayrton]
Successe al settimo giro, poco dopo le due del pomeriggio, l’Italia era persa nell’indolenza di un Primo Maggio domenicale. Due volte festa, ma quale festa. Ci sono due domande che a distanza di trent’anni ci facciamo sul conto di Ayrton Senna a Imola. La prima parte da ieri e guarda oggi: quanti Mondiali dopo il terzo avrebbe ancora vinto, se non fosse morto. La seconda invevce parte da oggi e arriva a ieri. “Nella moderna Formula 1, l’incidente del pilota brasiliano molto probabilmente non sarebbe finito in tragedia”. Lo ha scritto Michel Milewski su Die Welt, quotidiano tedesco, il paese di Michael Schumacher.
La prima questione rimane aperta, la seconda ha una risposta chiara. La Williams di Senna entrò nella curva del Tamburello a 307 km orari e colpì il muro a 220. Gary Hartstein, ex capo dello staff medico in Formula 1, ha spiegato più volte che con gli pneumatici di oggi “l’incidente di Senna non sarebbe fatale, non sarebbe più grave di tanti altri incidenti molto più gravi avvenuti da allora” si legge su Die Welt.
| Umberto Zapelloni ha dedicato il suo libro più recente alla rivalità tra Senna e Prost. Si intitola La sfida infinita e qui è possibile leggerne un estratto. In un pezzo sul Foglio ha scritto: “C’è ancora tanta voglia di Senna. Chi ha vissuto i suoi anni non lo dimenticherà mai, perché Ayrton è stato un pilota che è andato oltre il suo sport. Non era solo veloce, magico in qualifica, nei sorpassi o sotto la pioggia. Oltre al pilota c’era l’uomo e non era un uomo banale. Era mistico, profondo, triste nello sguardo, ma spesso riusciva a essere dolce nelle parole come nei gesti verso il suo Brasile. Ma poi quando chiudeva la visiera del casco giallo e verde diventava feroce, spietato, sempre al limite e qualche volta pure oltre, un bastardo vero come raccontano molti suoi colleghi. Ma chi tra i grandissimi non ha mai dato un colpo sotto la cintura?”.
| Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera ha detto che “chi ricorda Senna, chi racconta Senna, come in questo caso, finisce per descrivere un uomo che somiglia ad altri, somiglia a noi, alle prese come siamo con un qualche turbamento, con gli affanni dell’esistenza. Il dubbio al pari di un controcampo forse dolente, di certo utile. Sta qui la spiegazione prima e implicita di una comunanza che al tempo resiste, abbinata ad un finale tragico, esposto pure quello, dentro il fine settimana più ansiogeno della Formula 1 moderna. Uno schiaffo violentissimo: velocità e rumore, soppiantati dal sangue”. Una decina d’anni fa anche Terruzzi ha pubblicato un libro su Senna, Suite 200, l’ultima notte di Ayrton ambientata nella sua ultima camera d’albergo. Il libro è stato premiato con il Bancarella Sport.
| Lucio Dalla scrisse per Senna una canzone, Cesare Cremonini ha scritto invece la prefazione al libro Perdere Senna di Giorgio J. Squarcia. “Perché la morte di un poeta è così diversa da tutte le altre? Non è così quando muore un eroe. L’eroe in fondo deve morire per contratto, fa parte del suo copione. L’eroe non ha nulla di divino. Il poeta sì. Il poeta parla con Dio. “Il poeta è sacro!”. È questo che ha lasciato Senna, che non era un eroe. Nella letteratura dello sport, Senna era un poeta”
| Maurizio Crosetti su Repubblica lo ha definito “un uomo a forma di temporale. Dieci anni è durata la grande avventura sui bolidi, ma prima lui aveva governato i go kart come se fossero astronavi per le stelle, un fuoriclasse della messa a punto, pignolo come nessuno. Tanto si dimenava nel combattimento con la macchina, Ayrton, da scrostare con le suole la vernice dal telaio. Perché è così che funziona, finché non hai dato tutto non hai dato niente, e pazienza se poi quel tutto svanisce di colpo. Prima, è stata solo vita”.

| Alessandra Giardini su Domani ha raccontato Senna attraverso i ricordi di Angelo Orsi, il fotografo che lo ha seguito per tutta la carriera. L’incontro: «Mi girai e mi trovai davanti questo ragazzino pallido, magro, che mi dava del lei. Mi disse: è un grande piacere conoscerla, perché io seguo Autosprint, è l’unico giornale che scrive delle gare minori, quelle che faccio io. Gli chiesi cosa potevo fare per lui, e lui fu molto diretto. Il prossimo anno correrò in Formula 1 e diventerò campione del mondo, disse così». L’accordo professionale: «Aveva già un’agenzia inglese, la Sutton, e io non volevo rubare il lavoro a nessuno. Ma lui mi rassicurò: continuerò a prendere le loro foto perché sono perfette commercialmente. Però le vostre hanno un’anima, quando le vedo mi emoziono, e io voglio emozionarmi». Il feeling: «Un giorno mi chiese perché sparivo sempre alle sette di sera del giovedì. Gli spiegai che andavo a fare un giro di pista a piedi, per vedere tutte le possibili posizioni, per capire dove potevo fare foto diverse da quelle dell’anno prima. Si illuminò: io non conosco tutti gli autodromi, posso venire con te? Da lì in poi tutti i giovedì sera facevamo i nostri giri di pista a piedi, studiando i percorsi, le altezze dei cordoli, gli avvallamenti. E così, chiacchierando del più e del meno, diventammo amici».
Orsi dice che oggi «non credo che sarebbe rimasto nella Formula 1. Ogni tanto penso che si sarebbe dedicato alla politica, magari sarebbe il presidente del Brasile». Giardini ricorda che “per sei mesi, ogni settimana, Autosprint aveva messo in copertina la foto del piantone spezzato” Fu così che la rivista chiedeva la verità, un processo, qualcosa nei paraggi di ciò che chiamiamo giustizia. Orsi era per caso piazzato proprio alla curva del Tamburello, «ero troppo agitato, completamente fuori, la mia macchina ogni tanto scattava da sola, senza che io inquadrassi. Fu una cosa tra la mia macchina e lui. Guardammo le foto, io, Mirco Lazzari, il direttore Carlo Cavicchi e Franco Nugnes. C’erano quattro scatti molto crudi, Franco svenne. Ci guardammo negli occhi e decidemmo: avevamo tutto quello che serviva per i nostri lettori, quelle quattro foto non le avrebbe viste mai nessuno. Penso che 99 fotografi su 100 avrebbero fatto la scelta opposta. Quando Mirco uscì dalla redazione venne a dirmi che fuori c’erano delle agenzie brasiliane, offrivano cifre incredibili. Ma le foto le abbiamo distrutte».
| Lorenzo Pastuglia per il Corriere di Bologna ha rintracciato trent’anni dopo Giovanni Gordini, all’epoca responsabile del 118 presente quel giorno a Imola. Oggi è il direttore della Rianimazione dell’Ausl. «Respirava autonomamente, ma era già in coma. Aveva perso sangue dalla ferita sopra la sopracciglia destra per il colpo della sospensione, il danno più grave era alla base del cranio, dove le arterie erano lesionate dopo l’urto. Ne scaturì un’emorragia esterna e interna, oltre alle lesioni al cervello. Perdeva anche sangue dalla bocca, tanto che l’equipe ebbe difficoltà a intubarlo e fu costretta a una tracheotomia. Data la gravità della situazione, decidemmo di fare scendere l’elicottero in pista per portarlo al Maggiore. Era attaccato al ventilatore meccanico polmonare ed ebbe due rallentamenti del battito cardiaco. Lo facemmo ripartire, ma le condizioni erano comunque disperate. Eravamo una decina tra anestesisti, infermieri, radiologi e chirurghi. Abbiamo stabilizzato le condizioni controllato i primi esami del sangue e, fatta una Tac, lo abbiamo portato in rianimazione, all’11° piano dell’ospedale. Più tardi è stato fatto l’elettroencefalogramma, che purtroppo era piatto. Abbiamo capito che non si potesse fare nulla».
L’ITALIA
Siculiana, provincia di Agrigento. Le radici di Ayrton sono là. Emanuela Audisio è andata in Sicilia a ricostruirli e ne ha scritto per il Venerdì un paio di settimane fa. Raccontava:
“Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1850, al Brasile iniziò a mancare la forza lavoro nelle zone in cui si stava espandendo la coltura del caffè, così il governo brasiliano cercò di attirare nuova manodopera, preferibilmente europea e bianca. Giovanna Magro, la trisavola di Ayrton, partì da Siculiana con i genitori, una sorella e due fratelli (altri due erano morti piccoli) sul piroscafo Matteo Bruzzo, la nave degli emigranti, e arrivò in Brasile con uno dei tanti viaggi della speranza il 6 dicembre 1894. Aveva 18 anni, era analfabeta, alla voce professione scrissero: domestica. Dopo il viaggio faticoso, non certo una crociera, per tutti c’era una lunga quarantena. Incontrò Luigi Sena che invece veniva dalla provincia di Napoli e finì a Cachoeiro de Itapemirim nello Stato dell’Espírito Santo. Il cognome da una trascrizione all’altra oscillava tra Sena e Di Sena e poi la n raddoppiò e rimase Senna. I due si sposarono subito, nel 1896, a Castelo, nessuno di loro però finì a fare il bracciante agricolo, lui pare aprì un commercio. Ebbero un figlio, Joao, che è il nonno di Ayrton. Giovanna restò vedova a quarant’anni e morì a 79. Nessuno di loro tornò più in Sicilia, fine della storia. Ma anche l’inizio di una ricerca che attraversa povertà, guerre, rivolte, terre, documenti scritti a mano con calligrafia spesso incomprensibile, liste del catasto, amministrazioni divergenti tra Stato e Chiesa. Giovanna, la trisnonna, risultava vivere allo stesso indirizzo della famiglia, ma il certificato di matrimonio dei suoi non esisteva. Suo padre era un borgese, termine con cui si indicava un piccolo-medio imprenditore agricolo, padrone dei suoi strumenti di lavoro e degli animali da aratro. Come era possibile, in una famiglia così cattolica, non essere considerate illegittime con genitori non sposati? In realtà il matrimonio c’era stato, ma solo in chiesa, quello civile avvenne molto dopo”.
LA FEDE
Antonio Giuliano su Avvenire ha ripercorso quel tratto del suo percorso umano legato alla fede, compresi i passaggi premonitori sulla sua fine.
«Nada pode me separar do amor de Deus » («Nulla mi può separare dall’amore di Dio») c’è scritto sulla lapide al cimitero di Morumbi in Brasile. Una frase molto simile a quella scritta sul biglietto che fu trovato dentro la tuta dopo la sua morte.
Manish Pandey, scrittore e produttore del bellissimo documentario di Asif Kapadia, ha detto: «Ayrton era un cattolico devoto. Cosa che nessuno di noi condivideva, né Asif (musulmano), né James, l’altro produttore (cristiano) né io (indù). Eppure sentivamo profondamente che la storia di Ayrton sarebbe stata incompleta senza questo pilastro monumentale della sua vita: un pilastro sul quale si è retto che spesso è stato frainteso e utilizzato come una mazza per sconfiggerlo dai cinici avversari e dalla stampa… Ciò che lo feriva di più erano le critiche pungenti secondo cui, poiché credeva in Dio, lo rendeva in qualche modo invulnerabile o immortale». Racconta Avvenire: “Il 1 maggio del 1994 Senna non voleva più correre, la morte il giorno prima di Ratzenberger su quella stessa pista lo aveva scosso. Quell’ultima mattina però si svegliò e aprendo la Bibbia a caso come faceva spesso lesse un testo – spiegò poi sua sorella Viviane – in cui capì «che avrebbe ricevuto il dono più grande di tutti: Dio stesso». Andò dunque incontro al Destino con la consapevolezza di chi si sente comunque al sicuro”.
DAGLI ARCHIVI
La vigilia della corsa dopo la morte di Ratzenberger
di carlo marincovich, Repubblica
“E oggi si corre lo stesso. Ma con che animo? Ayrton Senna è triste, commosso, teso, ma corre perché il suo mestiere è quello, perché finora ha collezionato due ritiri in due gare, perché la Williams, la Renault, lui stesso, devono riscattarsi e cominciare a costruire un campionato utile. Ma a Senna, ieri, è bastato un cenno, senza esitazione, per rinunciare alle prove. Ha la pole position e vuole vincere questa corsa, ha i mezzi anche tecnici per dimostrare che lui e la sua squadra non sono finiti, ma che anzi il campionato è apertissimo nostante le due vittorie iniziali di Schumacher. E anche Schumacher parte con tristezza. Ieri piangeva, ma oggi è un altro giorno e deve difendere il suo mondiale. il povero Ratzenberger, che in Giappone era arrivato undicesimo. Per un esordiente di 32 anni, incallito da lungo anonimato, che aveva trovato gli sponsor per approdare in F.1, era come toccare il cielo in una stanza. E ieri mentre giaceva forse già morto alla Tosa, nel paddock, nei box, nei dintorni di questo lugubre evento circolavano agghiaccianti domande: ma quale era ? Che faccia aveva?”
Ritratto di Ayrton
di gian paolo ormezzano, la Stampa
“A lui non spiaceva che si parlasse molto del pilota Senna, forse gli sembrava che così venisse lasciato in pace l’uomo, intorno al quale lui voleva lavorare parecchio, con calma e attenzione, come su di un motore. Anche perché certe volte lui parlava di Dio e subito glielo mettevano a fianco come un compagno di rally (d’altronde lui aveva presentato il suo misticismo come una colata di divino arrivatagli splendidamente addosso, un giorno a Montecarlo). Diceva che il suo unico libro era la Bibbia e gli rinfacciavano, sotto sotto, di non avere letto niente d’altro. Educato, coraggiosissimo, sincero, timido. Aveva accusato nel 1989 – Balestre, francese presidente della federazione internazionale, di avere favorito Prost nelle decisioni disciplinari legate ad un Gran Premio in Giappone, lo avevano escluso dalle competizioni ’90, era riuscito, con una lettera sapiente, a farsi riammettere senza cedere un atomo in dignità e convinzioni. Era rigido, severo, preciso, pignolo, giapponese, cortese. Vestiva semplice ed elegante, non sbagliava il colore di un calzino come il tono di una risposta. Igienista mistico, il footing dei fachiri. Gran piallatore di episodi duri, scabrosi: le polemiche passavano attraverso di lui che le filtrava senza snaturarle, ma rendendole chiare. Non uno che non lo stimasse. Pochi che, conoscendolo, non lo ammirassero. Poche ore prima di morire aveva parlato con un giornalista spagnolo che ha un nome italiano, Corbetta, e si era messo d’accordo per visitare a Barcellona, nei giorni del Gran Premio, un ospedale di bambini malati di Aids terminale”
Il lutto del Brasile
di emanuela audisio, Repubblica
“Dall’attico di Toquinho che con Chico Buarque de Hollanda e con Caetano Veloso è l’ anima della canzone brasiliana la morte di Ayrton Senna sembra ancora di più qualcosa di sbagliato, di poco sportivo, uno schiaffo dato ad un paese che non lo meritava. Tutto quello che il calcio ci aveva tolto, che non ci dava più, come realtà ed illusione, ce lo ha dato Ayrton. Lui non era come Fittipaldi che si accontentava del piazzamento, di esserci, lui voleva essere primo, solo così si placava. E solo così ci placavamo noi, sempre pronti a metterci nel suo abitacolo, sempre costretti nel nostro paese a non finire primi da nessuna parte”
Poi tutto riprende come prima
di enzo biagi, Corriere della sera
“Vorrei che la morte di qualunque creatura umana. un campione del volante o un tassista, fosse accompagnata dal silenzio o dal pudore delle parole. La scomparsa di Ayrton Senna suscita ovvi
sentimenti di pietà, ma anche ondate insopportabili di rettorica.
Ho sentito parlare in tv di «incredulità, rabbia, costernazione, sdegno»: davvero c’è da stupirsi se un «bolide», come lo chiamano le cronache non tanto enfatiche, che viaggia a trecento all’ora, per un guasto meccanico, per un attimo di insicurezza del pilota, va a finre contro un muro, e una giovane vita si spegne? È un lavoro, un mestiere: che contempla il rischio. È uno sport violento, come il pugilato: ogni tanto si riaccende la polemica, poi tutto riprende come prima. A
Imola, dopo due morti e parecchi feriti, gli appassionati dello spettacolo hanno invaso la pista sventolando bandiere.
È la legge del circo che trionfa: avanti col prossimo numero. La rappresentazione deve continuare. E i fiori sulle bare appassiscono in fretta. Ci saranno sempre gli spasimanti del brivido”.