
Questo è un posto di nomi pieno di consonanti, un posto di silenzio e di rumori, entrambi spaventosi. Una volta al cancelletto di partenza Didier Cuche vomitò per la paura, forse era tensione, forse tutt’e due. Se ne stava lassù come tutti ai 1665 metri dell’Hahnenkamm Bergstation, aspettando di gettarsi verso la Mausefalle, la trappola per topi, un salto che può arrivare fino a 80 metri, quasi fossero quelli dal trampolino con gli sci lunghissimi. L’inversione a U si chiama Karussellkurve, la curva della giostra, un ingannevole nome adatto ai bambini, in realtà una fettuccia verso la la Steilhang, il pendio ripido, due curve che introducono alla stradina centrale. È il Brückenschuss, il ponticello, e dà sull’Oberhausberg – dove si rallenta. Si rallenta perché poi arriva il circo, l’Hausbergkante, il passaggio simbolo di tutto, un salto e una curva una dietro l’altro, dove “pendenza e forza centrifuga che caratterizzano la lunga diagonale pungono come aghi affilati i muscoli già allo stremo” spiega bene Marco Castro su Eurosport. Sullo Schuss finale si toccano i 150 km orari.
Tutta questa catena di follie si chiama Streif, la pista che sta allo sci come Wimbledon sta al tennis. Gli ultimi a farsi male qui nei giorni scorsi sono stati Alexis Pinturault [stagione finita] e Aleksander Kilde.
“La Streif – scrive ancora Castro – è una pista tanto ambita quanto temuta. Un mostro sacro che desidera rispetto, ma che richiede anche audacia e una giusta dose di follia per essere domata. Chi vuole vincere qua, in un tracciato che più di ogni altro non perdona nulla, dev’essere impeccabile fisicamente e mentalmente dal primo all’ultimo metro. Già dagli anni ’70 e ‘80, la neve in eccesso veniva tolta e gli addetti bagnavano la pista rendendola una lastra di vetro.
Alessandra Giardini ha raccontato qualche giorno fa su Domani come e perché la Streif resti tuttora negata alla Coppa del mondo di sci femminile, l’ultimo soffitto di cristallo dello sport – lo ha definito.
“La storia della Streif è una leggenda che si nutre delle sue vittime: le cadute di Gattermann, Vitalini, Stemmle, Ortlieb, Albrecht e Però non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui sulla Streif gareggiavano anche le donne, a partire dagli anni Trenta. La pista è stata progettata per un’epoca in cui lo sci non era veloce come adesso: i materiali attuali e la neve artificiale rendono la Streif enormemente più pericolosa. Strobl si tramandano come le leggende degli orchi che devono fare paura ai bambini. Rosi Mittermaier, leggenda tedesca della discesa, campionessa olimpica e mondiale a Innsbruck 1976, qualche anno fa disse teatralmente che «solo gli uomini possono sopravvivere alla Streif». Sofia Goggia, che non ha mai preteso di gareggiare sulla pista più famosa del mondo, disse di peggio, tentando di rispondere a chi le chiedeva se ci sono atleti omosessuali nello sci. «Tra le donne qualcuna sì. Tra gli uomini direi di no. Devono gettarsi giù dalla Streif di Kitz». Il solito stereotipo degli uomini con le palle, l’eterno richiamo al testosterone. O più semplicemente quello che molti pensano, da Maier a Mittermaier passando per Wasmeier: cioè che gli uomini valgono un po’ di più”.
Marco Di Marco sulla rivista Sciare ha sintetizzato cosa serve per domare la Streif: “Servono equilibrio perfetto bilanciamento, momento dello stacco e quelle doti di acrobazia e coraggio che sono parte integrante del bagaglio di un discesista. I campioni assecondano la velocità che si è già impadronita di loro per andare ad atterrare su un terreno ancora ripido prima di essere schiacciati nella compressione finale. Chi sa destreggiarsi bene in aria fila via come un siluro. Per gli altri sono remate affannose nell’aria alla ricerca di un disperato recupero. La Mausfalle incute rispetto ma non è cattiva. Perché il terreno in occasione della gara è sempre perfetto, ghiacciato e battuto sci ai piedi da una squadra di addetti con la cura di un orafo che bulina un gioiello”.