Dick Fosbury ci mise l’ingegno. Immaginò che si potesse scavalcare un’asticella senza dare le spalle al cielo. Dwight Stones ci ha messo le caviglie e la schiena, diventando il primo saltatore a battere un record del mondo in quel modo. L’egemonia dello stile ventrale era spezzata in modo definitivo in un pomeriggio d’estate del 73 [11 luglio] a Monaco di Baviera, la città dove aveva preso il bronzo olimpico l’anno prima. Non aveva ancora vent’anni, li avrebbe compiuti in novembre, e oggi sono settanta. Settant’anni da ruvido sindacalista in difesa dei diritti degli atleti dilettanti, con una battaglia cominciata nel 79.
La Amateur Athletic Union [AAU] lo aveva messo al bando per aver vinto 33.633 dollari in un programma tv – Superstars – e per esserseli tenuti. La cosa che faceva infuriare i burocrati era che Stones non cercasse pezze a colori o scuse. Sì, se li era tenuti, e allora? Formalmente li aveva donati a una società di atletica, ma quella società l’aveva fondata lui, aveva come dipendenti i suoi familiari e aveva un solo tesserato: Dwight Stones. Non negava nulla. Anzi. Ai giornali spiegò che non erano neppure i soli soldi che avesse guadagnato. Stimava di aver messo insieme fino a 200.000 dollari con la sua attività di formidabile saltatore in alto. Aveva imparato che le spese di viaggio potevano diventare un’altra fonte di entrate facili. Era semplice anche il metodo. Fissava due meeting nella stessa area del paese nel giro di pochi giorni, ma incassava il rimborso spese dalla California per entrambi, con tariffe di prima classe andata e ritorno. Comprava i biglietti più economici, prendeva una camera d’albergo modesta, qualche volta dormiva da un amico, profitto: 750-1.000 dollari.
Era un dilettante solo di nome. Cominciò a battersi perché cadesse quel divieto. Il primo scontro fu con l’allenatore del Tennessee Stan Huntsman. Aveva scritto un articolo per The Olympian, la rivista pubblicata dal Comitato olimpico USA sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero fatto bene a organizzare un raduno permanente per i suoi atleti, fermando così di fatto l’attività di chi andava in Europa per meeting. I più forti in estate potevano guadagnare fino a 60.000 dollari. «Vuoi sapere – gli disse – come iniziano le indagini sui nostri conti? Attraverso commenti imprudenti, irresponsabili e assurdi come il tuo».
Eppure Stones non venne escluso dalle gare per i compensi sotto banco, ma per l’assegno della tv. Fu sospeso fino alla restituzione dei soldi. Impiegò un anno e mezzo prima di decidersi. Un bel po’ di amici lo implorarono di rinunciare alla battaglia, aveva più da guadagnare restando dentro il sistema che sfidandolo, così gli dissero. Ovunque si voltasse, il consiglio era lo stesso. Stones andò a consultare una sensitiva. Non sapeva niente di niente di lui, dell’atletica, del salto in alto. La prima cosa che gli disse fu di darsi una calmata. Si calmò, ma fu grazie a lui che si mise in moto il lento meccanismo di disgelo nella relazione tra i soldi e l’atletica.
C’è chi lo vedeva come un realista testardo, chi come un truffatore. Si fece male prima dei Giochi di Mosca 80, ma non ci sarebbe andato neppure se fosse stato sano. Gli USA boicottarono. Un’occasione persa per rimediare all’oro sfuggito in Canada. A Montréal sì che era arrivato da favorito. Nel 1975 aveva battuto cinque volte il record mondiale indoor, nel 76 due volte al chiuso e di nuovo nel mese di giugno all’aperto. Mentre i Giochi si avvicinavano, cominciò a dir male del villaggio olimpico, del grosso buco nel tetto che avrebbe dovuto coprire lo stadio olimpico, disse male pure dei franco-canadesi. Quando entrò nello stadio, scoprì di avere la folla contro. La folla e la pioggia. Per questo arrivò terzo. Provò a esibire una maglietta con la scritta “I love French-Canadesians”. Niente, gliela fecero togliere. Ma qualche settimana dopo batteva di nuovo il record del mondo, portandolo a 2 e 32.
Un linguacciuto, ecco cosa si diceva di Stones. Quando John Radetich aveva saltato 2,25 indoor, aveva lasaciato intendere che la gara fosse truccata. «Dwight è giovane – gli rispose quello – pensa di essere il sole attorno al quale gira tutto». I giornali americani hanno scritto che “Stones ha sempre avuto una visione molto chiara di sé e del percorso che intendeva intraprendere. L’altra sua caratteristica era che lo faceva sapere a tutti”.
Suo nonno Harold William Roberts aveva fondato la Trojan Band alla University of Southern California. Era stato il direttore d’orchestra durante i Giochi di Los Angeles del 1932. L’altra personalità forte nella sua vita era quella di sua madre, Sandy. Per anni fece due lavori. Doveva mantenere tre figli dopo il divorzio, «ma era troppo rigida nel suo modo di pensare. Non voleva che fossi reintegrato tra i dilettanti. Ha martellato la federazione affinché lo impedissero. Mi sono dovuto battere tutto da solo», diceva Dwight.
C’è chi ha paragonato lo Stones senza freni a John McEnroe. Lui diceva di identificarsi invece con Jimmy Connors. I loro coach si conoscevano e vedeva una somiglianza anche fra le loro madri. «La mia voleva che fossi l’uomo perfetto della sua vita. Invece io ero un magnifico killer della conversazione, dicevo sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato».
In principio avrebbe voluto giocare a baseball. Secondo una storia parecchio raccontata, Stones si sarebbe dato al salto in alto dopo un USA-URSS di atletica visto in televisione, anno 1963, c’era Valery Brumel che batteva John Thomas. «Sono arrivato al college con una borsa di studio, ma non sentivo che fosse il giusto riconoscimento. Ai giocatori di football davano 12 dollari l’ora per assicurarsi che non ci fossero furti. Io dovevo fare il custode del giardino e raccogliere la spazzatura».
Con i professori, la stessa storia, la stessa sensazione di essere sottovalutato. «Consegnavo un lavoro da A e mi davano B per colpa delle presenze. Che la presenza dovesse fare media a me pareva ridicolo. Quello che ho fatto allora è stato usare le loro stesse regole contro di loro. Erano così ottusi, così idioti che non era difficile batterli al loro gioco»
Ai Giochi del 1984 è stato contemporaneamente un atleta e un commentatore per la tv. Fece il suo primato personale con 2 e 34. Quarto posto. Era diventato famoso per la sua maglia con la faccia di Mickey Mouse. Quando ha smesso di gareggiare, Stones di sé ha detto: «Sono sempre stato un idealista e un realista. Ora ho l’età per capire come e quando usare i due registri».
fonti | Sports Illustrated 2 aprile 1979 | New York Times 1 luglio 1984 | Washington Post 4 luglio 1984
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