Il talento secondo Kareem Abdul-Jabbar

 

Luciano Spalletti l’ha detto qualche sera fa alla maniera di Sergio Leone-Clint Eastwood a un convegno del quotidiano Domani: «Quando il talento incontra la forza, vince la forza». È che dentro la parola talento – per tradizione, per svogliatezza – abbiamo sempre infilato l’idea della delicatezza e del tocco, il gesto, l’estetica, la bellezza. Essere deliziosi. Il talento ha sempre avuto un buon ufficio stampa. Talento invece vuol dire propensione. È il cosa, non il come. Finché talento continuerà a essere sinonimo di tecnica pura, in futuro andrà incontro a scuorno e scenufregio. Il vento è cambiato, bellino, e tu non puoi farci niente. 

L’ultima pala di terra l’ha scavata e gettata Kareem Abdul-Jabbar attraverso la sua newsletter distribuita via Substack, ormai sempre più simile a un giornale fatto tutto da solo. Scrive di politica, recensisce libri e film, apre discussioni sullo sport. Tipo questa. 

Dice Kareem che ci sono circa 500 giocatori in ogni stagione NBA. Tutti loro hanno del talento perché sono emersi come i migliori tra 25mila universitari, a loro volta i migliori tra 551mila e 373 giocatori delle High School. Eppure, solo una manciata di quei 500 giocatori NBA diventeranno delle superstar. Risposta: Perché il talento può portare una persona solo fino a un certo punto. Kareem racconta che quando ha iniziato a farsi un nome come giocatore al college, molte persone attribuivano i suoi successi all’altezza, 2 metri e 18. Ma esisteva all’epoca almeno un’altra dozzina di giocatori che sommava lo stesso numero di centimetri. Oggi in NBA ci sono 32 giocatori dai 2 metri e 18 in su, ma esiste un solo Nikola Jokić – che peraltro non arriva a 2 metri e 12. È qui che entra in gioco l’uomo col fucile che fa diventare morto l’uomo con la pistola. L’uomo col fucile, secondo Kareem, si chiama carattere. 

Quando ho iniziato a giocare a basket – racconta – ero un ragazzino goffo e allampanato. I più talentuosi ed esperti, più bassi, correvano in cerchio intorno a me. È stata la passione a farmi sviluppare delle abilità. Ho trascorso ore e ore da solo in un parco a esercitarmi, mano sinistra, mano destra. Ho lavorato sul dribbling, sulla resistenza, sui rimbalzi. È così che ho acquisito il talento

Kareem racconta di aver letto una volta un’intervista a uno scrittore di gialli. Diceva che se avesse avuto davanti un giovane scrittore di talento con poca disciplina e uno scrittore disciplinato ma con poco talento, avrebbe sempre scommesso sul successo del secondo. Perché lo scrittore disciplinato ha la spinta, la passione, l’impegno, il carattere, per diventare talentuoso. L’ho visto dopo più e più volte, non solo nello sport, dove qualcuno che all’inizio non sembra attrezzato a far qualsiasi cosa, raggiunge grandi altezze attraverso il duro lavoro. Chi liquida le persone di successo come persone nate con del talento sta inventando delle scuse

E qui c’è un bel passaggio, una raffinatezza. 

Dice Kareem che i geni possono condurti ad arrivare in anticipo sulla linea di partenza, ma da quel momento in avanti non ti garantiscono più nulla. Spiegare il successo altrui con il talento naturale – spiega l’ex centro dei Lakers – è ciò che fanno le persone indisciplinate e demotivate per giustificare il proprio fallimento.

Una volta Muhammad Ali ha detto che un match si vince o si perde lontano dagli occhi dei testimoni: oltre le corde, in palestra, per la strada, «molto prima che io balli sotto le luci». Nel cocktail Kareem + Ali + Spalletti il talento è un dono che si guadagna. 

È coltivato dal desiderio e nutrito dal sudoredice Jabbar. Il talento bacia l’avvocato che studia fino a tarda notte mentre i suoi colleghi stanno guardando in televisione Il cantante mascherato. La genitorialità – dice – è un buon esempio. Nessuno nasce con il talento per essere un buon genitore. Bisogna essere disposti a dedicare del tempo: giocare con i figli, andare alle recite, aiutarli a studiare, ascoltarli, convincerli a rinunciare a ciò che vogliono in modo che possano ottenere ciò di cui hanno bisogno. Non ci sono campionati. Non ci sono trofei. Solo la consapevolezza che hai fatto del tuo meglio per essere il migliore.

In definitiva, dice Kareem, quando rendo omaggio a qualcuno che ha ottenuto dei risultati eccezionali, non sto lodando il suo talento, sto celebrando la sua disciplina, la sua concentrazione, il suo impegno, la sua passione, il suo duro lavoro. Sto celebrando il suo carattere.

 

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