Cellino e un allenatore al posto del divano
Cellino ha ceduto – o si è rifiutato di ingaggiare – i giocatori nati il giorno 17 del mese. «Non voglio correre rischi. È una malattia. Non sono normale. Mi scuso per questo».
Ma è stato il suo problema con il viola – associato ai funerali in Italia – a metterlo in imbarazzo dopo il suo arrivo a Elland Road nel gennaio 2014.
«Ero un disastro quando sono arrivato. Il mio inglese era molto scarso. La mia pronuncia era terribile. C’era un maledetto divano di velluto nella suite di Elland Road. Era viola. Allora ho detto: – Cambiate quel maledetto divano [couch], non lo voglio più vedere. E hanno licenziato l’allenatore [coach]». Brian McDermott era l’allenatore mandato via, mentre il divano di velluto è rimasto là. Il Leeds rimase senza allenatore la sera prima di una partita casalinga di campionato contro l’Huddersfield. «Mi dissero: – Chi guiderà la squadra domani? Ho detto: – Perché? Non abbiamo un allenatore? Hanno risposto – Lo hai licenziato. Merda. Erano le 22 di sera e allo stadio c’erano 2.000 persone che volevano uccidermi. Mi hanno nascosto nello stadio e mi hanno portato fuori con una macchina della polizia. Hanno detto: – È meglio se domani non vai alla partita. La maledizione del colore viola» [a David Coverdale, Daily Mail]
Roberto Baggio e Zico che gli andava in sogno
➣ Chi sono stati i tuoi modelli?
«Sentimentalmente Paolo Rossi. Lui giocava a Vicenza, la mia città. E io andavo in bicicletta con mio padre a vederlo. Ed era sempre uno spettacolo. Dal punto di vista del gioco mi innamorai di Zico. Lo sognavo di notte». [a Walter Veltroni, Corriere della sera]
Il veleno di Maldini
➣ Tonali è incappato nel caso scommesse.
«Sono rimasto scioccato. Mi dispiace: non mi sono reso conto del suo disagio. Questo mi fa capire una volta di più che non si fa mai abbastanza per cercare di gestire e capire questi ragazzi. È una sconfitta anche per noi quello che è successo a Sandro».
➣ Il presidente del Milan, Paolo Scaroni, ha dichiarato che senza di lei adesso il gruppo di lavoro è unito.
«Mi dà fastidio come si raccontano le cose. Il Milan merita un presidente che faccia solo gli interessi del Milan, insieme a un gruppo dirigenziale che non lasci mai la squadra sola. La condivisione e il supporto sono principi da attuare nei momenti belli come in quelli brutti. In questi anni non ho mai percepito una chiara condivisione di che cosa voglia dire lavorare di squadra: non mi ha mai ha chiesto se ci fosse stato bisogno di due parole di incoraggiamento ai giocatori e al nostro gruppo di lavoro, in pubblico o in privato. Mai ho ricevuto supporto nei tanti momenti difficili. Anzi. In tribuna l’ho visto spesso andare via quando gli avversari pareggiavano o passavano in vantaggio, magari solo per non trovare traffico. Mentre me lo ricordo puntualissimo in prima fila, quando abbiamo vinto lo scudetto: per questo non so che cosa si sia voluto dire con l’espressione “gruppo unito senza” di me. Ma è evidente che io ho un concetto diverso di condivisione e di gruppo. Posso dire che la stessa cosa è avvenuta anche con i due Ceo Gazidis e Furlani»
➣ Che cosa pensa dei famosi algoritmi?
«La narrazione su questo tema mi ha fatto un pochino sorridere: non c’è bisogno di scomodare gli algoritmi per prendere Loftus-Cheek, Pulisic e Chukwueze, basta utilizzare per il mercato i soldi che una società che finalmente fattura 400 milioni merita. Non si possono paragonare le quattro annate precedenti con l’ultima, abbiamo combattuto sul mercato con armi diverse, ma mi fa piacere che adesso non ci sia più il freno a mano tirato. Detto ciò, abbiamo sempre utilizzato l’intelligenza artificiale, strumento ormai indispensabile in qualunque attività, senza tuttavia pensare ragionevolmente che una società sportiva possa essere gestita da un algoritmo. Le molteplici variabili del calcio non lo consentirebbero. È forse per questo che ancora questo sport appassiona milioni di persone» [a Enrico Currò, Repubblica]
Franco Carraro: le Olimpiadi a rischio
«Se i Giochi di Parigi iniziassero tra una settimana o tra un mese non vedo assolutamente le condizioni per il loro svolgimento. Restiamo ottimisti, ma se entro la prossima primavera il conflitto tra Israele e Palestina non uscirà dalla fase calda le Olimpiadi saranno fortemente a rischio». Buona parte del mondo musulmano, per cominciare, non accetterebbe la presenza di Israele ai Giochi in una situazione di aperto conflitto e metterebbe in discussione l’evento. Sul fronte sicurezza, con nazioni che vorrebbero far scomparire Israele dalla faccia della terra e un antisemitismo crescente, tutelare atleti e dirigenti in una Francia dove sono presenti elementi legati al radicalismo islamico sarebbe complicatissimo. Penso alla protezione della cerimonia di apertura, a cui sono attese 600 mila persone e che per la prima volta non si svolgerà più in uno stadio ma sarà diffusa in città lungo l’asse della Senna: secondo le mie fonti non è prevista la presenza di autorità politiche». [a Marco Bonarrigo, Corriere della sera]
Maurizio Sarri, il rompiscatole
➣ I diritti tv, e il proliferare delle partite, vi garantiscono stipendi da nababbi: non le garba nemmeno questo?
“Garantiscono 50-70 stipendi d’élite, tra cui il mio, non ricchezza al movimento: vent’anni fa un calciatore di Serie C era un benestante, ora fatica ad arrivare alla fine del mese. Si cerca di aumentare il fatturato diminuendo la qualità del prodotto, ma quale azienda ragiona così?”.
➣ Sarri è un rompiscatole perché si lamenta sempre: non è stufo di sentirselo dire?
“Sostanzialmente me ne frego, ho una testa pensante e critico, anche se questo calcio fa il mio bene. In privato i colleghi, tutti, mi dicono bravo, fai bene, bisogna denunciare. Ma poi non ce n’è uno che mi venga dietro”.
➣ Perché i sindacati di calciatori e allenatori non si fanno sentire?
“Non conta più niente la Cgil, cosa volete che contino Aia e Aic”.
➣ Quante partite un calciatore dovrebbe fare, in un anno?
“Al massimo 50. Si potrebbe almeno cominciare dalle piccole cose, tipo rinunciare alle tournée estive e riportare la Coppa Italia ad agosto anche per le grandi, facendole giocare sui campi delle squadre di Serie C, che così farebbero incassi per campare tutto l’anno. Ma di sicuro ci direbbero che c’è un problema di ordine pubblico per cui la Juve non può andare a Campobasso. La Coppa Italia è un evento clandestino cucito su misura per l’audience televisiva degli ultimi turni. Ma il calcio non è questo, è il Bayern che perde con una squadra di C”.
➣ Lei è così tradizionalista, eppure si è imposto con la modernità delle idee: non è una contraddizione?
“Un conto sono le tradizioni, un altro l’interpretazione del gioco. Io cerco di trasmettere ai miei giocatori anche l’aspetto culturale, perché conoscere il passato del club, dell’ambiente e dei vecchi giocatori ti arricchisce. Siamo la somma di una storia individuale e collettiva”.
➣ C’è un suo ex giocatore che potrebbe perpetuare il sarrismo?
“Maccarone, che fino a qualche settimana fa allenava il Piacenza in Serie D: spero sia all’inizio di una grande carriera. È un giocatore che ha avuto molto meno di quanto avrebbe meritato, ma si è affezionato al tipo di calcio nostro e ora sta provando a riproporlo”. [a Giulio Cardone e Emanuele Gamba, Repubblica]
Galliani e la povera patria
«Il calcio riflette la condizione economica del Paese. Trenta, quarant’anni fa Roma era caput mundi, sauditi e coreani non avrebbero mai potuto contrastare la candidatura della capitale. Oggi il 60% del pil mondiale appartiene a Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, non a caso la Fifa ha captato il cambiamento e organizzato il Mondiale per club da quelle parti. Eravamo un campionato di arrivo, ora lo siamo di transito, con una capacità di spesa non concorrenziale con gli arabi e non solo. L’ultimo Pallone d’Oro della serie A è Kakà, 2007». [a Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio]
Luca Bizzarri e il podcast con Panatta
➣ Chi vorrebbe come amico?
«Luca Parmitano: sarebbe la realizzazione di un mio sogno da bambino, l’amico astronauta. Nella vita sono state tante le persone di cui mi piacerebbe definirmi amico: frequentate magari per poco, hanno lasciato impronte indelebili. Come Alex Zanardi: senza accorgersene e senza volerlo, mi ha insegnato tanto».
➣ Nessuno nello spettacolo?
«Giorgio Gaber: ci siamo incrociati tanti anni fa per il tempo di uno sguardo, ma in quel poco mi ha raccontato quale sarebbe stata la mia vita nel futuro. Forse più di chiunque mi ha mostrato la strada. E poi c’è Adriano Panatta: lui mi ha fatto vedere un modo di vivere che vorrei tanto fosse il mio. Se rinascessi, non vorrei il suo rovescio o la volée, ma la sua testa: come riesce a farsi scivolare le cose addosso, mentre su di me ogni cosa invece lascia segni. Il bello è che te lo trasmette: stai con lui e ti senti come lui. Però in questo momento un po’ gliene voglio: gli ho chiesto di fare un podcast con me. “E cos’è?”, mi ha chiesto. Poi, durante gli ATP Finals l’ha fatto con Bertolucci. Non glielo perdonerò mai». [ad Adriana Marmiroli, la Stampa]
Jolanda Renga e il Tapiro di Allegri
➣ Non possiamo dimenticare la volta in cui, minorenne, si espose contro il Tapiro consegnato a sua madre per la fine della storia con Allegri.
«Quella volta ho agito d’istinto, di pancia. Mamma è sempre stata la mia roccia e mi era dispiaciuto vederla tornare a casa abbattuta. Su due piedi ho pensato a cosa potevo fare per aiutarla e l’unico strumento che avevo a disposizione era il mio telefonino: ho scritto un post e l’ho pubblicato. Magari avrei dovuto pensarci di più, però sono felice che mamma mi abbia potuta sentire vicina». [a Elvira Serra, Corriere della sera]
Marcell Jacobs e il nuovo allenatore
➣ Cosa può dire del suo nuovo allenatore Rana Reider?
«Mi è piaciuto trovarmi di fronte a un uomo veramente competente, con tanta esperienza. Ogni volta che mi assegna un esercizio non mi spiega solo il movimento, ma anche la motivazione per cui farlo in un certo modo, e l’influenza che avrà domani sulla mia velocità. In questo modo nella testa automaticamente replichi quella che sarà la gara, attraverso la partenza, la fase centrale. Un genio, tra virgolette, mi ha illuminato e permesso di vedere gli esercizi in un modo diverso». [a Mattia Chiusano, Repubblica]
Marcello Dell’Utri e il canottaggio di Berlusconi
➣ Cosa le disse Berlusconi quando lo conobbe?
«Che era campione italiano di 80 metri piani studenteschi, che era campione di canottaggio…».
➣ Era vero?
«Mah… La verità è che aveva grandissime capacità di sintesi e nel risolvere problemi. Lui era già laureato, io iniziavo l’università. Mi disse: Non preoccuparti di frequentare le lezioni. Vai solo l’ultimo mese, mettiti in prima fila e fai molte domande. Così i professori si ricorderanno di te all’esame. Ah: e se vedi che vanno in bagno, seguili. E quando sei lì, salutali. Sapranno chi sei. E poi lui per ogni esame aveva preparato degli appunti ciclostilati che vendeva la Libreria Cortina, di fronte all’università. Ci aveva fatto un business. Adesso che ci ripenso, era davvero incredibile… Comunque, diventammo amici. Poi mettemmo su anche una squadra di calcio di categoria Allievi, la Torrescalla, sponsorizzata dalla Edilnord».
➣ Non le chiedo chi fosse il presidente.
«Ecco, appunto. Io ero l’allenatore, suo fratello, Paolo Berlusconi, il centravanti, e Silvio il Presidente. Il fatto però era che io facevo la formazione, poi lui la leggeva e iniziava a cambiare ruoli e giocatori, ribaltando tutto. E allora fattela tu, gli dicevo. Però poi io andai dirigere un centro sportivo dell’Opus Dei a Roma. Ero allenatore federale, con tanto di corso a Coverciano e tesserino. La storia è lunga… Insomma, a un certo punto mio padre mi dice: Ma non è ora di togliersi i pantaloncini e lavorare seriamente?. Così mi fece assumere alla Cassa di Risparmio delle Province Siciliane. Erano gli anni ’70. Feci anche una certa carriera». [a Luigi Mascheroni, il Giornale]