CIRO IMMOBILE
Due gol. Uno per ogni esclusione. Uno per essere stato tenuto fuori dalla Nazionale da Spalletti e l’altro per reagire alla panchina decisa ieri sera da Maurizio Sarri. Non solo da lui, pare di capire, se il presidente Lotito ha ammesso: «Ho detto a Sarri che deve giocare chi sta meglio».
Ciro Immobile comunque stava così. Stava come uno che entra e sistema le cose, portando la Lazio agli ottavi per la seconda volta sotto la gestione di Lotito. Dovrebbero fare una decina di milioni in più a bilancio e per i tifosi un tesoro perfino più prezioso, non misurabile.
Alberto Abbate sul Messaggero ha scritto che “forse un ciclo è finito, ma Ciro è infinito. Alla faccia di chi cerca il calcio spettacolo, alla fine contano sempre e solo i gol: Immobile sale a quota 12 in Champions, 203 con la maglia della Lazio, sette quest’anno. Avete capito perché Sarri deve recuperarlo a ogni costo? Anche se un ruolo alla Altafini, Ciro deve considerarlo, può allungargli la carriera e ringiovanirlo. In una serata gelida infatti il bomber entra dalla panchina, approfitta degli avversari sfiancati, e spacca tutto con la grinta e l’orgoglio ferito di un capitano tutt’altro che al tramonto. Lo dimostra di nuovo a Mau, ai tifosi, a tutta Lazio, in piedi ad applaudire il mito come un tempo. Lui sfoggia il sorriso del riscatto, dopo essersi sentito di nuovo tradito”.
Tradito nel senso di escluso, insieme a qualche altro senatore [Cataldi, Pedro] per far spazio a Rovella, Isaksen e Castellanos [“La beata gioventù mostra subito un volto fresco”, ancora iil Messaggero].
Sostiene Giulio Cardone su Repubblica parlando di Immobile che “quel talento speciale, di “sentire” il gol, di intuire dove finirà la palla e farsi trovare esattamente lì, è più forte di tutto. Anche dell’amarezza di un’esclusione dalla Nazionale che non ha proprio capito. Perfino della delusione di partire in panchina in questa sfida cruciale contro il Celtic in Champions League, senza poter sfogare subito in campo la rabbia per la figuraccia della Lazio a Salerno. Di nuovo, Ciro Immobile “Ice King”, il re di ghiaccio, si è buttato tutto alle spalle, in silenzio ha cucito le ferite e ha pensato solo a seguire l’istinto, ad assecondare quel talento lì. Chissà se Spalletti e Sarri faranno scelte diverse, alla prossima occasione”.
Nel suo Bar Sport – Bloooog Fabrizio Bocca lo definisce “è un rappresentante sindacale, l’espressione di una categoria sociale. Quella dei rottamati, degli esodati e dei prepensionati. Le due reti che ha segnato al Celtic hanno salvato la baracca in un periodo in cui tutto va praticamente a catafascio e anche il guru Maurizio Sarri non sa più che pesci prendere e a quale santo raccomandarsi. Ciro ha attraversato un periodo difficile – spiega Bocca – molto complesso, persino un grave incidente a Roma a tutta velocità contro un tram. Un’esperienza traumatica, scioccante, i suoi bambini in auto, l’inchiesta della polizia stradale. Per ritrovarsi c’è voluto tempo e santa pazienza”.
In una analisi più complessiva, Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, considera che “mai come ieri, di fronte a un non irresistibile centrocampo scozzese, l’ombra di Milinkovic si è appalesata per tutto il secondo tempo come un’insostenibile nostalgia. Poiché, al netto della discreta prestazione di Guendouzi, la mediana biancoceleste continua a essere lenta e prevedibile, subordinata com’è alla solitudine di Luis Alberto, a cui non si può chiedere la regia, l’ispirazione, il pressing e la capacità realizzativa che altrove non si vedono. In queste condizioni l’assenza simultanea di Vecino e Zaccagni, l’appannamento di Felipe Anderson, la buona volontà di Isaksen e l’immaturità di Rovella non fanno insieme un reparto attrezzato per competere in campionato e in Champions. La qualificazione è in queste condizioni un risultato che sopravanza le realistiche attese e offre al tecnico e alla squadra una boccata d’ossigeno. In attesa di recuperare il contributo di pedine preziose. È una Lazio fragile, che può accendersi con la fantasia di Zaccagni, l’ispirazione di Felipe Anderson, la guida di Luis Alberto e la velocità di Lazzari, ma basta che una di queste risorse venga meno e l’equilibrio complessivo vacilla”.
2-0 LAZIO-CELTIC