Eppur si muove, anzi, si muoveva. Chi accusa la Champions di essere un immutabile covo di conservatori, stamattina ci mostrerà la 16esima partecipazione consecutiva del Bayern e la 12esima del PSG, in arrivo da Paesi dove l’albo d’oro del campionato è stato sconquassato dai diritti tv delle Coppe europee. Ci mostrerà la 21esima partecipazione del Barcellona e la 26esima del Real Madrid, le due portavoci della necessità di mettere in piedi una Superlega privata, e ci mostrerà un pugno di club che da almeno un decennio sono presenze fisse: l’Atlético Madrid, il Manchester City detentore, il Benfica che in vent’anni ha saltato quattro appuntamenti e il Porto appena quattro.
Eppur la Champions si muove, anzi, si muoveva, se è vero che stasera comincia un’edizione nella quale ci sono addirittura due esordienti assolute, l’Union Berlino che arriva dalla Germania e l’Anversa dal Belgio. L’Olanda torna a portare due squadre ai gironi a distanza di un quinquennio e lo fa senza la bandiera dell’Ajax, ma con il Feyenoord alla seconda presenza in 21 stagioni. L’Arsenal si riaffaccia dopo sette, la Real Sociedad dopo dieci, il Braga dopo undici, il Lens e il Newcastle dopo 21. La Lazio è qui solo per la seconda volta in 16 anni, la Stella Rossa di Belgrado per la terza volta in assoluto, sebbene tutte concentrate negli ultimi 6 tornei. Stasera si batte la palla al centro senza due giganti come il Liverpool e la Juventus. Da quando nel 1997 il torneo è stato allargato anche ai non-campioni, poche altre volte c’era stata una platea così rinnovata, così democratica, se vogliamo usare una parola sommaria, ma per capirci.
Favorire l’ascesa di nuovi club, permettere il ritorno degli antichi nobili nell’élite. A questo puntava il fair play finanziario. Non tutto ha funzionato. Sono stati chiusi gli occhi su alcune situazioni gigantesche, ci sono paesi spariti dalla mappa. La Grecia è fuori dai gironi per il terzo anno di fila, la Romania per il decimo, anzi è fuori da tutte le coppe addirittura prima di partire, stritolata dal meccanismo dei preliminari. Il Salisburgo è diventato presenza fisssa di un’Austria che da 10 anni non esprime altro, indovinate perché. La Norvegia che produce Haaland manca in Champions dal 2008, la Svezia che ci ha buttato fuori dai Mondiali ha portato solo tre volte il Malmoe dal 2002.
Non tutto ha funzionato, certo, ma non tutto è stato immobile, come si vede dal quadro di quest’anno. Il paradosso vuole che mentre la Champions dal basso cominciava a dare aria alle proprie stanze, dall’alto è stata trasformata. Con l’imposizione delle proprie mani, l’avvocato Aleksander Čeferin la farà diventare XXL dall’anno venturo, più partecipanti, più partite preliminari in un girone unico a trentasei, più wild card per l’ancien règime, meno apertura alle rivolte del quarto stato. La Coppa dei Campioni andava riformata nel senso inverso, invece l’hanno ghigliottinata. Dire con le proprie mani – peraltro – è un mezzo abuso. La Champions 24-25 avrà quel volto lì per un tranello, per aver ceduto al bluff dei grandi club che minaccivaano altrimenti di andarsene. L’Uefa li assecondò allargando le maglie del torneo secondo i loro desideri, quelli forzarono di più la mano e provarono il golpe, adesso siamo dove siamo, nel cul de sac di un calcio prossimo a una nuova metamorfosi di classe, contraddittoria pure questa. Far bene nella Coppa di Ceferin qualificherà per il Mondiale di Infantino, ancora più ricco, più devastante nello strappo che minaccia fra i ricchissimi e tutti gli altri, uno squarcio probabilmente irrecuperabile nel tessuto della competitività. Non solo potremo scordarci una Grecia e una Romania, ma probabilmente anche i Feyenoord, i Lens, le Real Sociedad.
È un tema affrontato da Michael Cox per The Athletic che parla della Champions futura come di un meccanismo “audace, complesso e quasi certamente confuso, che potrebbe farci rimpiangere il concetto molto semplice a cui siamo abituati: otto gironi da quattro squadre, sei partite, senza bisogno di altre spiegazioni”. The Athletic sottolinea che “la fase a gironi era diventata un po’ stanca, prevedibile e sempre più priva di emozioni. Certo – scrive Cox – ci sono regolarmente uno o due shock all’anno. Nel complesso, è meno emozionante rispetto ai suoi tempi d’oro”.
Per sostenere la sua tesi, The Athletic mostra una serie di grafici da cui si evince che il punteggio delle prime classificate nei gironi è in crescita costante [“a dimostrazione del dominio dei superclub del continente”]: un tempo si poteva vincere a quota 11-12, oggi più spesso a 13-15.
Finché sono entrate solo le seconde classificate dei grandi campionati, “più forti dei club campioni dei piccoli paesi piccoli”, la competitività secondo The Athletic ha retto. Le squadre che chiduevano a zero punti erano una rarità, anche se a quei tempi c’erano meno gironi.
The Athletic attribuisce una certa perdita di senso alla modifica dei preliminari nel 2009, alla separazione del cammino fra campioni e non-campioni, per ammettere al torneo più squadre provenienti da campionati più deboli, “una mossa ammirevole, un tentativo di evitare che il torneo fosse dominato dalle squadre dell’Europa occidentale, ma ha avuto un impatto negativo in termini di competitività e valore dello spettacolo”.
Fa i nomi del Maccabi Haifa e del Debrecen come pecore nere nella storia del torneo. Dopo sono venuti il Partizan Belgrado e il MSK Zilina nel 2010, tre squadre – Dinamo Zagabria, Otelul Galati e Villarreal – nel 2011. Nella stagione scorsa, fa notare Cox, il divario è stato enorme: le squadre al secondo posto avevano una media di 11.4 punti, le squadre al terzo una media di 5,6. Solo il gruppo D e il gruppo E sono stati decisi all’ultima giornata.
Ma alla fine la rivista americana non può fare a meno di notare che “la cosa interessante è come l’identità delle 16 qualificate alla fase a gironi è diventata più imprevedibile. C’era il pericolo che diventassero presenze di routine. Non è accaduto”.
The Athletic spiega che “una fase a gironi poco emozionante è il sintomo dei livelli cupi di disuguaglianza nel calcio moderno di alto livello. In un mondo in cui il Bayern ha vinto 11 scudetti consecutivi e il PSG ha vinto nove degli ultimi 11, sarebbe difficile ideare un sistema che crei imprevedibilità”. Eppur si muove, si muoveva. In futuro chi lo sa, probabilmente meno. Con otto partite anziché sei prima della fase a eliminazione diretta, “probabilmente – scrive The Athletic – vedremo una competizione ancora più prevedibile, con ancora più partite insignificanti. La fase a gironi della Champions League aveva bisogno di un leggero rinnovamento, ma questo sistema svizzero sicuramente peggiorerà le cose”.
Roberto Beccantini sul Corriere dello Sport-Stadio ha scritto: “Non si colgono, in giro, grandi visioni se non la moltiplicazione delle gare e degli introiti”.
Ricordiamo il 1992 come l’anno in cui è cominciato il Neo-Calcio. Prepariamoci a celebrare il 2024 come data di nascita del Post-Calcio.
Il Neo-Calcio nato con il divieto
Slalom 15 luglio 2022
ITALIANISMI
Aprono Milan e Lazio
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La Coppa si apre nel pomeriggio con le prime due partite concentrate nel raggio di 350 km, tra Milano e Berna, tra quello stadio San Siro di cui pare non sappiano più cosa farsene e il Wankdorf da 32mila posti in Svizzera. Tutto molto bello, secondo Pizzul, oppure tutto molto simbolico – perché da una parte e dall’altra in campo ci sono dei nuovi ricchi, il Newcastle che batte bandiera saudita, il Lipsia che batte la bandiera alcolica della Red Bull.
Martin Hardy sul Times scrive stamattina che il distintivo della Champions League sulla maglia del Newcastle rappresenta solo l’inizio di un viaggio e che la partita in casa del Milan parla di rinascita e di rebranding, di una riconquistata visibilità in Europa.
Racconta: “Nei bar di Milano e nei caffè sui Navigli, le maglie bianconere dei tifosi del Newcastle che cantavano sotto la pioggia, hanno cambiato look. Sulle maniche di chi viaggiava da Tyneside, attraverso una tempesta torrenziale, c’erano gli stemmi della Champions. In estate il negozio del club è rimasto senza magliette. Per più di due decenni, il ricordo della tripletta di Faustino Asprilla contro il Barcellona e di una notte emozionante contro il Feyenoord, quando il Newcastle divenne la prima squadra a qualificarsi dalla fase a gironi dopo aver perso le prime tre partite, sono scivolati sempre più indietro nella memoria. Erano pagine del passato”.
Per la rivista The Athletic ne hanno scritto George Caulkin e l’ex centravanti Alan Shearer, pure loro parlando di nuovo inizio in occasione del ritorno a Mialno, il luogo dell’ultima trasferta in Champions League, “quando un’orda bianconera requisì la Curva Sud e la squadra di Sir Bobby Robson tentò di compiere un ultimo miracolo, quando nessuno dei presenti sospettava che stessero assistendo alla parola fine di una storia. Si torna a San Siro, dove tutto ricomincia”.
CHI VEDERE Alexander Isak
È l’attrazione del Newcastle celebrata da The Athletic. Ha avuto un assaggio di Champions League da adolescente, otto minuti giocati con il Borussia Dortmund in casa dell’Apoel Nicosia nell’ottobre 2017. Due gol in Premier League nelle prime tre partite suggeriscono un discreto stato di forma dopo gli infortuni della sua stagione d’esordio al Tyneside. È un attaccante a cui piace spostarsi sulla sinistra per trovare spazio e correre contro il suo avversario. Il suo allenatore Eddie Howe dice che ha ritmo, tecnica e forza. Tutto.
FIGURINE CULT Sandro Tonali
Lorenzo Longhi su Avvenire lo definisce “il grande simbolo estivo di una A da Basso Impero che ormai perde anche i capitan futuro”.
CHE COSA NON SUCCEDE Un gol di Ibra
Carlos Passerini sul Corriere della sera racconta: “Basterà l’effetto Ibra a rimettere in piedi il Milan dopo il crollo nel derby? Probabilmente no, ma di sicuro male non farà. Una cosa è certa: quando ieri mattina Zlatan si è presentato a Milanello per salutare gli ex compagni per la prima volta dopo l’addio al calcio di giugno, una scossa di energia ha attraversato il centro sportivo. «Dai, dai, positivi» ha urlato l’ex campione, che ha scelto di restare a vivere a Milano per gestire i suoi innumerevoli affari. Di un suo ingresso in società si parla da tempo, una figura come la sua a metà fra squadra e dirigenza farebbe comodo”
Claudio Savelli su Libero aggiunge che “la presenza di Zlatan può suggerire una delegittimazione di Pioli”e poi spiega come il Milan rimane una squadra giovane, non ancora del tutto matura. Avendo perso Ibra e Tonali deve ricostruire quel senso di appartenenza a cui ci si appiglia in particolare dopo aver perso una stracittadina: il rischio, infatti, è che per gli ultimi arrivati una sconfitta nel derby equivalga ad una sconfitta in qualsiasi altra partita. Per i tifosi non è così, ecco perché serve un’assunzione di responsabilità diversa da parte di un leader, e in assenza di quest’ultimo tocca necessariamente all’allenatore”.
Giulio Cardone su Repubblica introduce Lazio-Atlético Madrid scrivendo che dopo aver sbattuto contro il corto muso di Allegri, c’è un altro grande “risultatista” sulla strada di Sarri, il cholo Simeone. C’è un pezzo di Adam Hurrey su The Athletic dedicato al suffisso ball con cui viene raccontato lo stile degli allenatori che qui in Italia molti chiamano giochisti.
C’è stato il Wengerball, c’è il Sarriball, esiste in assoluto un [Manager]ball. Il conio d’origine risale a sei mesi dopo l’uscita del film Moneyball e The Athletic sottolinea come oggi quel ball possa essere usato sia per descrivere stupore sia per esprimere derisione. Equivale insomma al nostro ismo e stasera all’Olimpico ce ne sono due decisamente riconoscibili.
CHI VEDERE Gustav Isaksen
Sostiene la rivista americana che “tra i tanti trasferimenti di alto profilo in tutta Europa quest’estate, il passaggio di Gustav Isaksen dal Midtjylland alla Lazio potrebbe essere passato inosservato. Non doveva succedere. Si aspettano grandi cose dal danesino dei 18 gol e cinque assist, ritmo esplosivo, implacabile capacità di dribbling.
L’ALTRA PARTITA D’APERTURA
Nel Lipsia del dopo Szoboszlai, Nkunku e Gvardiol, terremo certamente d’occhio Xavi Simons e Benjamin Sesko [Cronache di spogliatoio qui] ma a Berna si va per assistere a uno dei riti del calcio europeo, la celebrazione dell’ultimo quarto d’ora di gioco di una partita. Nasce dalla leggenda secondo cui la squadra svizzera segna più spesso nei 15 minuti finali. Così quando scocca il 76esimo minuti, i tifosi allo stadio lo annunciano e lo celebrano con un coro.
Tuttavia, hanno investito saggiamente il denaro pagato per loro con un afflusso di giovani talenti tra cui Lois Openda , Benjamin Sesko, Castello Lukeba e Christoph Baumgartner – con un’astuta mossa di prestito per Xavi Simons del Paris Saint-Germain che ha attirato l’attenzione.