La palla è rotonda, dicono quelli del calcio quando vogliono sentirsi uno sport fichissimo, aperto alle sorprese. È l’esatto contrario. Se la palla è rotonda, allora rotola. Se rotola, fila liscia. I Mondiali maschili non sono mai usciti dall’asse della tradizione Europa-Sudamerica. Sono rotonde sia la palla del basket sia del volley [Mondiali vinti dalle Americhe o dall’Europa], rotonde pure nella pallanuoto e nella pallamano [campioni sempre e solo in Europa].
È la palla storta che non ne vuol sapere di obbedire. Va per conto suo. Non rotola. Ballonzola. Così finisce davvero per essere imprevedibile, più democratica. Il rugby ha portato il suo titolo in tre continenti diversi, come ha saputo fare pure l’hockey su prato – che però non ha un pallone ma una pallina. Il rugby è ancora l’unico sport che ha reso campione l’Africa, il continente da oggi ai Mondiali in Francia per difendere il titolo vinto quattro anni fa con gli Springboks in Giappone. Fu una foresta di segni. Nella squadra che era stata uno dei simboli dell’apartheid e della segregazione, alzò la coppa per la prima volta un capitano nero, Siya Kolisi, nell’anno della morte di Chester Williams, unico giocatore a spezzare l’egemonia dei bianchi fino al 1995.
«Tutto quello di cui abbiamo bisogno è una opportunità», disse Siya Kolisi. I Mondiali del Sudafrica erano cominciati con una discussione furibonda sulle quote nere imposte dalla federazione, da uno e due giocatori delle edizioni precedenti erano passati a undici. La Coppa sanò ogni frattura. Kolisi è stato un adolescente con due fratelli all’orfanotrofio e un solo pensiero, ogni santo giorno. «Trovare qualcosa da mangiare». È cresciuto in una bettola della township di Zwide, a Port Elizabeth – Graham’s Place, una delle poche con la tivù. Fu là che vide Brian Habana mentre sul prato parigino di Saint Denis festeggiava il precedente mondiale. «E la mia vita all’improvviso è cambiata. Grazie al rugby». Quattro anni fa pure Habana era a bordo campo, piansero insieme, ma rivolgendo un pensiero e una parola a Nelson Mandela, dal quale tutto era cominciato nel 95.
Kolisi ora è un 32enne che porta insieme alla maglia il peso di “emblema di una nazione” come scrive L’Équipe stamattina, dedicando all’inizio dei Mondiali la copertina e le prime ventinove pagine. Ventinove. Mbappé Thuram e Giroud arrivano alla trentesima. Visto con l’occhio di Parigi, Kolisi “dimostra che lo sport e il rugby hanno a che fare con la politica, sono formidabili vettori di trasformazione sociale. La sua umiltà è pari alla leadership da terza linea ruvida, un giocatore capace di fare a pezzi gli avversari con tutte le sue forze, senza mai tirarsi indietro davanti al lavoro sporco da completare nell’ombra. Il Sudafrica ha fatto di tutto per rimettere in piedi il suo flanker, gravemente infortunato al ginocchio nel mese di aprile. La sua presenza è un sollievo per gli Springboks, nel tentativo di provare a vincere una storica quarta corona”.
Ecco. Allora chi vince? E chi lo sa. Quando si taglia il mondo in due, l’emesfero sud viene fuori con otto titoli su nove. Il nord ce l’ha fatta con la sola Inghilterra vent’anni fa, ma la Francia ha le sue ambizioni da padrona di casa e l’Irlanda ha giocato meglio di tutti con più continuità negli ultimi due anni.
albo d’oro 1987 Nuova Zelanda, 1991 Australia, 1995 Sudafrica, 1999 Australia, 2003 Inghilterra, 2007 Sudafrica, 2001 Nuova Zelanda, 2015 Nuova Zelanda, 2019 Sudafrica
IL PAESE
Nel suo editoriale Libération scrive che immaginare una Francia campione non è solo sciovinismo, ma dice pure di voler vedere nella capacità di un paese “il cui umore è a dir poco cupo, di trasformare una competizione sportiva di questo tipo in una festa, per tutti, sia per i tifosi francesi sia per le migliaia di visitatori stranieri che arriveranno”. L’elefante nella stanza è il ricordo del disastro combinato con l’organizzazione della finale di Champions di calcio tra Liverpool e Real Madrid due anni fa.
Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport spiega che la manifestazione è una delle poche a non aver risentito della pandemia. Non ha saltato edizioni, non ha dovuto spostare sedi. “Genererà sul Paese – scrive – un impatto economico complessivo di almeno due miliardi di euro: dall’estero sono attese tra le 450.000 e le 600.000 persone. I due milioni e mezzo di biglietti a disposizione sono stati bruciati in prevendita da più di un anno: fruttando un incasso di 470 milioni. Il costo di quello medio per le 40 partite della prima fase è di 97 euro. Quello per la finale del 28 ottobre oscilla tra i 100 e i 950. Francia 2023 genererà circa 17.000 posti fissi di lavoro. I telespettatori stimati? Due miliardi e seicento milioni. Il tutto a meno di undici mesi dal via dell’Olimpiade: un bel banco di prova, non c’è dubbio”.
MEDUSE Il caso Chalureau ► Tutto il paese ha discusso in questi giorni di Bastien Chalureau, 31 anni, convocato in corsa quando si è infortunato Paul Willemse. Gioca nel Montpellier, compagno di suqadra di di Paolo Garbisi, ma contro la sua chiamata è insorto il deputato Thomas Portes, del partito La France Insoumise, chiedendo subito la sua esclusione. Nel novembre 2020 Chalureau fu tagliato dal Tolosa per una rissa in cui rimase coinvolto con altre due persone, scatenata secondo la sentenza del tribunale da un atto di razzismo. Chalureau venne condannato in primo grado a sei mesi, pena ora sospesa. Ha sempre contestato l’elemento razziale e considera chiusa la questione, ma chiuisa non è. Ne ha parlato giorni fa perfino Emmanuel Macron, in un’intervista con L’Équipe dicendo che «sarebbe preferibile» che Chalureau non vestisse più la maglia della Francia nel caso in cui fosse condannato anche in appello. World Rugby, la federazione internazionale, ha detto la sua: «Non c’è posto per il razzismo nel mondo della palla ovale», ma allo stesso tempo ha ricordato che esiste la presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado di giudizio.
LE INNOVAZIONI
Giorgio Cimbrico su Domani spiega che sarà un Mondiale sottoposto a una sempre più rigorosa attenzione sul gioco duro. “Il Tmo, Television Match Officer, avrà da lavorare, sollecitato dall’arbitro di campo: placcaggi alti, contatti che interessano il viso, la testa, daranno vita a un florilegio di cartellini gialli (dieci minuti in inferiorità numerica) e rossi e alla nuova regola etichettata bunker (un giallo che può diventare rosso dopo una rapida “istruttoria” a cura dell’ennesimo aiutante dell’arbitro). «La salute degli atleti è il nostro primo obiettivo», dicono dai piani alti di World Rugby. Senza sottolineare che in meno di trent’anni di professionismo i giocatori sono alti in media dieci centimetri in più e più pesanti una quindicina di chili. E che tutto si svolge a una velocità in costante crescita”.
IL TORNEO
Subito Francia-Nuova Zelanda
Il Mondiale comincia con una partita che potrebbe essere la finale. Nell’editoriale di apertura del giornale, Lionel Dangoumau scrive su L’Équipe per i lettori francesi che se stanno girando in tondo come un coniglio meccanico, se hanno l’acufene canticchiando La Marsigliese, allora è arrivato il tempo di “creare uno spazio bellissimo per i ricordi”. Renaud Bourel parla di “parentesi di euforia che vogliamo credere durerà sette settimane”.
Forse per la prima volta nella storia gli All-Blacks non sono i favoriti assoluti. Non hanno mai perso una partita nel girone dei Mondiali. In passato, batterli significava prosciugare tutte le energie fino al punto di non andare più avanti, non vincere la Coppa, come sanno l’Australia 2003, la Francia 1999 e 2007. “Questa generazione neozelandese – scrive il giornale francese – non ha l’onnipotenza della formazione cannibale capace di ingoiare tutto come un’orca assassina tra il 2008 e il 2015. Conserva però la sua straordinaria potenza offensiva, un’abilità soprannaturale di leggere le situazioni”
La francia ha perso per infortunio il delizioso Romain Ntamack e stasera non avrà neppure Jonathan Danty. “Resta il rischio presente nel peso delle aspettative del Paese. Perché la pressione – scrive L’Équipe – traspare ovunque: nelle conversazioni nei club e sul web, al tavolo in famiglia, davanti alla macchinetta del caffè in ufficio. Non possono essere campioni del mondo, devono. Un’ingiunzione popolare cresciuta negli ultimi quattro anni, nutrita di prestazioni straordinarie: dal primo exploit in Galles (23-27, 22 febbraio 2020), alla manifestazione di Twickenham dello scorso inverno contro l’Inghilterra (10-53, 11 marzo 2023), ai fuochi d’artificio del 2 novembre 2021 contro gli stessi All Blacks (45-20), fino allo strepitoso successo contro i campioni del mondo sudafricani (30-26, 12 novembre 2022). Oltre al Sei Nazioni vinto nel 2022 facendo il Grande Slam, tutti successi.
CHI VEDERE | La stella di Francia si chiama Antoine Dupont, mediano di mischia, capitano, considerato all’unanimità il miglior giocatore attuale al mondo. Ventisei anni, gioca nel Tolosa, una delle attrazioni del torneo. Sa fare tutto: difende, calcia con entrambi i piedi, anima la squadra, parla con gli arbitri, rompe i contrasti, distribuisce il gioco, va a concludere. Il più in forma degli All-Blacks è Scott Barrett, detto Scooter. Il suo senso dell’anticipo gli permette contrasti devastanti e contrattacchi micidiali. Porta palla, sfonda linee di difesa, ha convinto l’allenatore a giocare da numero 6, in terza linea. Ha 29 anni, gli mancano tre centimetri per toccare i 2 metri, pesa 111 chili. Ha raggiunto la piena maturità atletica. Ha 61 presenze in Nazionale.
in tv oggi ore 21.15 Rai Sport e Sky: Francia-Nuova Zelanda | domani ore 13 Rai 2 e Sky: Italia-Namibia | 15.30 Sky: Irlanda-Romania | 18 Sky: Australia-Georgia | 21 Rai Sport e Sky: Inghilterra-Argentina | domenica ore 13 Sky: Giappone-Cile | 17.45 Rai Sport e Sky: Sudafrica-Scozia | 21 Sky: Galles-Fiji
VITE MONDIALI
Ardie Savea
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È uno dei pochi reduci delle stagioni scorse. Ha 29 anni, gioca con il numero 8. Ha segnato 21 mete in 77 presenze e stamattina Karim Ben Ismail lo ha intervistato per L’Équipe. Savea è nato a Wellington da genitori samoani. Sua madre è arrivata bambina in Nuova Zelanda. I nonni volevano che avessero una vita migliore, aveva altri nove tra fratelli e sorelle. Il padre è emigrato all’età di 21. Si sono incontrati a un torneo di pallavolo, in una chiesa. Papà faceva il fornaio, mamma vendeva panini all’università. Savea racconta che non c’erano molti soldi in casa ma i genitori si sono assicurati che non mancasse mai nulla a tavola.
«Quando vedo i miei figli oggi, penso che non avevamo tutto quel che avevano loro. È stato grazie a mio fratello Jules e ai soldi del suo primo contratto da professionista che abbiamo potuto comprare un’auto. Prima andavamo agli allenamenti da soli: approfittavamo della macchina dei genitori di amici o di un allenatore. A volte facendo l’autostop. La domenica ci infilavamo nell’auto di uno zio per andare a giocare a rugby. Alla clubhouse avevamo diritto a una bibita e un pasto gratis».
Il passaggio più interessante dell’intervista è quello in cui Savea si sofferma sulla cultura polinesiana e sulla sua conversione religiosa.
«I polinesiani attribuiscono tanta importanza agli scontri in campo. È una cosa che risale ai nostri antenati: discendiamo da guerrieri che vivevano sulle isole, dovevano sopravvivere, essere forti. Siamo stati costruiti così. Quando sei con i fratelli polinesiani, sei circondato da tanti giganti buoni, ragazzi gentili. Orsetti di peluche che in campo diventano dei mostri. Non so da dove venga. La dimensione fisica è assai rilevante in quella cultura. Il rugby può essere una via di fuga. Molti polinesiani hanno subito traumi per essere stati picchiati quando erano bambini. Questo alimenta una forte rabbia interiore. Siamo persone dolci, ma molti di noi conservano tanta rabbia dentro. Evitiamo di mostrare questo lato oscuro, in campo viene fuori. Il rugby aiuta a gestirla, ma nel profondo le cicatrici rimangono».
Savea racconta di essersi affidato a uno psicologo. «È positivo avere qualcuno con cui parlare, al quale raccontare le tue esperienze e i tuoi traumi. Alcuni lo vedono come un segno di debolezza. La verità è che tutti noi abbiamo delle zone oscure dentro di noi, cose che fin dall’infanzia disturbano l’adulto che siamo. La terapia mi aiuta a essere un uomo migliore, a trovare la pace, essere un compagno migliore, un buon papà. Se può ispirare altri ragazzi, sono contento. A casa andavamo in chiesa per obbligo. Mi ero sempre tenuto un po’ lontano da Dio. Per molto tempo sono stato come un gatto, cadevo sempre con i piedi a terra, trovavo soluzioni. Un giorno sono sbattuto contro un muro. Niente andava più bene. È stato allora che ho visto cosa fosse veramente la fede. Avevo amici che sembravano aver trovato la loro strada grazie a essa. Ho visto la luce in loro. Ho deposto le mie armi e ho chiesto a Dio: – Se esisti, puoi manifestarti? È stato all’inizio del 2020. Ho iniziato a leggere le Scritture. Ho iniziato a costruire una relazione con Dio. Pregare. Con tutto me stesso. Dopo l’ultima Coppa del Mondo in Giappone ho perso l’equilibrio a causa di un infortunio al ginocchio. Operazione, riabilitazione… Sono stato fuori per sei mesi. Ho cominciato a stare male, bevevo. Sono andato a Bali, ho fatto cose che non erano da me. In quel momento mi sono detto che mi stavo divertendo per alleviare la pressione della Coppa del Mondo. In effetti, stavo diventando una persona che non avrei mai voluto essere. Non sono uno studioso, avrei difficoltà a parlare in termini di teologia, quello che so è che stavo piangendo in macchina quando ho sentito lo spirito divino. Ho trovato la pace interiore nella preghiera. Mi calma, mi ha aperto un altro modo di vedere le cose, tutto è più leggero. Oggi Dio è il mio migliore amico. Lo ringrazio, gli chiedo di perdonarmi. È tutto per me. Ci parliamo. Lo sento. Ho questo momento di scambio quando sono calmo in macchina».
GESTI
La haka
Eccola qua, subito, stasera: la danza maori della nazionale neozelandese. Il mondo del rugby torna a chiedersi periodicamente quale sia il giusto atteggiamento da tenere di fronte agli All-Blacks. Durante la sua esecuzione, capita che dal settore dei tifosi ospiti si alzino canti di disturbo. A molti pare irrispettoso. Qualche anno fa, Pietro Cabrio sul Post riepilogò i diversi atteggiamenti usati da alcune nazionali
“Nei paesi con una solida tradizione rugbistica generalmente non si sta a guardare in silenzio: i giocatori possono ridacchiare in segno di sfida o avvicinarsi di qualche metro mentre il pubblico canta e cerca di coprire le urla e i versi neozelandesi. In altri paesi, invece, dove il rugby non è così popolare, la haka non è considerata come un modo con cui gli All Blacks si caricano e cercano di intimidire gli avversari, ma più semplicemente come uno spettacolo a cui assistere: una specie di inno nazionale a cui è più divertente assistere. Spesso quindi si tende a fraintenderne il significato – l’haka non è l’inno nazionale – e mostrare un’eccessiva riverenza, dimenticandosi che quelli vestiti in nero in fondo stanno cercando soprattutto di caricarsi e intimidire chi hanno di fronte, peraltro gli stessi neri che nove volte su dieci escono dal campo vincitori”.
Kees Meeuws, nazionale neozelandese tra il 1999 e il 2004, ha una posizione netta: «La haka ha perso il mana, il suo potere spirituale. È diventato uno show. Dovrebbero farla in alcuni test match, neppure in tutti. Andava bene fino a pochi anni fa, quando era una scelta. Ma ora giocano 14 partite all’anno ed è troppo per quanto riguarda l’haka. Si potrebbe fare solo in casa oppure solo fuori casa, come una volta. Non sempre».
PAGINE
La Haka in Finnegan’s Wake. Come fu che Joyce se ne innamorò
È il 2 gennaio del 1925 quando gli All Blacks sono a Parigi per una partita amichevole e tra il pubblico c’è anche James Joyce. La partita si gioca allo stadio di Colombes, che pe il cinema diventerà quello di Fuga per la Vittoria, il film di John Huston del 1981. Comunque. Scrisse tempo fa Antonio Tombolini sul Colophon che non sapremo mai se a Joyce quella partita piacque [37-8 per la Nuova Zelanda] né per chi abbia casomai tifato. Gli piacque certamente la haka e volle saperne di più. Non aveva Google, ma aveva sua sorella Margaret Alice, in famiglia detta Poppy. Era diventata suora e alla fine del 1909, con il nome di suor Mary Gertrude, era partita proprio per la Nuova Zelanda, dove sarebbe morta ottantenne nel 1964. Così Joyce prende la penna e le scrive una lettera, chiedendo a suor Mary di informarsi su questa danza, sul suo significato, sulla sua musica. Fu grazie anche alla risposta di suor Mary che la haka finì in Finnegan’s Wake.
Luca Castaldini sul Giornale di stamattina racconta invece il mito dell’Uomo Nero, nel senso della maglia, un marchio valutato due miliardi di dollari, il segno di una squadra che “viene vissuta – scrive – dal grande pubblico come gli Harlem Globetrotters, come un fenomeno di costume anziché una squadra”.
Il 1901 è stato l’anno della prima fotografia della nazionale vestita di nero. Nella prima tournée della loro storia, nel 1884 in Australia, avevano messo una divisa blu con la felce oro. “In rarissime occasioni – racconta il Giornale – è capitato di vedere i neozelandesi in maglia bianca, ed è tutt’altra suggestione. Sono stati visti persino in grigio, però visto com’è andata a finire nel Mondiale 2007, probabilmente, la scaramanzia ha suggerito di abbandonarlo. Lo indossarono per il quarto di finale di Cardiff contro la Francia. Per poco, dopo quella sconfitta non cadde il governo”.
In 126 anni, racconta il Giornale, la divisa è cambiata giusto in qualche dettaglio, “il colletto si fa bianco, torna nero o scompare e magari anche la trama, gli inserti, il materiale in cui è realizzata, ovviamente si susseguono”. Quando la Nuova Zelanda giocò contro l’Argentina poco dopo la morte di Maradona, gli All-Blacks danzarono la haka posando in terra una maglia nera numero 10 con il nome di Diego.
ITALIANISMI
Le prospettive degli azzurri
L’Italia è nello stesso girone di Francia e Nuova Zelanda. Non è una bella notizia. Passano le prima due. La terza si qualfiica al Mondiale del 2027. Debutta domani contro la Namibia con un ct al quale la federazione ha fatto già sapere che il rapporto finisce qua. Kieran Crowley è quello che Stefano Semeraro su la Stampan definisce un “ct silurato anzitempo dal presidente Fir Innocenti («per me è adatto a guidarci a questi Mondiali, ma non a portarci verso il 2027»). La sua è, ed è stata per due anni un’Italia coraggiosa al limite della sventatezza, ma divertente, capace di sorprendere il Galles a Cardiff e l’Australia a Firenze come di andare in bianco all’ultimo Sei Nazioni”.
Semeraro spiega che Crowley avrebbe voluto continuare il lavoro, “il coach che non sorride mai, ma è stato liquidato bruscamente. Forse anche per il rifiuto di riportare in squadra il totem Parisse. «Nessuno mi ha spiegato le ragioni, non ne ho idea. Ma la decisione è stata presa e ormai non può cambiare». In Francia si presenta con qualche assenza di peso, dovuta al folle calendario pre mondiale che ha devastato tutti, e con il talismano Capuozzo a corto di partite dopo un lungo infortunio”.
Ne parliamo meglio domani.