Questa è la storia di due donne che volevano la stessa cosa. Far crescere i propri figli nell’eccellenza. Una si chiama Rhonda, Rhonda Smith, e trent’anni fa si stava lasciando andare.
Aveva cominciato a bere e vagabondare, se ne era andata in estate dalla casa di sua madre a Seattle. Quando a settembre si ripresentò all’Università di Washington, sentiva le amiche che alle sue spalle dicevano: «È diventata grassa». Avevano ragione loro. Nel senso che si stava distruggendo. Aveva visto morire il suo miglior amico, Travis, compagno di classe alle scuole medie. Un linfoma. La canzone che aveva sentito suonare al suo funerale, quattro mesi prima, la tormentava. Rhonda rientrò al college e non gliene importava più di niente. Quando Chuck Culpepper del Washington Post ricostruì la sua storia, raccontò che il suo coach, Chris Gobrecht, la fissò davanti alle compagne e le disse: «Non ho intenzione di dire nulla sul tuo aspetto. Se riesci a tenere il passo di quello che facciamo, il resto non mi interessa». Fu la scossa. Il clic che serviva.
Rhonda Smith si rimise in forma, tornò a giocare a pallacanestro, segnò 2.948 punti in quattro anni e prese 803 rimbalzi. Arrivò a giocare tra le professioniste, ricominciò a sentire la canzone del funerale di Travis. Dieci anni dopo l’estate orribile del 1992 è nato suo figlio, Paolo, il padre è Mario, un ex giocatore di football, oggi importatore di salumi negli USA, aveva un nonno ligure. Mamma Rhonda volle il meglio per lui prima tra i licei [la O’Dea High School], poi tra le università che nel frattempo si erano messe in fila per avere le sue mani e i suoi canestri [Duke], infine come nazionale, così che tra la vita e la morte avrebbe scelto l’America.
La seconda donna di questa storia si chiama Olga e invece viveva dall’altra parte del mondo, l’altra parte della barricata di un’antica guerra fredda. Diede ragione a Sting, condividiamo la stessa biologia, indipendentemente dall’ideologia, I hope the Russians love their children too.
Certo che Olga amava la sua bimba, a 14 anni già alta un metro e 94, quattro centimetri più di lei. L’aveva mandata in principio a ginnastica artistica, lo sport di Larissa Latynina e della giovane Korbut, Olga come lei, anzi lei Olga come Korbut, in famiglia la bimba di München 72 era stata un idolo.
Olga era finita a giocare a pallamano, in porta, in Unione Sovietica un movimento da due ori olimpici e tre mondiali. Quando i centimetri di Ekaterina diventarono tanti, per la ginnastica furono troppi. Erano i geni, i geni di mamma e pure di papà, 2 metri e 12, un centro nel basket russo. Olga le affiancò un preparatore atletico. A scuola le avevano riferito che la ragazzina aveva coordinazione nei movimenti e una tecnica da pallavolista rara. Il suo secondo marito Gamzat, un medico sportivo, un chirurgo che lavorava con la nazionale di basket, si fece venire un’idea. Che non era Duke ma in fondo era uguale. Far crescere Ekaterina nel posto dove per la pallavolo c’è cura, dove seguono la formazione, dove esiste una cultura. L’Italia.
Per Rhonda il nome di quel paese era un’eco lontana, era una radice, era una storia tramandata. Per Olga erano tre sillabe dentro le quali poteva sentire una promessa, un futuro nuovo, un cambiamento. Casa è quel posto dove sorridiamo più spesso. L’appartenenza può essere una storia di sangue, di suolo, di scelte. La Duke di Ekaterina è stata Reggio Calabria, dove lavorava Dina Yasakova, e poi Sassuolo, il posto verso cui è stata indirizzata da Irina Kirillova, e dopo Scandicci. C’è stata tutta una rete di persone, russe, italiane, dirigenti federali che hanno permesso a Ekaterina Antropova di diventare italiana.
È stato un processo inverso a quello di Paolo Banchero. A Paolo hanno prima messo in tasca un passaporto italiano e solo dopo si sono preoccupati di strapparlo a un cammino con la maglia USA. Per Ekaterina l’ufficio tesseramenti della federazione pallavolo ha prima scovato due lettere, una di carta e l’altra online, dove si leggeva che l’allora presidente federale russo dichiarava che la ragazza non era mai stata tesserata per nessun club. È così che i legali hanno vinto contro i ricorsi presentati da Mosca quando Ekaterina è diventata la Antropova che vediamo in campo. L’ha raccontato Piero Giannico su Tuttosport parlando con la signora Olga, ricostruendo con lei i desideri di una famiglia, la stessa storia dei Banchero ma nel senso inverso.
«Con il ct della Russia ci siamo sentiti una sola volta per telefono perché i suoi parenti gli avevano detto che c’era una ragazza russa straordinaria ma la nostra volontà era l’Italia». Ekaterina si è diolomata con 87 all’istituto tecnico commerciale, indiritto Relazioni Internazionali per il Marketing, a Prato. Parla cinque lingue: il russo, l’inglese, l’italiano, lo spagnolo e il tedesco. Dice di parlare e pensare nelle diverse lingue, in base al contesto. Schiaccia in un modo solo. Universale.
Ieri ha chiuso il suo ottavo di finale agli Europei in maglia azzurra con 17 punti in tre set contro la Spagna, il 65% di efficacia in attacco, 4 ace e due muri. “È vero che l’avversario non era di prima fascia ma resta sempre un’ottima prestazione in una partita importante” fa notare Enrico Spada su Oa Sport, in una pagella da 7.5. Ekaterina veniva da un riposo di qualche giorno per un fastidio muscolare, precauzione. Nelle partite saltate, l’Italia ha ritrovato i punti di Paola Egonu, in questi Europei diventata un cambio [e qui a Slalom pare ancora inverosimile che il Ct non stia battendo la testa da qualche parte per pensare come farle giocare insieme]. Lui dice che questa alternanza è un aspetto vincente. Giuliano Bindoni su Volley News conviene che “la staffetta alla Rivera-Mazzola può essere una soluzione che garantisce massima resa sempre, ma ora la suggestione di farle giocare insieme stuzzica parecchio”. Federica Squarcini al Corriere dello Sport-Stadio ha detto: «Sono due fenomeni. Paola è già affermata in tutto il mondo, con Kate ho giocato insieme a Sassuolo ed è una roba assurda. Entrambe quando entrano in campo fanno la differenza. Kate, poi, può essere utilizzata anche da 4». Non è una soluzione complicata da immaginare. Antropova alla banda, Egonu da opposta.
“Quale altra squadra può vantare due bocche di fuoco di questo valore? Solo a pensarci si rischia la paralisi facciale da sorriso a 32 denti”, scrive Volley News. Deve essere questo che Mazzanti prova nei suoi allenamenti a porte chiuse. L’accrocco micidiale, da gettare in campo più in là, forse con la Francia ai quarti, forse con la Turchia in semifinale, forse al torneo di qualificazione olimpica, nel mese di settembre.
Diego De Ponti su Tuttosport spiega che “il ruolo di opposto fino alla scorsa stagione era il regno incontrastato di Paola Egonu, nella buona e nella cattiva sorte. Oggi non è più così. In parte dipende dall’arrivo in maglia azzurra di Ekaterina Antropova. In parte dipende da un modo diverso di interpretare il ruolo. Non dipendere dal binomio Egonu-Antropova vuol dire costruire un sistema di gioco che offra più opportunità in attacco e renda meno leggibile le scelte della palleggiatrice. Dalla pallavolo maschile Mazzanti ha mutuato l’idea di un maggior uso della pipe e delle centrali”.
I giornali stamattina sottolineano la fatica fatta con la Spagna. “Qui ci si gioca un Europeo che l’Italia vuole vincere – scrive Gian Luca Pasini sulla Gazzetta – anche il “come” ha la sua importanza, soprattutto in previsione delle partite più difficili, quelle decisive per arrivare fino alla finale. L’Italia ha avuto un paio di momenti di blackout, in cui ha preso parziali importanti da una Spagna volenterosa, ma non irresistibile”. Carlo Lisi sul Corriere dello Sport-Stadio fa notare che “Mazzanti ha continuato per la sua strada con il doppio cambio, ma gli innesti della coppia Bosio-Egonu sono coincisi con le rimonte iberiche, che hanno portato la Spagna ad arrivare ad un passo ad essere la prima squadra a vincere un parziale contro il sestetto tricolore, che sarebbe stata una piccola grande soddisfazione per una formazione che ha fatto una buona impressione in questa rassegna . Soprattutto la palleggiatrice è par sa ancora contratta come era già accaduto nella gara con la Croazia, una situazione su cui ci sarà da e lavorare”.
letture Paola, una questione politica | “Martedì scorso, mentre si spegneva l’artista di Fosdinovo, nella classifica dei libri più venduti su Amazon primeggiava “Il mondo al contrario” di Roberto Vannacci, ex paracadutista della Folgore, generale di divisione: 300 pagine abbondanti, farcite di contenuti omofobi, razzisti e sessisti. Il generale, che ha definito gli omosessuali «non normali», ha detto di Paola Egonu, icona della nostra pallavolo: «Quando vedo una persona di pelle scura non la identifico con l’etnia italiana». Come se fosse il colore della pelle a determinare chi siamo e non i nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri sogni, le nostre emozioni. Paola è nata, ha studiato e ha vissuto in Italia. A parte il fatto che, a rigor di scienza, il primo uomo, 200 mila anni fa, è nato in Africa e quindi siamo tutti migranti africani, il generale riascolti Cutugno e soprattutto Bob Marley che spiegava: «Finché il colore della pelle conterà più di quello degli occhi, ci saranno sempre guerre». Meno male che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è passato dal Meeting di Rimini a sollecitare «il rispetto delle diversità», «l’abbattimento dei muri e delle barriere» e a ricordare che «il popolo italiano è il frutto di un incontro di etnie». Meno male che lo sport, più dei generali, educa i giovani all’inclusione, al sentimento di squadra, all’empatia che prescinde dalle diversità. Tifiamo e ci emozioniamo per la Iapichino, per Jacobs, per i nuovi italiani che oggi giocheranno in Serie A e per quelli che presto Spalletti chiamerà in Nazionale” – di luigi garlando, la Gazzetta dello sport
PALAZZETTI E DINTORNI
Lo Zecchino [degli Europei di pallavolo] d’oro
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BOLLE DI SAPONE La crescita della Francia
La Francia si è qualificata per i quarti battendo sempre a Firenze la Romania [3-1: 25-23 25-16 21-25 25-23], a sua volta con qualche fatica inattesa. La trascinatrice della squadra si chiama Helena Cazaute, 15 punti, l’eccellenza di Chieri che l’anno prossimo sarà compagna di squadra di Paola Egonu a Milano. Meno brillante l’opposta Lucille Gicquel, 18 punti, ma molto fallosa nei passaggi decisivi. La Francia è una nazionale in ascesa. Ha vinto la Challenger Cup, si è qualificata alla prossima Nations League, sta pensando ai Giochi di casa. Non era mai stata 17esima nel ranking. Sei anni fa, quando partì il progetto mirato al 2024, erano al posto numero 44.
in tv oggi ore 17 Eurovolley Tv: Turchia-Belgio | 18 Rai Sport, Sky: Olanda-Svizzera | 20 Eurovolley Tv: Polonia-Germania | 21 Rai Sport, Sky: Bulgaria-Slovacchia
L’esordio di Banchero ai Mondiali
Fabrizio Fabbri sul Corriere dello Sport-Stadio racconta che gli esordi non lo spaventano. Banchero ha messo 21 punti in 19’ minuti di campo (6 su 8 da due , 2 su 2 da tre), con 4 rimbalzi e 4 stoppate, miglior marcatore degli USA contro la Nuova Zelanda – che in campo ha danzato la haka. “Non ha stupito nessuno – scrive Fabbri – perché alla sua prima partita nella lega americana, lo scorso ottobre (Orlando Magic-Detroit 109-113) di punti ne aveva messi a segno 27 condendoli anche con 9 rimbalzi, 5 assist e due stoppate. È capitato spesso – spiega – e capiterà ancora, che Kerr chieda a Banchero di coprire il campo in palleggio. La sua fisicità lo rende un fattore vicino a canestro, dove ha rapidità ed esplosività. Contro la Nuova Zelanda ha anche confermato la pericolosità al tiro da 3 punti che, vale la pena ricordarlo, nel basket FIBA, quello che governa il Mondiale 2023, è più vicino rispetto a quello della NBA.
Sarà il Torneo di Paolo? Difficile dirlo, visto che alcune stelle attese, come lo sloveno Luca Doncic, sono pronte a lasciare il segno. Di certo, con grande rimpianto dell’Italia, la ribalta da protagonista per Banchero è già aperta”.
Anche Piero Guerrini su Tuttosport dice: “Il ragazzo rimbalza sulla pressione. Non avverte la minima tensione, oppure la trasforma in energia. prova completa di solidità e affidabilità, continuità a maturità”.
La seconda partita dell’Italia
Attenti al gatto, scrive Piero Guerrini su Tuttosport. Il gatto è Karl-Anthony Towns, il leader della Repubblica Dominicana. “Gli azzurri lo sanno – si legge – e Nic Melli un po’ di più. Intanto perché Nic è uno scienziato che studia ogni cosa. Eppoi lui nella Nba c’è stato e ha affrontato KAT, perché tutti lo chiamano con l’acronimo: più semplice, breve e brillante. E in fondo il centrone dei Minnesota T’Wolves ha le movenze e l’atteggiamento sornione del gattone. Mani dolci per segnare anche da tre e polpastrelli ipersensibili. Un po’ indolente, forse, ma dal talento scintillante”. Alla prima uscita contro le Filippine: 26 punti e 10 rimbalzi.
“Anche Matteo Spagnolo lo guarderà all’ingresso in campo, perché lui è stato scelto proprio da Minnesota, di cui KAT è il totem”.
SCUSATE IL RITARDO
L’esordio azzurro contro Angola
Andrea Barocci, Corriere dello Sport-Stadio: “Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto nel fantascientifico impianto da 55.000 posti di Manila lo si era intuito nei primi 10’: Datome, uno dei migliori specialisti nelle triple d’Europa, aveva segnato solo un canestro da tre su quattro tentativi pur essendo liberissimo. Le raccapriccianti percentuali finali da oltre l’arco di entrambe le squadre hanno poi confermato la sensazione: in quell’astronave spaventosamente gigantesca che è l’arena filippina, mancano di fatto dei punti di riferimento per gli specialisti del tiro pesante. È l’unica spiegazione possibile”
Piero Guerrini, Tuttosport: “L’Italia avrebbe potuto impantanarsi nelle difficoltà del debutto Mondiale. Comprensibile e prevedibile con 11 esordienti su un palcoscenico per star. Il lato positivo è che nonostante i problemi mai la squadra sia andata in ansia, abbia smarrito la tenuta mentale. Simone Fontecchio mostra tutto il suo talento sotto controllo, segnando quando conta, inventandosi un canestro fluttuando nell’aria a Julius Erving”.
Cosimo Cito, Repubblica: Lo show di Pozzecco è arrivato più tardi, a gara finita: «Dov’è Manny Pacquiao? Ha paura di me? Tifavo per lui nel suo match contro Mayweather e mi dispiacque quando perse. Dategli il mio numero, lo aspetto in stanza»”.
Matteo De Santis, la Stampa: “Scoprendo che il canestro della Philippine Arena si vedeva meglio dall’ultima fila della piccionaia che dalla linea del tiro da tre, punto di non ritorno in comune (9/61 totale) per le mani tremolanti azzurre (5/31) e angolane (4/30), l’Italbasket dei sogni e dei sognatori si è riscoperta concreta ed essenziale”.
Flavio Vanetti, Corriere della sera: “Azzurra è partita male, poi ha preso in mano le redini, salvo smarrirle rapidamente e farsi inghiottire da un incontro dall’andamento altalenante e con una costante comune: sia la Nazionale sia gli africani, dalla grande distanza non avrebbero segnato nemmeno se il canestro fosse stato largo quanto un oceano”
Davide Romani, la Gazzetta dello sport: “La Nazionale vista nella prima parte di gara è lontana parente della squadra ammirata nel pre Mondiale chiuso con 7 vittorie su 7. Ma va visto il bicchiere mezzo pieno: in una partita dove una delle armi tattiche più importanti non funziona – «con questi spazi enormi, un lato lungo aperto, l’altro chiuso, non è un caso che entrambe le squadre abbiano faticato al tiro da tre» ha evidenziato Pozzecco -, contro un avversario più prestante fisicamente, gli azzurri riescono a non subire troppo a rimbalzo (41-41 il dato finale)”.
CAROSELLO D’ASIA
Le migliori réclame dei Mondiali
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MIGUEL SON MI Carlik Jones [Sud Sudan]
La nazionale del Sud Sudan non è venuta né per folklore né per raccontare la sua storia di nazionale qualificata ai Mondiali senza nemmeno un palazzetto nel paese. È venuta per giocarsela e contro Portorico l’ha fatto, fino all’infinito e oltre, andando ai supplementari dopo aver guidato a lungo. È finita 96-101 – amen. Carlik Jones ha chiuso con 35 punti, 11 assist e 6 rimbalzi, 40 di valutazione, il punteggio più alto finora ai Mondiali.
| SU RIMBALZI
Il 79esimo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, è dedicato alla nazionale di basket del Sud Sudan, Paese nato nel 2011 da una guerra civile con 4 milioni di morti, oggi tra i 10 paesi più poveri al mondo. In uno Stato che non ha nemmeno un palazzetto, la squadra si è qualificata ai Mondiali, con una formazione di ragazzi figli di profughi | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme |
BASTA LA PAROLA Luka Doncic [Slovenia]
Luke the Legend, lo chiama il sito ufficiale del torneo. Doncic è la stella splendida splendente del torneo. Ha preso la Slovenia e l’ha trascinata contro il Venezuela [100-85] con 37 punti, 7 rimbalzi, 6 assist. È stata la sua stazza a imbarazzare i sudamericani. Non sapevano dove attaccargli il guinzaglio. Non gliel’hanno attaccato. Ha tirato 16 liberi.
MA È UN’INGIUSTIZIA PERÒ Stephen Thompson Jr [Portorico]
Ha rubato la palla a Wenyen Gabriel per la schiacciata cruciale di Ismael Romero a 16 secondi dalla fine dei regolamentari. Poi ha segnato 7 punti ai supplementari. Impedendo di usare stamattina la parola favola nei pezzi sul Sud Sudan: 21 punti in tutto, 13 rimbalzi, 5 palle recuperate e 4 assist.
PERDINDIRINDINA, CHE CONFUSIONE Bruttarella, questa Cina
Gianluca De Costanzo, Around the Game a proposito della sconfitta contro la Serbia usa la parola parricidio, perché sulla panchina di Pechino siede Sasha Djordjevic: “Forte delusione del nuovo elemento Li Kaier (al secolo Kyle Anderson) che chiude a 0 punti con uno sconfortante 0/9 al tiro, che però non rende la mestizia del campo per l’ala di Minnesota. Il giocatore sembra isolato e poco coinvolto nel gioco cinese e ancor meno compreso dai compagni, che difficilmente riescono a servirlo o, ancor peggio, a concedergli una spaziatura che potrebbe essere utile. La partita della Cina rimane comunque convincente in termini di energia ed entusiasmo, con alcune situazioni da gioco libero che mostrano un certo spunto offensivo e a rimbalzo. Risultano comunque cristallini i limiti difensivi, soprattutto per quanto concerne difesa on-ball, fisicità e qualità dei tiri presi per la nazionale di Coach Djordjevic. Il lavoro sarà lungo e difficoltoso, senza dimenticare la grande barriera linguistica che rende tutto lo sviluppo più macchinoso”
Pianeta Basket: “La formazione di coach Pesic ha preso il controllo al 10′ (25-14) e non l’ha mollato per tutta la partita. La nota negativa è l’infortunio nel secondo quarto di Petrusev, che va a rodere le rotazioni praticamente contate della squadra. Molti i contributi nel tabellino: Vanja Marinković e Bogdan Bogdanović con 14 punti ciascuno, mentre l’MVP della partita è stato Nikola Milutinov con 11 punti, sei rimbalzi e due assist”
Molto interessante!