Non c’è più un biglietto, non c’è più un posto libero allo stadio di Wembley, per la finale di Coppa d’Inghilterra femminile di domani. “Il record di spettatori previsto per Chelsea-Manchester United è l’ultimo segnale della straordinaria ascesa del calcio femminile” scrive sul Guardian Jonathan Liew, prima firma di sport nel Regno Unito, un altro piccolo segnale della rilevanza dell’evento. È uno di quei momenti in cui ci si volta a guardare quanta strada è stata fatta.
Nel 1997 un club amatoriale del nord-ovest di Londra, oggi noto come London Bees, riuscì a battere Doncaster Belles e Arsenal per conquistare un posto in finale. Si giocava a Upton Park, la persero 1-0 per un gol di Louise Waller del Millwall, davanti a 3.015 persone. John Jones, l’allenatore, disse che sarebbe stato bello giocare allo stadio di Wembley, «ma dobbiamo essere realistici, sarebbe stato mezzo vuoto».
Due decenni prima, nel 1977, i Queens Park Rangers avevano battuto il Southampton per 1-0 nella finale giocata a Champion Hill, in casa del Dulwich Hamlet. Questo per dire che nei primi anni di esistenza, la Coppa femminile doveva ancora combattere l’aperta ostilità dell’establishment del calcio maschile. Nessun campo della Football League, racconta il Guardian, era disponibile a ospitare la partita. Quando Carrie Staley segnò il gol decisivo, mentre festeggiava un fotografo le chiese se potessi mettersi un po’ di rossetto e baciare la Coppa. Staley gli fece una risata in faccia.
Adesso siamo di fronte ai 91.648 spettatori che vanno al Camp Nou di Barcellona, ai 17 milioni e mezzo di telespettatori per la finale di Euro 2022 in inghilterra, ai 60.063 paganti dell’Emirates Stadium per la semifinale di Champions League tra Arsenal e Wolfsburg.
“Il momento in cui Manchester United e Chelsea usciranno dal tunnel di Wembley domenica pomeriggio, davanti a una folla di oltre 80.000 persone – scrive Liew – sarà quello di un altro cambiamento radicale per il calcio femminile in Inghilterra. La finale di Euro 2022 ha avuto un’atmosfera irripetibile”.
Qui c’è un aspetto ancora più interessante. La maggior parte dei biglietti è stata venduta prima che si conoscesse il nome delle finaliste, senza campagna di marketing.
“È legittimo a questo punto parlare del calcio femminile – dice Liew – come di un rito nazionale, un vero e proprio prodotto di intrattenimento di massa. Niente di tutto questo sarebbe successo senza il lavoro di coloro che ci hanno preceduto”.
Rachel Brown-Finnis ricorda la sua prima esperienza in una finale di Coppa, quando da quindicenne giocava in porta per il Liverpool nel 1996. «Tornata a casa la domenica sera, sono andata a scuola il lunedì. È stato molto strano. Il panorama era completamente diverso. Ricordo che la partita venne trasmesso su un canale satellitare semisconosciuto, UK Living. L’interesse dei media è stato praticamente nullo. Ma non eravamo infastidite, a essere onesta. Abbiamo giocato perché ci piaceva. Non cercavamo complimenti o soldi».
Ventisette anni dopo quella partita persa contro il Croydon ai rigori, Brown-Finnis sarà a Wembley domani pomeriggio, come commentatrice per BBC One. Ha 82 presenze in Nazionale e ha giocato tre finali di FA Cup. Mai a Wembley. C’è andata vicina, sedeva in panchina durante le partite delle Olimpiadi 2012. Due anni dopo era in campo per l’ultima finale di Coppa prima che venisse trasferita a Wembley. “Eppure – scrive il Guardian – non c’è alcun rancore residuo in lei, nessun senso di rimpianto, nessun sentimento negativo”, c’è anzi la consapevolezza di aver aperto una strada al suo sport, portandolo nella direzione giusta.
“Quel mondo è andato e non tornerà mai più. Il pubblico televisivo – scrive Liew – sarà globale e sarà misurato in milioni. Ci saranno venditori di biglietti su Wembley Way, dozzine di giornalisti in tribuna stampa, code enormi ai bagni. È un promemoria fondamentale su una verità dello sport femminile: se costruisci qualcosa, il raccolto arriverà”.
Cinque anni fa la squadra femminile del Manchester United non esisteva nemmeno.