Cosa succede in testa
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CAMPO PRINCIPALE Ti lascio una canzone
Due navi sono partite da Genova per il giro del mondo nello stesso giorno, venerdì. Non era mai successo. C’erano 5mila persone a bordo, sono gli effetti dello smart working, ti porti il lavoro appresso e lo sbrighi da un ponte mentre punti verso Suez. Gino Paoli aveva messo il cielo in una stanza prima di immaginare che il cielo lo avremmo portato pure dentro un ufficio. Chi parte, sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca, diceva Lello a Gaetano in Ricomincio da tre, ma erano parole di Montaigne, o forse di Cooper, chi lo sa – Cooper ha detto tante cose. Chi torna, invece, lo sa. Chi torna e chi arriva, a Genova trova le braccia aperte dell’Acquario e neppure un cartello che segnala dove andare per passeggiare in via del Campo.
È una città gemella di Napoli. Hanno entrambe questa collina che s’addolcisce verso il mare e che impedisce l’espansione circolare. Qui e là si procede allora per accumuli, la storia si ammucchia per stratificazione, la stratificazione si appoggia sul passato ma obbliga a continue riletture. Così non c’è proprio niente di strano che sia stato un genovese come De André a rileggere il canone napoletano con La Nova Gelusia oppure che lo abbia reinventato con Don Raffaè. Non c’è niente di strano che Teresa De Sio abbia tradotto in napoletano Creuza de mä.
“Faccia de mare ca pe mare va / dint’a chella varca addò vuò arrivà”.
Andare, tornare, arrivare. Sono verbi familiari a queste due città, fino a una trentina d’anni fa un semplice suolo per il calpestio dei turisti, di passaggio verso la Riviera e le Cinque Terre, oppure la Costiera e le Isole. Due città unite dalla musica e dalla naturalezza con cui guardano le vite attraversare la strada, quella di Princesa di De André, quella di ‘o buono guaglione di Pino Daniele che fà ‘a vita ‘e notte sott’a nu lampione, e vo’ essere ‘na signora e crede ancora all’amore.
Cosa devi credere, quando sei nato a Genova o quando ci arrivi, come ci arrivò Vialli e dalla vista del suo mare non voleva andare via. Cosa devi credere, quando sei nato a Napoli o quando ci arrivi dal Sudamerica come Vinicio e Pesaola, mai più partiti.
Un acquario per attrarre gli svagati turisti da crociera, Napoli non ce l’ha. Si era inventata la Naples’ Wheel – in inglese, si capisce – una ruota panoramica alta 55 metri da mettere alla Stazione Marittima, nel piazzale angioino. Sulle cabine volevano disegnare gli occhi dei bambini di Napoli, non potendoci mettere a voce de’ criature, quella sì che saglie chianu-chiano come la ruota, e tu sai ca’ nun si sulo. Dibattiti, discussioni, divisioni come al solito, ce ne sono sempre in questa città, ci potete scommettere, e indovinereste. Solo un terno, uno non indovina. Un terno sulla ruota di Napoli. La soprintendenza ha fermato tutto, tirando una sottile linea rossa tra il senso di un luna park e un autentico belvedere, quello che da San Martino vedi tutta quanta la città, fatti di inciuci e di fotografie, di Maradona e di Sofia.
Che certi nuovi sogni del Napoli passino adesso da Genova, quasi impressiona. Le due città si sono mescolate quando Paolo Villaggio ha dato la sua faccia al maestro di Marcello D’Orta al cinema, il maestro delle case sgarrupate. Si sono mescolate quando Gino Paoli e Peppe Vessicchio hanno scritto insieme una delle più belle canzoni italiane degli ultimi trent’anni, ti lascio una canzone da cantare, a chi tu amerai dopo di me.
Napoli è il posto dove Vialli ha giocato una delle sue partite più belle con la maglia della Nazionale. Lui c’era quando Diego giocò la prima al San Paolo in serie A. Genova è il posto dove invece Maradona giocò l’ultima, dove segnò il suo ultimo gol, un calcio di rigore, con la maglietta rossa. Vialli aveva fatto una doppietta – e il filo di quella partita vecchia di trentadue anni arriva fino a oggi, fino a un numero 9 della Sampdoria che ha giocato solo 32 minuti in tutto l’anno [Manuel De Luca], oppure fino a quel numero 10 che da tempo il Napoli non assegna più.
Una canzone, allora, per chi non amerai senza di me.
scenari Sì ma chi gioca | Antonio Giordano racconta sul Corriere dello sport-stadio che Spalletti cambia almeno quattro uomini. In attacco Raspadori con Osimhen e Kvaratskhelia, in mezzo Elmas e Ndombele, in difesa pronti Juan Jesus e Mario Rui. “Le rotazioni decise anche in previsione della gara di venerdì contro la Juve”.
Il condirettore Alessandro Barbano scrive: “Sbraca o non sbraca? I rivali di Spalletti sfogliano la margherita, cercando nella caduta di San Siro i segni di una fragilità che si suole storicamente attribuire a gennaio alle squadre del tecnico toscano, e che pure, per quello fatto vedere dal Napoli prima della sosta, sembrava doversi escludere. Che questo stop [a Milano, ndSlalom] sia un caso isolato o piuttosto una breccia aperta nel muro della capolista lo scopriremo alla fine di gennaio, quando il Napoli avrà concluso il girone d’andata, affrontando Samp e Salernitana in trasferta, Juve e Roma in casa. Nel frattempo Spalletti fa bene a reagire alla sconfitta attivando un robusto turn over”.
la classifica Napoli 41, Juventus 37, Milan 36, Inter 34, Lazio e Roma 30, Atalanta 28, Udinese 25, Fiorentina 23, Torino 22, Bologna 19, Empoli Lecce e Monza 18, Salernitana 17, Sassuolo 16, Spezia 14, Sampdoria 9, Cremonese 7, Verona 6
MILAN-ROMA | Carlos Passerini sul Corriere della sera sottolinea le analogie e le suggestioni che legano questo inverno milanista all’ultimo. “Quante coincidenze infatti col 2022, quando il Milan iniziò la sua rincorsa allo scudetto affrontando proprio i giallorossi di Mourinho a San Siro. Era il 6 gennaio e i rossoneri arrivarono a quella sfida (poi vinta 3-1) con uno svantaggio di 4 punti sull’Inter, che divenne uno solo dopo il derby del 5 febbraio, con l’iconico uno-due firmato Giroud che riscrisse la storia del campionato. L’altra coincidenza è che anche quest’ anno la stracittadina si giocherà il 5 febbraio”.
CHI GUARDARE Dybala
Luca Valdiserri sul Corriere della sera ha scritto che ci sono “tante domande, una sola risposta” dentro questa Roma “ancora in cerca della sua vera identità. La certezza è Paulo Dybala. Non tutti erano convinti del suo arrivo in giallorosso, visto come era andata a finire la sua storia d’amore con la Juventus. L’argentino, invece, è stato sempre l’uomo in più. Almeno quando è stato a disposizione, visto che ha giocato 668′ in campionato, il dodicesimo della Roma nel minutaggio. Li ha però giocati alla grande: 5 gol e 2 assist. Nell’ultimo allenamento lo Special One ha provato i «Fab Four», con Pellegrini tra i centrocampisti e la coppia Zaniolo-Dybala dietro ad Abraham”.
◇ Stefano Carina sul Messaggero sottolinea: “Definitela come preferite. Fatto sta che dopo il pareggio dell’Inter, per la Roma la trasferta di Milano non è più un esame ma un’occasione. Vietato sbagliare, quindi. Ergo vietato perdere. Entusiasmo: è forse quello che manca a questo gruppo. Più del gioco e dei gol. Doveva essere la Roma dei fab4, scintillante e piena di qualità: si è trasformata – anche per gli infortuni – nella Roma di Smalling, baluardo difensivo con il contratto in scadenza, solleticato dall’idea di raggiungere gli ex compagni Dzeko e Mkhitaryan all’Inter”
SPECCHI L’Ammerica
Nella sua newsletter, la firma economica della Gazzetta Marco Iaria sottolinea le differenze gestionali tra il Milan di Cardinale e la Roma di Friedkin. Nei giorni scorsi, aveva scritto per la rubrica Sport&Business dell’approvazione del peggior bilancio nella storia della Roma, uno dei peggiori in assoluto della Serie A, con una perdita consolidata di 219,3 milioni nella scorsa stagione, dopo il -204 del 2019-20 e il -185 del 2020-21:
“In totale – faceva notare Iaria – 608 milioni bruciati negli esercizi influenzati profondamente dal Covid, anche se l’emergenza pandemica è solo una concausa di questa voragine economica. Nel 2021-22 soltanto la Juventus, in Italia, ha riportato un deficit più pesante della Roma: -239,3 milioni. Seguono l’Inter a -140,1 e il Milan a -66,5 milioni. Come si è formata la perdita della Roma? Semplice, i costi per mantenere la rosa sono insostenibili in rapporto al giro d’affari. I soldi di Friedkin rimangono essenziali. Nella scorsa stagione l’imprenditore statunitense ha immesso risorse per 206 milioni. È un continuum. Resta un paradosso: i Friedkin continuano a pompare denaro, eppure sul mercato i giallorossi operano con il freno a mano tirato. La sensazione è che, più che per lo sviluppo, le enormi risorse dell’azionista si stiano disperdendo nei buchi di bilancio di un club che si è avventurato in investimenti improduttivi finendo per ingolfare la macchina e facendosi trovare impreparato di fronte alla crisi dell’industria calcistica”.