La rinascita del tennis americano

 

 

Gli Stati Uniti fanno sempre la cosa giusta,

dopo che hanno esaurito le alternative

Winston Churchill

 

  TENNIS

La rinascita del tennis americano

Gli USA hanno appena vinto in Australia la finale della prima edizione della United Cup, il torneo che rilancia l’idea dello sport misto assai cara al CIO, come dimostrano le staffette introdotte nel nuoto, nell’atletica, nel biathlon. Il torneo ha recuperato lo spirito della vecchia Hopman Cup e sta preparando agli Australian Open di Melbourne, al via nella notte di domenica prossima L’Italia ha perso tutte e tre le partite iniziali in programma Storia di Asia Muhammad e Taylor Townsend, delle battaglie per i loro corpi. Bentornato, tennis

 

  Loro non vincono la Coppa Davis da sedici anni, noi da quarantasette. In Coppa King – nuovo nome per la Fed Cup – le reciproche attese durano dal 2017 e dal 2013. Eppure, la somma di due siccità ha portato acqua nella terra del tennis di Stati Uniti e Italia. La United Cup si atteggia a unità di misura della qualità complessiva di un movimento, forse lo è davvero, forse è un abuso. La bellezza e la crudeltà dello sport consistono nel riscrivere mille volte daccapo ogni verità. Gli USA sono arrivati alla finale giocata durante la lavorazione di questa newsletter e finita poco fa, con 18 vittorie su 20. L’Italia ne aveva perse cinque in totale. Entrambe hanno avuto un’innegabile chimica secondo il sito ufficiale della WTA. 

 

Matteo Berrettini ha parlato dei legami che esistono dentro la squadra dopo la vittoria sulla Grecia in semifinale. Dice che non immaginiamo quanto sia importante per loro trascorrere molto tempo insieme, fuori dal campo. Pare che dal versante americano giunga lo stesso pensiero. 

Il formato della United Cup consente a ogni nazione di compensare i punti deboli con le punte. Alcune sono più forti in campo maschile, altre in campo femminile. Altre tengono bene in entrambi i campi, nessuno dispone della profondità degli USA. Non vincono uno Slam e non giocano una finale dai tempi di Andy Roddick. Si tormentano per l’addio annunciato di Serena Williams e per quello di fatto che sta vivendo Venus. Eppure hanno entrambe le punte del paese [Jessica Pegula e Taylor Fritz] fra i primi-10 al mondo e i numeri due nella top-20 [Madison Keys e Frances Tiafoe]. Qualcosa si muove, qualcosa succede, senza un acuto è più difficile accorgersene. 

 

Gli USA sono arrivati a questa finale da favoriti, ma alla fine non è questo che contava. Non per l’Italia, almeno, alla ricerca di risposte dalla United Cup in vista dei veri obiettivi.

Va costruito un doppio maschile solido per ritentare il colpo in Davis.

Va cercato il giusto equilibrio nella considerazione di Jannik Sinner, esaltato come il sicuro numero 1 del futuro e un prossimo vincitore di Slam non appena infila una cartucciera di successi, per poi ridiventare un cucciolo da proteggere e da accudire, un talentino da non sottoporre a pressione, affinché cresca facendo sogni tranquilli e asciutti. Intanto ha 21 anni e mezzo, il numero 1 al mondo ne ha diciannove.

Va costruito un terreno fertile nel quale attendere – qui sì – che fiorisca qualcosa tra le donne, una volta esaurito il filone d’oro Schiavone-Pennetta-Errani-Vinci, e una volta accertato definitivamente che agli sbalzi di rendimento Camila Giorgi non è immune [bella battuta]. 

L’Italia avrà domani tre uomini nei primi 20 al mondo e cinque nei primi 60. Nella fascia tra i posti 100 e 200 ci sono altri 10 giocatori. Sette hanno dai 22 anni in giù. Martina Trevisan e Lucia Bronzetti avranno la loro nuova migliore classifica con il 22 e il 51. Altre tre giocatrici sono nella finestra 60-70 al mondo. La finale nella United Cup certifica e premia questo. 

 

In campo è andata come in fondo doveva andare secondo i pronostici. Jessica Pegula ha lasciato 6 game in tutto a Trevisan, ma il punteggio è severo. La fiorentennista ha iniziato bella aggressiva, rubando la strategia all’altra, costretta a restare dietro la riga più del solito. Ha agganciato il match sul 4-4 dallo 0-3, costruendo le cose migliori con il dritto. Sul 4-5, 30 pari, un malconcio tiro al volo ha mandato Pegula al set point. Rovescio lungolinea, fine. L’americana ha abbassato il numero degli errori gratuiti da 17 a 7, il tutto-o-niente di Martina ne ha prodotti invece 31 contro 14 vincenti.

L’America – così si diceva da bambini – l’America è andata sul 2-0 con il match di Tiafoe – inquietante perché Musetti si è ritirato, sapremo come sta nelle prossime ore. Era sotto di un set [6-2], si toccava in continuazione la spalla destra, ha chiamato un fisioterapista, ha stretto la mano a Tiafoe e se n’è andato. 

Il terzo punto decisivo è arrivato con il successo di Fritz su Berrettini per 7-6 7-6. Nessuno dei due ha lasciato il servizio all’altro, il dato indicativo è che Fritz non ha lasciato nemmeno una palla break, Berrettini ne ha dovute cancellare 9. Anche nel numero degli ace l’americano è davanti: 15 a 7. La posizione media degli Stati Uniti per le sue quattro racchette schierate in singolare era di 10.5, l’Italia aveva 30.

 

Gli altri tornei

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  ADELAIDE Un nuovo fenomeno teen

Si chiama Linda Noskova. È stata la più giovane tennista a raggiungere una finale WTA dai tempi di Caroline Wozniacki nel 2008. L’ha persa poco fa contro Aryna Sabalenka, ma questa settimana magica appena vissuta la porterà domani al numero 56 in classifica, all’età di 18 anni e 1 mese. È arrivata dalle qualificazioni, ha battuto due top-10 durante la settimana, la numero 2 Ons Jabeur e la numero 9 Daria Kasatkina, oltre alla ex numero 1 Victoria Azarenka. Il bello è che la piccola Linda è arrivata in finale cancellando per due volte il match point alla sua avversaria, contro Anna Kalinskaya nel primo turno di qualificazione, e poi proprio con l’Azarenka.

Fermi tutti. Linda confessa di avere una passione per i Maneskin, come l’altra Linda passata a X Factor in questa stagione [ha portato Coraline alle audizioni]. Le piacciono pure Lil Nas X e Lizzo, ama guardare il wrestling e lo streaming di Netflix, le piace nuotare, correre e passare del tempo con i suoi animali domestici. Giocatrice preferita: Serena Williams. 

Alessandro Mastroluca su Supertennis ricorda proprio il successo in doppio, in coppia con Lucie Hradecka, contro Venus e Serena Williams. La foto scattata con le sorelle è ancora oggi lo sfondo del suo smartphone. 

Noskova – scrive Mastroluca – si definisce come una ragazza introversa. Col tempo ha imparato a farsi scivolare meglio addosso le emozioni negative. La sua carriera sportiva l’ha portata a scelte non semplici, iscriversi a una Scuola Superiore di economia a Mlada Boleslav perché offriva corsi online e a non vedere il suo migliore amico per due anni. In nome della sua passione e predisposizione per il tennis, a dieci anni ha iniziato ad allenarsi al TK Na Doline a Trojanovice, una quarantina di chilometri da Vsetin dove è nata. Da lì si spostava regolarmente, una volta al mese, in Svizzera dalla madre di Martina Hingis, Melanie Molitorova (o Molitor, come viene conosciuto il cognome all’estero) che ha aiutato molto anche Belinda Bencic. Da lì è cominciato un viaggio che ha dato i primi grandi frutti

 

UNA PARTITA UNA STORIA 

I corpi e i vestiti di Taylor e Asia

 

MUHAMMAD-TOWNSEND VS HUNTER-SINIAKOVA | FINALE DOPPIO FEMMINILE

 

Asia Muhammad e Taylor Townsend hanno vinto il titolo in doppio. La coppia USA ha ribaltato il pronostico contro le teste di serie numero 1 Storm Hunter [Australia] e Katerina Siniakova [Repubblica Ceca]: 6-2, 7-6. Muhammad ha vinto il suo ottavo titolo di doppio WTA in carriera, il primo dopo un anno. Per Townsend è il secondo titolo, a distanza di tre anni. Queste sono le loro storie. 

 

Asia tiene a due cose. Al tennis e alla moda. Sua padre Ronald è un allenatore di basket, suo fratello Shabazz gioca in NBA con i Minnesota Timberwolves, l’altro – Rashad – all’Università di Miami. Asia ha scoperto i suoi due amori insieme, aveva 13 anni e vide Serena Williams vincere gli US Open con una gonna di jeans corta e plissettata. Disse ai suoi che bisognava trovare al più presto un negozio che ne avesse una, la trovarono al Niketown dentro il Caesar’s Palace di Las Vegas. Ora Asia è titolare di un’azienda di abbigliamento, la Lemonslaudry, co-fondata con la sua migliore amica Kimberly Yee, ex tennista alla Stanford University tra il 2015 e il 2019. Nel nome della ditta c’è l’omaggio al padre di Yee, si chiamava Adam, ed è cresciuto nel retro di una lavanderia a gettoni di Detroit gestita dai suoi genitori. 

Kimmy e Asia si sono incontrate alla No Quit Academy, una fondazione per giovani di Las Vegas, dove nel frattempo lavorava il signor Yee. Pensarono che fosse una bella idea mettere in piedi un’impresa solo femminile, dal design alla produzione, alla distribuzione. Asia è partita dalla convinzione che gli abiti con cui si vestono le atlete spesso sono poco femminili, «a parte forse la pallavolo» dice; ed è interessante come la sua riflessione vada contromano rispetto a molte discussioni che si fanno sul tema. «Guardate i pantaloncini lunghi del basket. Non fanno proprio per me» ha detto. 

Asia gira ancora per il mondo dietro al tennis, Yee segue l’azienda vivendo a Los Angeles. Parte dell’abbigliamento è realizzato in California, il resto all’estero. Sono partite all’inizio del 2021, quattro mesi dopo Lemonslaundry aveva il primo prodotto da lanciare. Senza logo. Una sfida eretica nel mondo dei baffi, delle strisce e dei coccodrillini in petto. Asia dice che i loghi sono costosi, sia da produrre sia da attaccare ai vestiti, ma soprattutto «in questo modo, le persone pagano solo l’oggetto reale». Danielle Collins, entrata nella top-10 dopo la finale a Melbourne dell’Australian Open, è stata tra le prime clienti. Quando ha battuto Naomi Osaka a New York, indossava una canotta nera comprata da Lemonslaudry. Asia preferisce portare un altro capo del catalogo, l’abito blu Lolo, si chiama così in omaggio alla prima nipotina London. Il dj losangelino Elohim aveva telefonato per averne uno da indossare al Coachella Festival, ma erano finiti, pazienza, vediamo l’anno prossimo. Lemonslaundry destina una parte della produzione a giovani giocatrici che non hanno ancora uno sponsor, oppure ne distribuisce agli homeless. 

 

UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE 

da Slalom #1069 – C’è una cosa che Taylor Townsend sa far bene, almeno quanto giocare a tennis. Aspettare. Un anno fa è diventata mamma. Si era dovuta allontanare dal circuito. In singolare è scesa al numero 190, si sta ricostruendo una classifica per tornei minori e laterali. Ma in doppio, in coppia con Caty McNally, a New York è arrivata in finale. Di più. È arrivata a quattro punti dalla vittoria contro Barbora Krejcikova e Katerina Siniakova. Quando le hanno consegnato il trofeo durante la cerimonia – eccola, l’arte dell’attesa – ha preso il microfono e ha detto: «Mi sono guadagnata tutto da sola».

La intervistava a bordo campo Patrick Mcenroe, l’ex direttore generale del dipartimento Player Development della federazione americana. Dieci anni fa era stato lui a dire l’ultima parola su una wild card da assegnare alla giovane Townsend per gli US Open. La sua parola fu un no. 

Quando in conferenza stampa le hanno domandato cosa intendesse dire con quella frase al microfono, Taylor ha risposto: «Intendevo dire quel che ho detto e ho detto quel che pensavo. Non mi è stato regalato niente. Ho dovuto muovere il culo per arrivare qui e giocare a questo livello. Punto. Ora ho la certezza di poter sfidare chiunque, di poterlo fare presto, entro un anno, ho molta più sicurezza in me. È fantastico avere un figlio ed essere in grado di sfidare me stessa, fare la mamma e giocare in uno Slam». 

Ha dovuto difendersi dagli insulti. «Non mi offendono a chiamarmi grassa. L’ho sempre saputo. Non feriscono i miei sentimenti, ne sono molto consapevole. Non mi hanno solo emarginata per non essermi adattata al canone della tennista – ha detto a Players’ Tribune – ma mi hanno punito. Mi hanno portato via qualcosa che mi ero guadagnata. Ero grassa, era nera, e pensavano di poterselo permettere. Ci hanno provato». 

La federazione è stata pesantemente criticata per la gestione del percorso di Taylor Townsend.

«Adesso vedo accadere cose diverse da quando ero giovane io. Ho parlato con Coco Gauff diverse volte e ora so di non aver lottato senza un motivo. È lo stesso tipo di energia che ho tratto da Venus e Serena. Mi sono prefissata l’obiettivo di tornare dopo aver avuto mio figlio, con più sfaccettature, più consapevolezza, non solo nel modo in cui gioco. Mi sento una giocatrice diversa, molto più sicura di prima». 

Questa storia è stata raccontata da Tennis Magazine

 

Le conseguenze della rinuncia di Alcaraz

Osaka fuori, Swiatek a rischio: che succede?

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  Niente Melbourne per Alcaraz. Il suo numero 1 può essere insidiato nelle prossime settimane da Novak Djokovic, Casper Ruud e Stefanos Tsitsipas. Per tornare in cima, il serbo deve vincere il torneo che un anno fa lo respinse. Stessa cosa per il greco, mentre al norvegese potrebbe bastare la finale, a condizione di non avere per avversario gli altri due. Tsitsipas ha giocato solo una finale Slam [Roland-Garros 2021], Casper Ruud due, Djokovic trentadue. Novak è in campo durante l’invio di questo pastrocchio per la finale di Adelaide contro Korda. 

 

FIGURINE NAOMI TURISTA  ►  Venus Williams aveva una wild card per giocare a Melbourne e ha rinunciato. La numero 1 al mondo Iga Swiatek salterà l’evento di Adelaide e cominciano a esserci dubbi anche sulla sua presenza. Certamente non vedremo Naomi Osaka. È di poco fa l’annuncio dell’organizzazione. Il torneo non avrà la campionessa del 2019 e del 2021. Osaka non gioca una partita settembre, quando a Tokyo vinse per ritiro contro Saville e al turno successivo si ritirò lei, prima di andare in campo contro la brasiliana Haddad Maia. Non gioca un match fino al terzo set dal 3 agosto. È scivolata al 42esimo posto in classifica. Al Roland-Garros e agli US Open ha perso al primo turno, si è ritirata da Wimbledon per un infortunio al tallone d’Achille. Tennis Australia fa trapelare di non essere riuscita a mettersi in contatto con lei, anzi, di non sapere dove si trovasse. Lo dice Eurosport France aggiungendo che i suoi account social indicano che ha viaggiato in Europa con il suo ragazzo, il rapper americano Cordae.

 

SCENARI TROPPI PESI IN PALESTRA  ►  Stefano Semeraro ragiona su la Stampa a proposito di questa vertigine della lista di rinunce e di infortuni. Parla di “catalogo che fa invidia a quello di Don Giovanni, ma fatto di lesioni invece che di conquiste. Muscoli, tendini, cartilagini, polsi, ginocchia, spalle, addominali, dorsali, il breviario di ortopedici e fisioterapisti che diventa un rosario di sofferenze.  Si accendono i soliti allarmi: la stagione troppo intensa che non ha vere pause; le superfici «cementose» e quindi traumatizzanti; i ritmi di gioco accelerati; i materiali sempre più estremi

Fabio Buzzanca, preparatore fisico e nutrizionista che ha lavorato con la campionessa di Wimbledon, Elena Rybakina, gli ha detto: «Il problema vero sono i carichi di lavoro nelle pause dei tornei, spesso eccessivi e non funzionali ai movimenti che servono in campo. Sicuramente racchette e materiali influiscono, come pure l’esasperazione delle rotazioni, ma soprattutto è cambiato il fisico dei tennisti, che oggi sono molto più muscolosi di un tempo. Una volta si lavorava meno in palestra, per non perdere colpi in uno sport che impone di tirare sempre più forte e correre veloce oggi si usano invece molto i pesi; ad esempio Alcaraz in un anno e mezzo ha messo su dieci chili». 

 

SU RIMBALZI

          Il primo anno senza Federer in campo

È disponibile da ieri mattina il 48esimo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media. Racconta l’inizio dell’età d.F. nel tennis, il dopo Federer. Che per diventare il più grande ha dovuto battere sé stesso | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.

 

in tv in corso Supertennis: Italia-USA [United Cup] | in corso Sky: ATP Adelaide [finale] | 24 Supertennis: ATP Auckland | 1.30 Supertennis: WTA Adelaide

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