EUROGOL
Il Real Madrid senza nemmeno uno spagnolo
121 Non era mai successo in 121 anni di storia del club. Il Real Madrid è andato in campo senza spagnoli. Per la partita persa in casa del Villarreal, Ancelotti ha schierato un belga, tre francesi, due brasiliani, due tedeschi, un croato, un austriaco e un uruguaiano.
Mundo Deportivo parla da Barcellona di “un’anomalia storica come sintomo, una conseguenza della politica di trasferimento del club”.
La formazione storica: Thibaut Courtois, Eder Militao, Antonio Rüdiger, David Alaba, Ferland Mendy, Aurélien Tchouaméni, Toni Kroos, Luka Modric, Fede Valverde, Vinicius Junior e Karim Benzema. È successo alla partita numero 4.436 dalla sua fondazione, come segnalato dall’account statistico Mister Chip. In panchina c’erano sei spagnoli: Luis López, Vallejo, Nacho, Lucas Vázquez, Asensio e Dani Ceballos. “L’assoluta assenza di giocatori spagnoli nella formazione di Ancelotti non spiega neanche lontanamente la sconfitta del Real Madrid – dice Mundo Deportivo – ma è un sintomo evidente della direzione che ha preso la politica di mercato del club negli ultimi tempi. L’unico giocatore spagnolo con un posto fisso dopo la partenza di Sergio Ramos è Carvajal. L’anomalia storica sembra possa ripetersi”.
Deschamps ct altri 4 anni: “Sono troppi”
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Ieri mattina è stato annunciato il rinnovo dell’accordo al ct francese per altri quattro anni. Didier Deschamps chiuderà il suo mandato nel 2026, quando saranno trascorsi 14 anni. Un percorso unico nel calcio francese, fuori dall’ordinario sulla scena internazionale.
I commenti in Francia combaciano: va bene confermarlo, ma altri 4 anni sono troppi. Nel suo editoriale per l’Équipe, Vincent Duluc parla di decisione legittima e meritata. Scrive che il dibattito sul gioco non è mai superfluo, ma nel caso delle Nazionali è spesso strumentale, “un po’ di parte” sono le sue parole, perché poche squadre hanno la possibilità di coltivare una vera identità di gioco, le finestre a disposizione dei ct sono limitate, “quale squadra ha giocato davvero bene durante tutta la durata dei Mondiali?”.
La realtà dei fatti, allora, è che Deschamps ha portato la Francia a tre finali nelle ultime quattro grandi competizioni. Duluc dice che “ci si può stancare del personaggio, delle sue conferenze stampa, del modo di rispondere alle domande sul gioco, ma lo sport implica il rispetto di chi vince, così come di chi perde in finale. L’Europeo è l’unico titolo che manca a Deschamps da allenatore ed è naturale lasciargli un’opportunità”.
E qui comincia l’obiezione, perché il rinnovo fino al 2026 pare uno schiaffo a due principi. “Innanzitutto l’idea che la Nazionale francese possa essere confiscata da una sola persona per 14 anni. La seconda è che il nuovo contratto scadrà quasi due anni dopo la fine del mandato del presidente Noël Le Graët. False titubanze e false trattative hanno portato a un vero e proprio accordo tra amici, come previsto. Se davvero Le Graët avesse voluto mettere una fine dopo Euro 2024, non gli restava che imporlo a Deschamps, il quale non avrebbe certo sbattuto la porta. C’è quindi la sensazione generale di essere stati presi per i fondelli”.
Martin Mosnier su Eurosport France concorda. “Deschamps non ha rubato niente a nessuno. Se continua l’avventura è prima di tutto perché ha centrato gli obiettivi. Come non premiare l’architetto di un cammino di successo, nonostante una finale persa? Con Deschamps i Blues non sempre incantano ma molto spesso vincono. La federazione non poteva correre il rischio di mettere a repentaglio tale continuità di risultati, anche se Zinédine Zidane ha un curriculum gigantesco. Finché Deschamps vince, perché salutarlo? Con l’idea che senza di lui la squadra giocherebbe meglio? Chi può esserne assolutamente certo? La durata di quattro anni pone però un problema. Suggerisce che, indipendentemente dal risultato degli Europei in Germania, la fiducia sarà intatta fino alla prossima Coppa del Mondo. Il ruolo di ct deve invece essere messo in discussione in ogni torneo: questa è la regola dell’élite. Deschamps di dimetterebbe in caso di enorme delusione nel 2024? È lecito durbitarne”.
Gli audaci colpi del Cinderella Football Club
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Ai campioni venuti da un altro mondo l’Equipe dedica la sua prima pagina stamattina, una prima pagina – immaginatela da noi – in cui cui sono esibite le facce e le esultanze dei calciatori del Rodez, del Le Puy e soprattutto dell‘Olympique Koenigshoffen di Strasburgo, vale a dire rispettivamente: serie B, serie C e dilettanti regionali. Hanno eliminato dalla Coppa di Francia il Monaco, il Nizza e il Clermont, tre squadre della Ligue1.
I più piccini di tutti, quelli dell’Alsazia, ci sono riusciti ai rigori. Lo 06, come lo chiamano a Strasburgo, è nato dalla fusione dell’Olympique del Koenigshoffen dopo un’amichevole giocata nel 2020. Hanno 12 dipendenti e un budget da 350mila euro.
«Il FCOSK06 – dice il capitano Mourad Oulait – non è una password per il wi-fi, ma il nome di una squadra che giocherà i 16esimi di finale».
Sono rimasti gli unici rappresentanti dell’Alsazia ancora in corsa, protagonisti di un’impresa con pochi precedenti. Solo 4 squadre di sesta divisione avevano fatto fuori un club di serie A nella storia della Coppa di Francia: il Gardanne nel 60 contro il Tolosa per 3-2, il Sanary contro il Montpellier nel 82 ai rigori, l’Evry contro il Tolone nel 86 per 1-0, il Viry-Chatillon contro l’Angers per 1-0.
In Inghilterra la grande vittima del Cinderella Football Club – l’internazionale del calcio venuto dai bassifondi per far piangere i ricchi – si chiama Newcastle, la squadra del fondo saudita eliminata al terzo turno da una squadra di serie C, lo Sheffield Wednesday, con due gol di Josh Windass. Sheffield è una delle città chiave nella storia del calcio. È qui che venne fondato nel 1857 il primo club della storia, lo Sheffield Football Club, tuttora in attività in ottava divisione. Se lo volete leggere come uno schiaffo dell’antica nobiltà ai parvenu, siete liberi di farlo.
La rete di relazioni per i Mondiali di calcio 2030 in Arabia
Il Fatto quotidiano: “Fifa, mondiale a casa di MbS con la fondazione cara a Renzi” – Lorenzo Giarelli ha scritto: “In un suo rapporto di due anni fa, Amnesty International denunciava lo sportwashing dei Paesi del Golfo: sfruttare lo sport per “rendere moderna la propria immagine e far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani nel proprio Paese”. Il ritratto di ciò che succede in Arabia Saudita, dove l’acquisto di Cristiano Ronaldo da parte dell’Al Nassr è solo l’ultimo episodio di questa strategia. Con un dettaglio che però riguarda anche l’ex premier italiano Matteo Renzi, i cui affari col governo saudita non sono estranei alla promozione dello sport a Riad e dintorni. Al punto che l’FII Institute, l’ente legato alla famiglia reale di bin Salman nel cui board of trustees siede il senatore, da due anni ospita nella sua kermesse i massimi dirigenti della Fifa, la federazione mondiale del pallone. E l’obiettivo non è certo un mistero: preparare le condizioni per portare a Riad i Mondiali di calcio del 2030, in perfetta continuità con quelli appena ospitati dal Qatar. A fine ottobre, tra gli speaker della sesta edizione del FII – oltre a Renzi, ça va sans dire – c’era Gianni Infantino, il contestatissimo numero 1 della Fifa. … Il ruolo del FII Institute – che ogni anno può arrivare a pagare Renzi fino a 80 mila dollari lordi per il suo lavoro – non è certo secondario.