La valle bagnata dal Mississippi sembra esser stata creata
dalla natura solo per lui: il fiume vi dispensa a volontà
il bene e il male, e ne è come il Dio
Tocqueville, La democrazia in America
Il crepacuore avvertito da Scout quando scopre che il mondo è crudele, ci appartiene. È una bambina di 6 anni nell’America degli anni Trenta, suo padre è un avvocato che difende un nero accusato di stupro e noi entriamo nel buio oltre la siepe di Harper Lee per essere spinti a cambiare il nostro punto di vista, insieme a quello di un paese che sta perdendo la sua innocenza.
È più o meno lo stesso viaggio di scoperta che ci tocca quando camminiamo con i piedi dentro le scarpe del giovane Holden, espulso da quattro scuole, costretto a misurare la falsità di tutto il mondo intorno, sospinto nella comunità degli adulti e oltre la soglia dell’adolescenza con il peso del dolore per la morte di un fratello, intenzionato a proteggere il candore dei bambini che incontra, perché in fondo sta perdendo il suo – e metaforicamente con lui, di nuovo, nel romanzo di Salinger, l’innocenza la sta perdendo pure l’America.
In un saggio di oltre trent’anni fa, America’s Loss of Innocence, Eliot Asinof individuava nel 1919 l’anno in cui davvero accadde, nella scia di quattro fatti drammatici avvenuti tutti insieme, tra cui il terrorismo dei suprematisti bianchi contro gli afro-americani e i movimenti socialisti, più lo scandalo degli altri bianchi, i bianchi del baseball, i Chicago White Sox, otto giocatori squalificati a vita, sorpresi a vendersi la finale del campionato per accordarsi con due giocatori d’azzardo.
Solo che dopo è successo molte altre volte, e le mise in fila tutte Anne Taylor Fleming in un pezzo memorabile uscito sul New York Times nel settembre 2001, quando ovviamente accadde ancora, con le Torri Gemelle. Ricordò che era successo a Pearl Harbor ma anche con il Vietnam, con il Watergate, persino con gli scandali dei quiz truccati negli anni ’50.
“Gli americani – disse – devono essere stati degli innocenti seriali. Ogni volta ripetono come bambini imbarazzati di aver perso l’innocenza. Quindi in qualche modo, ogni volta quell’innocenza viene reinventata con uno pseudonimo o sotto una maschera, un costume. In parte deriva da qualcos’altro, dalla necessità di evitare un’introspezione nazionale”.
Sta capitando ancora, in queste ore durante le quali Damar Hamlin è in terapia intensiva, dopo l’arresto cardiaco subito in Buffalo-Cincinnati dello scorso Monday Night, la trasmissione più seguita nella storia di ESPN, 23 milioni e 800 mila spettatori, due in più che per Green Bay Packers-Minnesota Vikings del 2009.
Un grande trauma collettivo, un solo respiro trattenuto in tutta la nazione, a noi accadde con la maratona televisiva per il piccolo Alfredino. È diventato molto di più di un incidente in campo. Senza che ci sia alcuna relazione accertata tra un colpo preso al petto in un contrasto di gioco e la marcia interrotta del cuore di Hamlin, l’America pazza di football si sta facendo domande sulla violenza di questo gioco, non perché la stia scoprendo adesso. Si fa domande sulla propria passione, molto più di quanto sia accaduto per traumi cranici, commozioni cerebrali, perfino casi di morte. È un velo caduto. È uno sguardo nuovo, lo sguardo con l’occhio perduto nella mischia di Ogni maledetta domenica. È un quesito drammatico: a noi perché piace questa roba? E perché nel mondo solo a noi?
Un altro pezzo d’innocenza se ne andò a Dallas, sulla macchina del presidente Kennedy – prepariamoci che a novembre saranno sessant’anni – anzi Emanuela Martini sul Sole 24 Ore lo definì “il punto di non ritorno della perdita dell’innocenza americana”, nel quale tanto cinema USA ha trovato la sua ispirazione.
Vent’anni e passa fa, Anne Taylor Fleming scrisse che quando gli americani “attraversano un Rubicone letterale e psichico per entrare in un mondo più oscuro e spaventoso”, piangono la perdita di qualcosa, questa nozione di candore che un giorno esiste e il giorno appresso no, “restando bloccati in una visione di sé stessi e del loro posto nel mondo che arreca un danno alla popolazione, impedendo di vedere le cose con i loro colori e nella loro complessità, perfino negli atti più orribili”.
Molte altre crisi presupponevano un’innocenza precedente, dalla guerra civile all’illusione di aver reso sicuro il mondo più sicuro nel 1918 e nel 1945, dal crollo di Wall Street del 1929 a quella nella Baia dei Porci.
Così, ragionava la scrittrice, “sembriamo non disporre di un vocabolario all’altezza, ma solo di una specie di dono magico che è l’America, codificato nel DNA nazionale – la storia della fondazione, la saggezza degli eminenti padri – la sensazione che gli americani non possano sopportare, né in modo collettivo né in modo personale, alcuna trasgressione a questa magia, non possono sopportare che sia macchiata in nessun modo. Ma senza questo senso del tragico, l’America è davvero innocente” – qui seguendo il senso del ragionamento si potrebbe quasi tradurre con infantile – “costretta ad affrontare ogni nuova prova o crisi futura, con una combinazione di imbarazzato patriottismo e di spirito grintoso. Senza il senso del tragico, i cittadini sono nudi, indifesi, eternamente bambini”.
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Slalom 7 febbraio 2021
La rottura di questa nuova barriera – chiamiamola Diaframma Hamlin – ha una sua drammatica differenza nel fatto che il football è l’America.
Se non avete voglia di rileggere lo speciale per il Super Bowl di due anni fa segnalato qui sopra, diciamo che il football è strettamente legato alla venerazione americana per la tenacia e per l’organizzazione. Walter Camp, il padre del gioco, voleva che i giocatori esercitassero allo stesso modo la mente e il corpo, esigendo sacrificio fisico e pianificazione tattica.
Il football è il più collettivo tra gli sport di squadra, dunque apparentemente in contrasto con l’individualismo americano, ma la NFL è riuscita a trovare un equilibrio tra i due poli, celebrando sia il lavoro di insieme sia le stelle, quasi sempre i quarterback. In tutti questi anni – secondo la tesi esposta da James Surowiecki sul New York Times – la NFL ha mantenuto il gioco in linea “con la sensibilità del più stimato consumatore americano, un ideale che ha sempre privilegiato i bianchi eterosessuali”.
Negli anni ’50 e ’60 gli americani erano preoccupati che il boom del dopoguerra avesse fiaccato il paese e che potessero essere surclassati dall’Unione Sovietica. Il football doveva aiutare a rassicurare sul fatto che gli uomini americani non fossero diventati dei mollycoddle, degli smidollati, dei pappamolle. I linebacker venivano descritti come uomini che in difesa acchiappavano e distruggevano, proprio mentre si chiedeva alle truppe di fare altrettanto in Vietnam, come testimonia il documentario They Call It Pro Football (1967).
Che il Diaframma Hamlin si sia rotto proprio nel Monday Night Football non è un dettaglio irrilevante. Il lancio del programma nel 1970 – per intuizione e per volere del dirigente della ABC Roone Arledge – voleva rendere gli spettatori non più tifosi solo della loro squadra, ma di un momento, di un’esperienza, della lega intera.
Secondo Vox il football rappresenta “il culmine di svariati filoni dell’ideologia americana su cosa significhi essere un uomo, e proprio come nell’era vittoriana offre un ambiente strutturato per una fuga temporanea da un mondo nel quale il ruolo indiscusso dei cristiani bianchi è diventato meno certo”.
In una sua celebre definizione, lo scrittore Kurt Vonnegut sosteneva che “il football più che uno sport è una maschera che rende tutto migliore, che appare scintillante e meravigliosa, perché nasconde lo sporco e gli incubi che viaggiano ogni giorno con noi”. Se la maschera cade, rimane lo specchio.
La giornalista americana Suzy Hansen ha raccontato tempo fa sul Guardian di quando a trent’anni lasciò gli USA per Istanbul, aveva vinto una borsa di studio, scoprì all’improvviso che “il mondo non eravamo noi. Noi che non abbiamo studiato le mappe, perché la geografia internazionale come materia era stata gradualmente eliminata da molti programmi di studio statali tempo prima. In Turchia e altrove, avvertivo una sensazione quasi fisica di disagio intellettuale ed emotivo, mentre cercavo di cogliere una realtà di cui non avevo alcuna comprensione storica o culturale. Andavo, come giornalista, a scrivere di Turchia o Grecia o Egitto o Afghanistan, e inevitabilmente qualcuno mi raccontava una parte della nostra storia condivisa – la loro con l’America – di cui non sapevo nulla. Se non conoscevo questa storia, che tipo di storie avevo intenzione di raccontare? L’eccezionalismo americano richiedeva a tutti i cittadini di credere che fossero in qualche modo superiori agli altri. Un limite che andava oltre il razzismo, oltre il pregiudizio e oltre l’ignoranza. Era un tipo di nazionalismo così insidioso che non sapevo nemmeno chiamarlo nazionalismo. Era un’autoillusione completa, non riuscivo a vedere dove iniziasse né dove finisse, non potevo sradicarla, non potevo distruggerla”.
È qualcosa di simile al concetto di innocenza che crolla. Quando l’America scopre che la propria idea di sé stessa – la magia – ha una macchia d’unto. Quando il giovane Holden – anziché crescere – si ferma felice sotto la pioggia, a guardare la sorellina sulla giostra.
New York Times: “Come si affronta la violenta attrazione del football senza ancora voltarle le spalle” – Dopo il crollo di Damar Hamlin durante una partita, tifosi allenatori e giocatori ragionano su cosa significa amare uno sport che comporta il rischio di danni fisici a chi gioca
◇ New Yorker: “La violenza quotidiana del football” ➔ Luisa Thomas ha scritto: “L’arresto cardiaco di Hamlin ci ha mostrato quello che avremmo sempre dovuto vedere sui rischi dello sport più popolare d’America. L’etica del football è continuare a giocare. Uno si rompe una gamba, zoppica e il gioco continua. Un altro subisce una commozione cerebrale, inciampa e il gioco continua. Uno si rompe il collo, viene portato via e il gioco continua. Il football è violento. La violenza è una caratteristica di questo sport. Fa parte della posta in gioco, il brivido, l’intensità, lo scontro. Eppure c’è una linea, quasi inconcepibile, anche per gli uomini che accettano i rischi e per i tifosi che li incoraggiano. Lunedì sera quel limite è stato superato. È possibile che il football cambi. È successo all’inizio del ventesimo secolo, quando i giocatori morivano sui campi di football con una frequenza sorprendente. In seguito alla morte di un giocatore dell’Union College, preso a calci in testa mentre affrontava un avversario della New York University, c’è stato un movimento per mettere fuori legge questo sport. Il presidente Teddy Roosevelt è stato tra coloro che lo hanno salvato, cambiandolo. Tra le innovazioni destinate a rendere il gioco meno feroce c’è stato il passaggio in avanti. Sembra improbabile che vedremo questo tipo di cambiamento drastico anche ora. Il flag football sta diventando sempre più popolare e la NFL ne fa parte. Tuttavia, che qualcuno lo ammetta o no, parte del fascino del football rimane radicato nei suoi rischi: Quel che Hamlin ha vissuto non è nulla di estraneo alla natura del gioco. Stava facendo quello che aveva fatto moltre altre volte prima, sperando che nulla andasse storto, pur sapendo che sarebbe potuto succedere”
◇ Sports Illustrated: “Mentre Damar Hamlin si riprende, la città di Buffalo aspetta e si chiede cosa fare” – È diventato quasi ciclico: quando la città soffre, i Bills la aiutano a tirarsi su. Ora, con la squadra in ansia per un’impensabile tragedia sul campo, Buffalo cerca di capire cosa può fare ➔ Conor Orr ha scritto: “I Bills adorano Buffalo. Buffalo condivide quell’amore. L’amore emerge nei momenti del bisogno. Nessuno sa cosa accadrà questo fine settimana. I Bills potrebbero giocare. Potrebbero riposare. Potrebbero essere in lacrime. Potrebbero festeggiare. Qualunque cosa sia, farà lo stesso”.
◇ Washington Post: “L’arresto cardiaco è raro nel football, ma baseball e lacrosse sono consapevoli del pericolo”
◇ New York Times: “Acquisite le registrazioni in risposta alla NFL” – Quando il cuore di Damar Hamlin si è fermato durante la partita di lunedì sera, si è sentito il personale medico rispondere all’emergenza che la lega sperava di non dover mai affrontare. «Non mi piace come è caduto» ha detto una persona su un canale privato del personale medico. Pochi secondi dopo, mentre la gravità delle condizioni di Hamlin diventava più chiara, un’altra persona era più enfatica: «Avremo bisogno di tutti» ha detto. «All-call, all-call» l’equivalente di un allarme rosso
◇ New York Times: “I medici dicono che Hamlin sta migliorando, è in grado di comunicare per iscritto” – Sta iniziando a svegliarsi ma è ancora in condizioni gravi e collegato a un ventilatore.