Essere moglie di un calciatore negli anni Settanta

 GLI ANNI CON IL 3

Essere moglie di un calciatore negli anni Settanta

 

6 gennaio 1973 – Alla vigilia di un’Inter-Juventus per l’alta classifica, Tuttosport dedica una pagina a quello che chiama il mestiere della moglie di un calciatore, ascoltandone in entrambe le squadre, per raccontare una professione rognosa, un impasto di tolleranza, di paziente psicologia che richiede un carattere forte.

Una serie di brevi interviste sulla vita in famiglia, tra cucina e figli: un viaggio nello spirito del tempo.

Non deve essere semplice – scrive Tuttosport nell’introduzione alle risposte – assecondare gli umori di un giocatore soggetto a depressioni e stati di euforia, è neppure imporsi la diplomazia di un garbato rifiuto che spenga o intiepidisca, al momento giusto, un affetto troppo caloroso. Insomma, queste mogli del football avranno la pelliccia di visone e viaggeranno in fuoriserie (e poi non è neppure tanto vero), ma certi grattacapi non sono davvero da invidiare

 

ANNA ANASTASI: «Silvano ha due anni e piange poco. Se ogni tanto si sveglia di notte io corro a calmarlo e Pietro non ha fastidi. Ma mio marito è tollerante. Per la cucina tutto è semplice: non ci so fare, punto e basta. Andiamo spesso in ristorante. Lui non ha pretese».

EMANUELA BETTEGA: «Io non so combinare niente in cucina. Fa tutto mia suocera, che è bravissima. Elisabetta, che ha sei mesi, non piange mai. Se capita, Roberto è il primo a correre da lei. Viziandola anche».

LAURA CAPELLO: «La cucina è sempre la solita. Per servire… l’Inter apparecchierò il solito menu con pochi fritti e poca pasta. Per lui va benissimo, figuriamoci per me. Anche per una questione di… linea. Non credo che la mia cucina sia pessima, dunque il ristorante è una semplice divagazione. Con Pier Filippo, che ha due anni e mezzo, è di una tolleranza unica».

VIRGINIA CAUSIO: «Barbara, di cinque mesi, non ci dà pensieri. In quanto alla cucina ho vita facile. Franco mangia proprio di tutto e si accontenta di quel poco che so fare. Un primo leggero, con filetto e frutta sono in grado di prepararglielo. Altro non so fare. Per lui va tutto benone».

GIOIA MASSA: «Sono napoletana, superstiziosa, quando parlo con lui la domenica mattina, la squadra va male, non vince. Ho accertato che è così, adesso si è rassegnato anche lui e facciamo il sacrificio. Ci sentiamo l’ultima volta il sabato pomeriggio».

ILDE BONINSEGNA: «Lui scarica tutta la concentrazione della settimana e lo stress della partita guidando a 200 all’ora. Io non posso dirgli niente: guardo la strada, in silenzio. So che gli fa bene. È un rito domenicale, che non dipende dal risultato positivo o negativo. Tanto va forte che sembra di decollare verso il cielo. Quando è in casa, si estranea dal mondo del calcio, totalmente. Questa settimana solo una volta si è lasciato scappare un commento, su Mazzola e Giubertoni: era preoccupato per le loro condizioni».

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