DI PAOLO GALASSI
per Slalom da Buenos Aires
| Viaggio dentro la buena e la mala suerte che danzano intorno al calcio del Paese, alla vigilia della partita con l’Australia – Il cambio di colore della seconda maglia: dal blu della mano de D10s al viola – Le ragioni del marketing, delle pari opportunità e dell’opportunismo dietro la scelta – La figurina di san Lionel che neutralizza i gufi – La leggenda del Quiricocho e la capacità funesta dei presidenti Menem e Macri di orientare gli eventi – Il dizionario della scaramanzia nella lingua degli emigrati
Non avete idea di quanto sia stato importante, per l’Argentina tutta e per buona parte dei suoi hinchas, aver visto la propria Nazionale giocare bene (e soprattutto vincere) con addosso quella camiseta. Una camiseta violeta e non più azul. In Qatar, per la prima volta nella sua ansiosa storia, l’Albiceleste ha abbandonato la classica seconda maglia blu: quella delle finali perse con la Germania nel ‘90 e nel 2014, quella dell’impensabile naufragio nipponico del 2002 – il Tallone di Bielsa – o dell’eliminazione ai quarti di finale del 2006, nel mondiale in cui Leonida Scaloni e Lionel Messi sedettero sulla stessa panca, da compagni di squadra, insieme a Fabian Ayala e Pablito Aymar, oggi assistenti del DT insieme a Walter Samuel.
Per i What If che piacciono a Slalom: chissà come sarebbe andata – e come sarebbe andata all’Italia – se José Pekerman avesse rischiato quel cambio, se si fosse azzardato a seminare la Pulce tra i lupi tedeschi, invece di sfidarli con quel ragionevole ma canonico “fuori Hernan Crespo – dentro Julio Cruz”, il Giardiniere incaricato di tirare il primo rigore. Dopo di lui sbaglieranno Ayala e per ultimo Esteban Cambiasso, entrato al posto di Juan Roman Riquelme.
Ecco, a sopire parte di quel doloroso passato ci ha pensato Julián Álvarez, coronando una ragnatela di 27 passaggi e stabilendo così il nuovo record albiceleste di tocchi prima di un gol. Un primato di tikitaka finora appartenuto all’azione finalizzata proprio da Cambiasso, in quel Mondiale 2006, contro Serbia e Montenegro. A proposito di ragnatele, a quello sbarbo di Julián Álvarez fin da piccolo lo chiamano arañita, ragnetto, che è anche il nome di uno dei tagli di manzo più classici e meno considerati della carnivora cultura argentina: una bistecchina piccola, irregolare e poco attraente, un ritaglio di carne con venature di grasso intramuscolare disposte a raggera, che ricordano appunto le zampette di un ragno. Tenero come un lomo ma saporito come una entraña: il taglio del macellaio, lo chiamavano, in quanto i maestri del coltello erano soliti separarlo da una cavità del bacino della bestia e tenerlo per loro. Un manjar, insomma, una esquisitez per quei pochi addetti ai lavori. Ce n’è meno di 2 etti per animale. Per la sua forma gli yankee lo chiamano Oyster Steak, bistecca ostrica, mentre il nome Spider Steak viene mantenuto in Australia.
Ah, l’Australia. L’Australia agli ottavi di finale. Troppi ricordi, direbbero Aldo Giovanni e Giacomo, con Vecchioni in sottofondo. Ecco, da mercoledì sera, l’Argentina potrebbe aver definitivamente cambiato il blu per il viola. Blu era la camiseta del gol del secolo agli inglesi (eliminati in divisa blu anche a Francia ‘98): per molti, un vessillo intoccabile, una sorta di dispositivo mistico capace di innescare discussioni verborragiche, in cui statistiche premonitorie e cabala finiscono per prevalere su ogni ambizione di razionalità. Già, la cabala: Mario Kempes che sbaglia un rigore nella terza partita del Mundial ’78. Diego Maradona che fa lo stesso a Messico ‘86. E ora Messi, nel 2022. Davvero? Assolutamente no, ma dopo la vittoria sulla Polonia, un account con 3 milioni di followers spara un tweet che diventa… diventa… si diffonde insomma, e tutti, dal benzinaio al cassiere del supermercato, nelle ore seguenti si chiedono a bassa voce se sia veramente andata così. Se lo ripetono, dubbiosi, per poi interpellarti con lo sguardo.
IL DIVARIO DI GENERE ► Dicevamo: abbandonare la maglia blu. Ma si può? Ma perché? Per lanciare il nuovo tono violetta, Adidas Argentina ha scomodato concetti come uguaglianza di genere, diversità, inclusione, accennando al colore simbolo delle battaglie femministe e finendo per danzare sulla triple frontera che unisce marketing, opportunità e opportunismo. Da una parte il Qatar con tutto quello sappiamo, dall’altra l’Argentina, dove parlare di fútbol e uguaglianza tra sessi, oggi, può sembrare una provocazione. Un riferimento buttato lì senza badare al divario infrastrutturale, economico e salariale che da queste parti mantiene calcio maschile e femminile su due pianeti diversi, assai lontani tra loro. Alle volte la questione è apparsa farsesca: alla vigilia del Mondiale 2018, per pubblicizzare la divisa albiceleste da donna, Adidas ha preferito utilizzare armoniose e leggere modelle invece che le ragazze della nazionale, cosa invece consigliabile, nel caso di Messi & Co.
Altre volte, i toni sono diventati tragici: poco più di un mese fa la calciatrice di serie C Juliána Gómez, compagna di squadra nel club Argentino Merlo di Rocio Oliva, ex fidanzata di Maradona, è morta in un incidente stradale al ritorno da una trasferta in provincia di Santa Fe, a 500 km da Buenos Aires. Alle condoglianze via social del club e della Federazione hanno risposto le compagne, facendo presente che se la dirigenza si fosse degnata di noleggiare un pulmino, la tragedia magari si sarebbe evitata: «Non è stato un incidente, ma negligenza. Siamo partite guidando le nostre auto, alla mezzanotte di venerdì, siamo arrivate a destinazione alle 7.30 di sabato, abbiamo fatto colazione, siamo andate al campo, ci siamo cambiate e abbiamo giocato. A fine partita, doccia e ritorno a Buenos Aires. Se vogliamo competere, è l’unica opzione: muoverci con i nostri mezzi».
◍ LA FIGURINA DI SAN LIONEL ► Per sostenere il cambio da blu a viola allora, qualcuno si è azzardato a dire che la camiseta blu fosse mufa. Essere mufa significa portare mala suerte. È l’analogo di gafe in Spagna, pavoso in Venezuela, salado in Messico. Alle volte mufar può essere sinonimo di gufare. Da qui l’hashtag diventato vir… – che ha invaso i social argentini: #AnuloMufa. Una sorta di amuleto contro le sfighe e le gufate che possono aleggiare sulla Selección in queste settimane, una Selección che per alcuni aveva vinto persino troppo, prima di sbarcare nel Golfo Persico. Può risultare mufa dire o anche solo digitare la parola campeones, o dare l’Argentina per favorita, specie se non si è argentini: per questo oltre al suddetto hashtag, sui social è riapparsa una vecchia figurina di San Lionel: un santino, o una card nello stile dei giochi nerd tipo Magic, se preferite, con un Messi in estasi avvolto in una tunica celeste, una medaglia di San Diego al collo e un pallone Tango vicino al piede sinistro. Mai sottovalutare l’iconografia sacra.
La didascalia recita: “DIOS. Questa carta disattiva ogni tipo di mufa contro la Selección argentina”. Come al solito, voi eurocentrici ne farete una questione di folklore, o meglio ancora, di folklore sudamericano, aggettivo di cui andate matti per indicare tutto ciò che è eccessivamente passionale, quando va bene, ma che spesso e volentieri avete utilizzato come sinonimo di violento per il calcio e le dittature, di corrotto per i governi, di pacchiano per il look di calciatori e narcos, o bananero. Altro che folklore: a una settimana dal match con l’Arabia Saudita, la ministra del Lavoro Kelly Olmos aveva fatto presente che mentre l’inflazione è un tema assai complesso e a lungo termine, il Mondiale è questione di poche settimane: ciò che conta, quindi, è che l’Argentina vada avanti e vinca il torneo.
Nonostante la criticata funzionaria abbia tentato di chiarire quanto detto (ma cosa c’era da chiarire poi?), la sua uscita non poteva non essere bollata come mufa. La docente di Cultura e Comunicazione della UBA Carolina Duek – che da piccola sognava di diventare campionessa mondiale di Tetris – ha parlato allora dell’esasperata aspettativa sociale che il Mondiale è solito generare: «Tutti pensiamo che l’Argentina raggiungerà l’obiettivo». Da notare che non dice quale obiettivo. «Ma credere che quello che stiamo dicendo, pensando, o respirando, possa andare contro questo desiderio, ci dà panico».
◍ IL QUIRICOCHO ► Respirare, ha detto proprio respirare. È dunque a questo punto che entra in gioco lo scongiuro, l’anti-mufa, che per quanto introdotto oggi da un #, vanta radici antiche e importanti precedenti. Se nel maggio del 2021 il Covid si portava via lo storico Mago Manuel di La Plata, detto El Brujo, Lo Stregone, stimato collaboratore di Estudiantes, Newell’s, Independiente e persino dell’AFA, indicato dal presidente Chiqui Tapia come uno degli artefici della sofferta qualificazione al Mondiale 2018, nel luglio del 2021 Giorgio Chiellini confermava ai media argentini di aver mufado il rigore di Bukayo Saka nella finale europea di Wembley gridando Quiricocho (si legga Chiricoccio). Una scaramanzia nata nei primi anni ’80 nell’Estudiantes di Carlos Bilardo. Il cognome di un misterioso personaggio, tale Juan Carlos Quiricocho, in grado di provocare l’infortunio degli avversari con una semplice palmata sulle spalle. Un’usanza, quella di invocarlo durante le azioni rivali, esportata a Siviglia a metà anni ’90 dal trio Bilardo-Maradona-Simeone, e adottata della nazionale spagnola ai Mondiali del 2010 e agli Europei del 2012.
Grande devoto di Quiricocho era Alfio Basile, rimasto per quasi 30 anni l’ultimo DT argentino ad aver fatto vincere un trofeo alla Selección (Coppa America 1993). Entrata in fase discendente, la sua nazionale era approdata al Mondiale USA mediante il famoso spareggio con l’Australia (Ah! L’Australia!) dal quale, a sorpresa, era sparito il controllo antidoping. Fu allora che si parlò di caffè veloce servito negli spogliatoi.
◍ EFFETTO MENEM ► Più che il discusso staff di nutrizionisti-culturisti gravitanti attorno a Maradona, più del gossip sui succosi diritti d’immagine che ogni giocatore trattava in privato con tv e sponsor tecnici, più del caldo del Texas e più dei blitz di Mariana Nannis Caniggia in limousine al ritiro della nazionale, il Coco Basile temeva una cosa, in particolare: la possibile visita alla squadra del presidente della Repubblica Argentina, Carlos Saul Menem. Un rischio da evitare ad ogni costo. Potenzialmente fatale.
Anche noi, in questo momento, stiamo rischiando grosso a scrivere il suo nome, e voi a leggerlo. Di fatto, nominarlo, soprattutto nel futbol, è ancora oggi sinonimo di mufa. Non si scrive, o si scrive con asterisco, M*n*m. Non si dice ad alta voce, o si dice “lui”, o “il turco”, nonostante fosse siriano. Se compare in tv, gli uomini si afferrano in modo delicato ma saldo il testicolo sinistro, e le donne si toccano senza imbarazzo il seno sinistro: non è maleducazione, non è mal gusto, si fa e basta. Sì, ma da quando? Ma da Italia ’90, naturalmente, il suo primo mondiale come presidente. Appassionato di sport, ma anzitutto di sé stesso, la sera del 22 luglio 1989, a solo due settimane dalla sua elezione, il Turco Menem era sceso in campo con la nazionale di Bilardo, nello stadio del Velez Sarsfield, indossando l’emblematica maglia numero 5, quella dei registi, quella di chi chiede palla e costruisce il gioco. Il 10 ce l’aveva già un altro. Da quel giorno, si dice, l’abituale usuario di tale casacca, il Checho Batista, campione del mondo nel 1986, vide sfumare il suo trasferimento alla nostra serie A, mentre l’Argentina non segnò un gol per i seguenti 9 mesi. Un parto.
Un passaggio a vuoto paragonato a quello che affliggerà Gabriela Sabatini dopo un irrinunciabile match-esibizione giocato con lui, naturalmente, l’Innominabile. Che nel giugno del 1990 volle a tutti i costi sedere a San Siro per il match inaugurale tra Argentina e Camerun, quello dello stacco di testa di Omam-Biyik, dopo il quale i suoi consiglieri gli suggerirono – per ragioni innanzitutto d’immagine e di popolarità – di tornare subito in patria.
◍ EFFETTO MACRI ► Un rovescio doloroso e inaspettato almeno quanto quello rimediato pochi giorni fa con l’Arabia-Saudita. Quando lo scettro di mufa è finito nelle mani di un altro ex presidente, del Boca Juniors prima e del Paese poi: Mauricio Macri. Il quale, pur avendo chiarito fin da subito di non avere in programma una visita alla Scaloneta, ha nell’ordine: marcato presenza allo stadio di Lusail per l’insano debutto (1); affermato che i tedeschi, in quanto «razza superiore» (sic), avevano buone possibilità di alzare la coppa (2); pubblicato una foto dai toni solenni con il DT del Messico Gerardo Martino (3).
Ora, senza tirare in ballo Agatha Christie e quella storia su prove e indizi, qualche malpensante ha ricordato che nel 2018, prima ancora di rendere omaggio alla Nazionale di Sampaoli in Russia, l’instancabile Mauricio aveva visitato – in epoca di qualificazioni mondiali – i seguenti paesi: Stati Uniti, Olanda, Cile, Italia e Paraguay. Dei quali, a rigor del vero, nessuno è poi approdato alla fase finale.
A chi ha tentato di scagionarlo, osservando non senza ragione che l’Albiceleste ha passato quasi 30 anni senza vincere nulla, è stato comunque risposto che nel 2016, non potendo assistere alla finale di Coppa America Centenario, Macri si era limitato a fare una telefonata di buon auspicio a Leo Messi, il cui rigore aveva poi insolitamente sorvolato la traversa della porta difesa dal cileno Claudio Bravo.
◍ LA LINGUA ► In queste ore i social argentini sono quindi invasi da fotomontaggi anti-mufa che lo mostrano con la divisa gialloverde dell’Australia. Il suo peccato insanabile è l’essere considerato uno yeta: grossomodo un sinonimo di mufa, derivante però dal napoletano jettatore, titolo di una celeberrima opera teatrale portata in scena a Buenos Aires nel 1904 dal drammaturgo argentino Gregorio Laferrere. Un classico del Cocoliche, la lingua marginale parlata dagli emigrati italiani di Buenos Aires sul finire dell’800. Uno spassosissimo repertorio di vocaboli, tuttora utilizzati in opposizione al castigliano alla pari del Lunfardo, la lingua del tango, più spesso associato ai dialetti dell’Italia settentrionale. Che vi piaccia o meno, è da qui, dal Rio de la Plata, che hanno preso il largo quelle espressioni destinate a invadere i racconti e le cronache calcistiche del nostro vecchio e non-anglosassone mondo: la gambeta e il caño; l’attaccante morfón che non la passa mai (dal lunfardo morfar, mangiare); quel pecho frío e quel calesitero (da calesita, giostra), che gira e gira col pallone senza combinare nulla. Ma l’importante, ora, è che l’Argentina non decida di colgarse del travesaño (appendersi alla traversa) per difendere il risultato. E che l’arbitro non sia un malandra, un charlatán, un chantapufi. Che non si intaschi sottobanco una papota, per poi mandare l’Albiceleste al bombo, come quella volta a Italia ’90. Comunque, va detto che se c’è di mezzo un tongo, uno di solito se ne accorge. A meno che non sia un chitrulo.