Non esistono vite perfette. Sarebbero pure noiose
Sinisa Mihajlovic
Mancavano tre settimane a Natale e il paziente Maestrelli Tommaso venne ricoverato per un blocco renale e un collasso cardiocircolatorio. Era stata sua figlia Tiziana a farsi forte e guidare la macchina fino in clinica, la Paideia, poco distante da casa. Era un’Alfa 1750 bianca, la stessa con cui il papà era arrivato cinque anni prima da Foggia a Roma. Stanza 312. Chinaglia era volato dall’America per dargli un ultimo abbraccio. Aveva nella borsa solo uno spazzolino e un presentimento. Non gli era piaciuta la telefonata di due sere prima con Tommaso.
Il pomeriggio del 2 dicembre ne partì un’altra, uno squillo dalla clinica verso il campo d’allenamento della Lazio a Tor di Quinto. La squadra stava giocando sotto l’acqua una di quelle partitine senza senso, quando le riserve si mettono la maglia rossa. Rispose il magazziniere Vespasiani e disse tutto al massaggiatore Trippanera, Trippanera informò l’allenatore Vinicio, Vinicio lasciò che ogni cosa proseguisse sciatta e lenta per due minuti, cercò le parole e il fiato, chiamò la squadra a centrocampo, e neppure ci fu bisogno di dirlo, capirono, corsero a rivestirsi. Erano le 15 e 19.
Quando ieri pomeriggio è arrivata la notizia della morte di Sinisa Mihajlovic, l’ora era all’incirca uguale, la clinica pure, camera 326, a Roma c’era la stessa pioggia d’allora, e Natale sta venendo un’altra volta, come sempre tornano le stesse stagioni del dolore.
Maestrelli è stato il santo del calcio italiano, Mihajlovic aveva scelto per sé il personaggio del peccatore. Tutt’e due hanno provato a lavorare oltre la soglia della malattia e del dolore. Uno guardava la squadra allenarsi col binocolo dal balcone della sua stanza a Collina Fleming, l’altro ha tormentato i medici per tornare in panchina, il basco in testa, la vita splendida.
È un altro trauma che piega la comunità del calcio, se davvero ne esistesse una. Un altro uomo che ha dedicato il suo corpo nel pieno delle forze al pallone, e anche il corpo che di forze non ne aveva più. È stato molto romano, da calciatore. Prima nella porzione gialla e rossa, il corpaccione popolare e testaccino a vocazione maggioritaria, lo spicchio cinico e autoironico, dove il calcio è attesa e dove l’attesa è una maschera di sfrontatezza. Ma gli è venuto più naturale appartenere all’altra fetta, alla lazialità delle figure irregolari, perentorie, ribelli, un sentimento che gli stava come le dita di una mano dentro un guanto. È il posto dove ha sentito gli echi di un vitalismo quasi biologico, lui che raccontava di essere nato senza piangere, stavolta non per fare il superuomo, ma nel tentativo di smarcarsi dalla banalità di un momento nel quale abbiamo pianto tutti. Era lazialità la posa intrepida sotto la quale in genere si nasconde la malinconia, come di malinconia certi uomini impastano la loro esuberanza.
Eppure non è mai stato di nessun altro più che di Bologna. Non è mai stato allenatore in nessun luogo per più di due stagioni e là aveva cominciato in estate la quinta, quando l’impazienza non gli apparteneva più.
| “Bologna: la città di Sinisa, la sua squadra, la sua battaglia. Bologna – sottolinea Valerio Piccioni sulla Gazzetta – di cui il 17 novembre 2021 diventerà cittadino onorario firmando una sorta di dichiarazione d’amore: «Sono stato fortunato a capitare in questa città»”. Simone Monari su Repubblica ricorda che quel giorno “il sindaco Lepore gli chiese una copia del discorso”.
Ha ragione Gabriele Romagnoli, quando stamattina scrive ancora su Repubblica che dal Bologna non era stato esonerato – adesso è definitivamente chiaro.
“Sarebbe stato più giusto dire: congedato, come un soldato che non può più farcela. Non ci sono mai state retrovie nella sua storia, soltanto un fronte dopo l’altro”.
Nel bel ritratto che gli dedica, Mihajlovic è l’uomo che una volta si commosse in tv, quando avevano mostrato un servizio girato in Jugoslavia. “Il fratello – leggiamo su Repubblica – aveva raccontato che il padre faceva un lavoro usurante e ogni anno la fabbrica gli regalava un paio di scarpe nuove. Una volta chiese e ottenne un cambio: rinunciò alle proprie per avere un paio di scarpe da calcio per Sinisa, con i lacci e i tacchetti. Era il suo modo di dirgli: diventa un calciatore, ma soprattutto diventa un uomo. I padri, quando riescono, ci indicano la strada e quando possono ci danno le scarpe con cui percorrerla”.
| È stato secondo Romagnoli “un personaggio a strati contrapposti (duro, ma in fondo generoso; umano, poi strafottente), che ha diviso pure da malato perché niente e nessuno più unisce e perché non era nella sua natura provarci, mediare, compiacere. Quando allenava il Milan frequentava, da convertito cattolico, una chiesa vicino al campo. Fu visto spiegare il vangelo alle 7 e 30 del mattino ai bambini. Disse loro: «Le persone cambiano». Lo ha fatto anche lui, ma per estensione. Non ha voluto rinunciare agli amici pur se imbarazzanti o pericolosi («A cinquant’anni è difficile farsene di nuovi») confondendo talora la lealtà con la ragione. Ha espresso le sue opinioni anche quando erano impopolari. Perfino quando non erano richieste, forse per sdegno della popolarità”.
| Giorgio Burreddu sul Foglio ha scritto che “Sinisa Mihajlovic era dovuto nascere due volte. In una vita sola non c’era abbastanza spazio per contenere tutto quello che aveva visto, tutto quello che aveva fatto, tutto quello aveva immaginato lui”. Ricorda la sua passione per le citazioni [“Dante, Sciascia, Che Guevara, Churchill”] e di quando disse: «Mio padre faceva il camionista, è morto a 69 anni, di tumore ai polmoni. Quando se n’è andato io non c’ero. Ci penso tutti i giorni. Quando si parla di sogni non penso ad alzare una Champions League o uno scudetto. Il mio è impossibile: poter riabbracciare mio padre».
| Tony Damascelli sul Giornale dice che “la malattia non ha mai una spiegazione, è maligna ed è cattiva, si accuccia alle tue spalle, è un’ombra, è un fiato schifoso. L’ultima immagine è un bacio al tuo sodale Zeman, durante la presentazione di un libro, un gesto di affetto, come un saluto d’addio al mondo che hai frequentato e vissuto. Infine hai aspettato che la Tua Serbia lasciasse il mondiale, per poi accomiatarti da questo teatro di noi spettatori, improvvisamente attoniti e tristi”.
| Andrea Di Caro è stato il giornalista che ha aiutato Sinisa a mettere ordine tra i ricordi per scrivere l’autobiografia. Stamattina sulla Gazzetta scrive: “Sognavi una vecchiaia da cartolina: «Io a capotavola, una lunga barba bianca e tutta la famiglia intorno, figli e nipoti. A noi serbi piace così». Non era facile convincerti, ma da uomo intelligente stavi ad ascoltare. E come una spugna facevi tue le cose che ritenevi giuste. Brillante, sveglio, paraculo, ma profondamente leale ed onesto. Con un codice di valori chiaro, virile, non facile da smussare. Preciso, puntuale e con un incrollabile senso del dovere”.
| Anche Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, ha scritto su la Stampa un ricordo molto personale: “Lui si mangiava la vita, tentava di dominarla, era divisivo, ma generosissimo, non temeva l’impopolarità derivabile dalle scelte più scomode. Voleva e doveva essere il più leale, il più elegante, il più trendy, il sempre giovane, il più profumato: la passione per le essenze esclusive l’ha coltivata fino alla fine. Aveva un amico, Paolo, che gli consigliava l’outfit, mentre ai figli chiedeva spesso di indicargli le nuove tendenze della moda. I jeans dovevano essere skinny o baggy, a seconda del momento. Sinisa aveva poi le debolezze degli uomini solidi, la più singolare riguardava le scarpe. Aveva i piedi piccoli, 41 e mezzo, 42, ma acquistava solo calzature di due numeri superiori. Non riesco a scrivere del grande calciatore o del tecnico sempre aggiornato, curioso, muscolare e empatico. Oggi c’è solo l’amico, quello che dimenticava le incomprensioni spiegando che «non abbiamo più tempo per farci dei nuovi amici, meglio tenersi quelli vecchi»”.
| Uno dei vecchi amici era Roberto Mancini, compagni di squadra, poi l’allenatore al quale ha fatto da vice. Il Ct ne ha scritto sulla Gazzetta stamattina: “Da ieri non ho più un fratello. E anche se di questo legame di sangue a volte ormai si abusa, nel parlare di amicizie, non mi sento di esagerare nel definirlo così: per me Sinisa lo era davvero, perché è stata la vita a renderci tali. Prima il calcio, e poi la vita”.
| Andrea Sorrentino sul Messaggero ricorda che è stato “uno dei più straordinari combattenti della serie A, un uomo-squadra come ne sono esistiti pochi, e al tempo stesso il sinistro più portentoso che si ricordi, era davvero un ciclone il sinistro di Sinisa, quando sorvolava le barriere e si schiantava in rete: è tuttora suo il record di gol su punizione diretta in serie A, ben 28, a pari merito con Andrea Pirlo. Ma Sinisa non è stato certo solo i gol che ha segnato, o che ha evitato di far incassare nella sua lunga carriera da difensore centrale, dopo gli inizi da esterno sinistro. Né è stato le polemiche, anche dure, anche estreme, in cui è stato coinvolto, o in cui lo coinvolgevano. Sinisa era questo qui, e un milione di altre cose ancora”.