POPOLI
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“Gioco a calcio con le Loubou” cantava Oussama Laanbi, il nome con cui dal Marocco arrivò in Italia Ma Rue, trent’anni, il rapper che all’inizio si faceva chiamare Maruego. Se esiste una scena trap così vivace, si deve a lui. Uno dei primi con Ghali e Sfera Ebbasta a scaraventare l’autotune nella melodia all’italiana. “Quando andavo a scuola da bambino – dice in In La Vie en Rose – la gente della classe mi chiamava marocchino, negro, vu cumprà, torna da dove sei venuto”.
A Grazia Lissi di Famiglia Cristiana ha raccontato che quando i suoi si stavano separando, «una donna mascherata mi prelevò all’uscita della scuola e mi portò con sé. Quando riuscii a strapparle il velo mi accorsi che era mamma, siamo subito venuti a Milano. Il più bel ricordo della mia infanzia è stata la prima estate trascorsa laggiù, a otto anni, con i nonni materni, la bisnonna, gli zii, mamma ha dieci fratelli, e tantissimi cugini con cui giocavo». Una madre che temeva diventasse come suo padre Salah, «un uomo inaffidabile. Quando sono stato arrestato ho visto il suo sguardo cambiare, non mi vedeva più come un figlio che sta crescendo ma come un adulto. Questo mi ha ferito, dovevo cambiare».
◇ A Luca Dondoni de La Stampa una volta ha detto di usare parole arabe, inglesi e francesi perché «l’italiano è una lingua molto ricca, ma è poco musicale. Quindi sono sempre alla ricerca di termini che siano più orecchiabili».
Non era orecchiabile il suo nome dopo l’11 settembre del 2011, «tutti mi prendevano in giro. Ogni anno a scuola si organizzava la recita di Natale. Mi sentivo a disagio a cantare le canzoni, soprattutto se in sala c’era mia madre, è praticante ma non rigida, mi ha insegnato a essere aperto al mondo. Quand’ero bambino ci chiamavamo vu cumprà, oggi ci riconoscono un’identità, arabo, cinese, africano, Nord africano. Io mi sento marocchino e italiano ma se potessi vivrei in giro per il mondo. Simone, è stato il primo bambino italiano a invitarmi a giocare a casa sua. Nicola anche lui era in classe con noi. Insieme – raccontò allora a Famiglia Cristiana – partiamo fra qualche settimana per il Marocco, sarà una bella una vacanza».
◇ Trap è la parola che più di ogni altra unisce l’Italia al Marocco nella società contemporanea, tra le generazioni più giovani, i ventenni alla Bellingham e Mbappé, come Enzo Fernández e Joško Gvardiol, quelli che hanno buttato fuori dai Mondiali i trent’anni di Neymar e i quasi 40 di Cristiano Ronaldo. «È il rap – dice il pioniere Ma Rue – solo che ci hanno messo la T davanti. Stesse regole: una storia, la rima perfetta, devi aver qualcosa da dire per interessare chi ti ascolta. Sono stato il primo a portarlo in Italia ma non è stato capito, ero troppo in anticipo. Adesso spopola. Facevo il macellaio e scrivevo brani su brani, finché uno di questi, Cioccolata, è stato trasmesso su alcune radio. Ho lasciato il lavoro e mi sono buttato».
Come si è buttato El Mehdi El Marbouh, in arte Medy, origini marocchine, nato e cresciuto a San Donato, quartiere alla periferia di Bologna.
Osama Sour è cresciuto invece a Pioltello, Milano Est. In scena è 054. Ha imparato la tradizione della musica araba dai genitori, a ottobre 2021 è uscito con il suo primo pezzo, Masquerade. Il videoclip racconta di una vita notturna, tra metro, semafori, fumo e cene al supermercato. La critica ha scritto che ha liberato la trap dai cliché basati su denaro e megalomania.
La figura più controversa è quella di Zaccaria Mouhib, per la musica Baby Gang, 21 anni, il primo album si intitolava Delinquente, prodotto dalla Warner Music Italy, con un videoclip in cui racconta la storia di due piccoli amici che prendono strade sbagliate partendo dalla periferia di Casablanca, fino a imbarcarsi su un gommone, diretti verso l’Europa.
Baby Gang è detenuto a San Vittore per una sparatoria avvenuta a Milano. In primavera aveva registrato parte di un videoclip all’interno del carcere, la procura ha aperto un ulteriore fascicolo per accertare come fossero entrati in cella “dispositivi idonei alla comunicazione”.
◇ La trap e il calcio sono fianco a fianco nel tragitto di Amill Leonardo, vero nome Ali Amin Benameur, nato a Milano, cresciuto a Cinisello, nel circuito da cinque-sei anni, con un paio di collaborazioni rumorose alle spalle, Vegas Jones e Charlie Charles. Amill si è fatto conoscere con un pezzo dal titolo Lewandowski, dove canta: “Guarda come ti lascio a zero, ti lascio a zero. Flow lascia segni in faccia, Ribery. Di qua non passi: Benatia, Alaba. Quanti scarsi: Bonera, Bonera. Ulalà, ulalà, ulalà”.
Di Lewandowski è uscita una parte 3 e Amiil spiegò che «ci tenevo a fare un’altra canzone che parla di calcio. Credo che in ogni mio disco ufficiale ne uscirà sempre una nuova, perché questo sport è proprio un divertimento per me. Sono esperto e appassionato di calcio anche se non sono mai stato un fenomeno. Sono passato in diverse scuole calcio nel corso della mia infanzia. Se ti parlo di ruoli, vedrai che c’è stata un grande trasformazione. Iniziai in difesa, come terzino. Nel corso del tempo mi sono evoluto e ho trovato la mia collocazione da attaccante. Le mie qualità erano la velocità e il cuore che ci mettevo dando sempre il massimo. La mia pecca è che non avevo molta tecnica. Se potessi paragonarmi ad un talento italiano, ti direi Cutrone o Pippo Inzaghi, poca tecnica ma tanta volontà e spirito di sacrifico, sia nel calcio che in ogni altra cosa a cui tengo davvero».
Alla rivista Rockol ha raccontato che «la musica marocchina ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso musicale. Il primo ricordo che ho della musica in generale è collegato alle grandi feste che davano i miei genitori e i miei famigliari in cui si ascoltava chaabi, un genere folkloristico e tipico del Marocco, ma in cui si ascoltavano anche tantissimi altri generi, come la musica rai che è caratterizzata da un uso massiccio dell’autotune e da una voce molto nasale. Ho sempre pensato che il nostro cervello assimili quello che lo circonda e che poi noi, inconsciamente lo replichiamo nella nostra vita. Entrando nello specifico dell’ambito creativo il mio modo di cantare e di approcciarmi alla musica affonda quindi sicuramente le sue radici nella cultura che mi hanno trasmesso i miei genitori. Una cosa che mi è sempre piaciuta è usare termini marocchini nei miei testi: senza volerlo poi, in alcuni casi, sono diventati dei veri e propri slang, ad esempio juen per dire canna o walida che significa mamma».
Eafia è suo fratello, stesso padre, stessa madre, stessa passione per il calcio. Nel 2020 è uscito con un pezzo dal titolo Mbappé, l’anno scorso ha inciso Dybala, nel testo in italiano sono mescolate parole in francese, per raccontare la realtà dei quartieri ai margini. Quella che fa dire a Elkewei “son marocchino e sono sempre odiato” oppure a JPL61033: “Marocchino come un kebabbaro, marocchino mezzo marchigiano, porto in alto il nome Fermignano, anche se in fondo ci odiamo”.