Il Messi canaglia

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Se vieni da Rosario, l’anima canaglia non la puoi tenere nascosta per sempre. Tutto parla del Central nella zona nord, tutto del Newell’s Old Boys nella parte sud. I marciapiedi e i muri hanno i colori dei due club: giallo e blu da una parte, rosso e nero dall’altra. Non c’è nel mondo una città più malata di pallone. Quando arriva il derby, i bambini vanno a scuola con la maglia della loro squadra sotto i grembiuli, in modo ancora più acceso da quando il Central è dovuto risalire dalla B, mentre il Newell’s tronava campione, una decina d’anni fa. 

Una città di differenze che contano e di identità, a cominciare dai soprannomi che le squadre portano da ottant’anni. Quelli del Central si chiamano canallas, mascalzoni, da quando negli anni 30 si disse che il loro club aveva rifiutato di organizzare una raccolta fondi per un lebbrosario. Quelli del Newell’s, che alla raccolta dissero sì, li chiamano allora lebbrosi. L’uno e l’altro insulto, allo stadio se lo cantano da soli. 

Che Guevara, il rosarino più famoso al mondo, era tifoso del Central e per il club è diventata quasi un’icona sacra la foto scattata durante uno dei suoi viaggi da diario della motocicletta: lo studente di medicina canaglia che cura gli ammalati di lebbra. Il mito sull’altra sponda è Leo, andato via quando aveva 13 anni, uno della parte urbana meridionale, quelli che in curva cantano di voler morire di lebbra. 

Mai stato canaglia. In tutti i sensi. La sua ombra perenne – Diego – lo chiamò svedese, gli disse che teneva il pecho frío, un cuore freddo, non aveva l’anima. Fu a cavallo delle due finali di Copa América perse una dietro l’altra. Messi era l’Erede, diventò un Usurpatore. Come Carlos Reutemann al quale rimproveravano di non essere Fangio, come Juan Del Potro che non era mai stato un Vilas. 

Fu così che Messi decise di essere un poco Maradona, un poco Che Guevara e un poco canaglia pure lui. Fu quella volta che nel mezzo del Clásico, aprile 2017, si tolse la maglia in un angolo del Bernabéu nemico e la mostrò alla gente. Fece vedere il 10 e il suo nome, appallottolando un centinaio di editoriali che lo raccontavano come l’Edberg del calcio, il tacchino freddo. Si mise a recitare da capopopolo senza il timore di passare per un capocomico. Fece Messi-aniello. Si cominciò a dire allora che voleva decidere i convocati in Nazionale e che in pandemia aveva fatto il sindacalista per non cedere sul taglio degli stipendi. È stato canaglia quando ha spedito il burofax. È stato canaglia di nuovo quando si è messo con le gambe larghe e le mani alle orecchie davanti alla panchina di Van Gaal. «Adesso non parli più?». 

E adesso vada come vada. Roberto Fontanarrosa, scrittore argentino, tifoso del Central, in un suo racconto ha fatto morire un anziano tifoso di nome Casale sulla tribuna dello stadio, con un attacco di cuore durante la festa per il primo titolo del 1971. L’anno di un famoso gol segnato da Aldo Poy. Il Central ne stava valutando la cessione, lui che era un ragazzo di casa, cresciuto a tre palazzi di distanza dallo stadio. Poy andò a nascondersi su un’isola e fece saltare tutto. Come si lascia il Central se ti senti il Central? Una volta chiesero a César Menotti quand’è che fosse diventato tifoso. Rispose: «Quando sono nato». L’anno dopo la mancata cessione, Poy avrebbe segnato il gol più celebrato di tutta la storia del club. Un gol che in Argentina chiamano la palomita. Semifinale del campionato. Contro il Newell’s. Una palla bassa. Poy si lancia in tuffo e ci arriva. Tre giorni più tardi, il Central avrebbe vinto anche la finale. Quando il vecchio Casale si accascia nel racconto di Fontanarrosa, il protagonista della storia scrolla le spalle. «Che ce ne frega – dice – per una canaglia questo è il miglior modo per morire». Messi racconta che prima di andarsene, canaglia si può anche diventare.  

 

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