Se avesse una U al posto della V, gli verrebbe facile cambiare il calcio. Josko Gvardiol invece si accontenta di cambiare il destino dell’Uomo Mascherato ai Mondiali. È suo il piede sinistro allungato nel vuoto, in torsione, per toccare la palla con la punta, con l’esterno, in qualche modo, e allontanarla da Lukaku. Un gesto con cui ha salvato la Croazia, ha condannato il Belgio e ha definitivamente stabilito che si può vincere pure sotto mentite spoglie. Un audace colpo da mezzo ignoto, perché tutto il mondo sa bene che sotto la maschera c’è lui, ma la maschera in genere si associa a una finzione, stavolta Gvardiol è vero, verissimo.
Al povero Ellyes Skhiri, tunisino, venuto pure lui in maschera in Qatar, l’altro ieri era andata meno bene. Ci sono del resto maschere di bellezza e maschere di fango. Il coreano Son, terzo uomo a volto coperto in questi Mondiali, aspetta di capire cosa sarà del pomeriggio d’oggi, se la Corea andrà avanti o se – come direbbe un produttore italiano, uno qualunque – siamo alla sua The Last Dance. In quel caso sarebbe stato un ballo in maschera.
Portano la maschera nella scherma, nel baseball, nell’hockey. Portano la maschera i saldatori, i subacquei, gli apicoltori. Ne abbiamo portata tutti una in questi anni da incubo, su naso e bocca, anziché intorno agli zigomi e agli occhi. Siamo andati in battaglia con quest’armatura. Jerry Bengtson l’ha messa pure in campo, unico calciatore al mondo a usarla in partita. Honduregno dell’Olimpia, ha giocato i quarti di finale della Champions centro-americana con la chirurgica anti-covid.
Del misterioso Gvardiol, stamattina sul Corriere dello sport-stadio Alberto Polverosi scrive che è “rarissimo trovarsi di fronte a un ragazzino del 2002 così forte, così sicuro, così tecnico nel ruolo di difensore. Di solito a quell’età emergono i creativi o gli attaccanti, Josko Gvardiol gioca difensore centrale nella Croazia, fra lui e il suo collega di reparto Lovren ci sono 13 anni di differenza, ma per autorevolezza nessuna distanza. Risolve le situazioni più complicate nella sua area e poi sa come impostare, come appoggiare la palla, come aiutare il centrocampo. Sta facendo un Mondiale strepitoso”.
Non finisce sempre bene. Con la maschera, contro Guivar’ch, Fabio Cannavaro nel 98 giocò a fare l’eroe solitario mentre il resto della Nazionale italiana affondava. Petr Cech e il suo caschetto sono usciti al primo turno nel 2006 proprio dopo una sconfitta con gli azzurri. Edgar Davids e i suoi occhialoni si sono fermati in semifinale nel 98, e sempre in semifinale si fermò – se vogliamo – il primo rudimentale strumento protettivo di un calciatore in campo in un Mondiale, la fascia con cui Beckenbauer teneva legato al collo il proprio braccio contro l’Italia.
Gvardiol resiste. Non sarà più una sorpresa [“Ti conosco, mascherina”], ma può sperare ancora di mettere le mani sulla Coppa, almeno fino al giorno in cui – casomai – dovrà arrendersi e sfilarsela, come si fa coi passamontagna dopo un colpo in banca andato male, come dinanzi ai soliti Nick Carter succede agli Stanislao Moulinski, a cui non rimane che dire «ebbene sì, hai vinto anche stavolta».