CHE COSA SUCCEDE Mentre la Coppa del mondo di calcio vive oggi la terza giornata della sua edizione più turbolenta, si aprono a Málaga le finali di Coppa Davis, nella sua versione più contestata – Sette partecipanti su otto sono in comune: la sola assente tra la Spagna e il Qatar è l’Italia – Nessun paese le ha mai vinte nello stesso anno – Storia parallela dei due trofei e dei loro guai con la politica
Una si macchia e si ossida da 122 anni. È colpa di profumi, deodoranti, dicono anche del sole. L’argento scurisce. Le nonne, per pulirlo, usavano l’alluminio e il sale grosso, dentro una bacinella di acqua bollente. Posate e soprammobili dovevano stare in ammollo per un’ora. Certe volte, sopra ci spremevano qualche goccia di limone aggiungendo un paio di cucchiai di bicarbonato. Se lo strofinaccio di cotone si sporcava di nero, o di verde scuro, voleva dire che l’ossidazione stava scomparendo. Al paese dicevano che un martello d’argento spezza le porte di ferro. Qualcun altro diceva che l’acqua delle patate bollite, con un cucchiaio di aceto, agiva con più efficacia del limone. Era l’ala conservatrice, o forse l’ala progressista, chi se lo ricorda più.
L’altro trofeo che sta sulla scena in questi giorni – la Coppa del pallone – è assai più giovane. Compie mezzo secolo fra due anni. È d’oro, come le fedi di uno sposalizio. I vecchi le pulivano con l’acqua minerale e il dentifricio, vai a sapere se il vecchio metodo potrebbe funzionare pure con questa Coppa FIFA, passata tra le mani dei generali dittatori d’Argentina, dirigenti corrotti di ogni continente, un lobbista americano segretario di Stato, un’icona anti-razzismo dell’Africa, un ex sindacalista brasiliano, un ex comunista napoletano, un agente russo del KGB che gioca alla guerra nucleare. Solo un vecchio partigiano di Savona non volle toccarla, tra le mani si tenne la sua pipa e disse che la Coppa no, la Coppa era dei calciatori, non della politica.
La prima è per tutti un’insalatiera, l’altra se la metti con la testa in giù potrebbe assomigliare a una pepaiola. Di granelli neri e piccanti ne stanno uscendo in abbondanza.
L’insalatiera venne ordinata oltre un secolo fa alla prestigiosa Shreve, Crump & Low di Boston. Avevano la bottega di fianco a Paul Revere, l’incisore delle gesta della guerra di indipendenza americana. Prezzo: 1.000 dollari. Se volessero rifarla daccapo, oggi ne costerebbe 20mila. La ditta commissionò il progetto alla William B. Durgin Company nel New Hampshire. Avevano cominciato a Concord, aprendo un negozio di cucchiai di fronte e Free Bridge Road. Arrivarono a rifornire dei loro servizi d’argento la flotta navale americana.
| Nel libro Centre Court, il tennis dei pionieri, Stefano Semeraro racconta: “Duecentosedici once di argento, fuse e modellate a forma di punch-bowl, di zuppiera, con tanto di basamento cilindrico; il progetto n. 414 nel catalogo. Un articolo di classe, decorato con graziosi motivi floreali da un designer inglese, Rowland Rhodes. Eppure quattro anni dopo essere uscito dal laboratorio di Mr Durgin, il trofeo d’argento non trovò neppure posto, fra un boccale dorato e un libro d’ore rilegato in argento per la regina d’Italia, nell’elenco dei pezzi pregiati della ditta.
La zuppiera fece il suo ingresso in società l’8 agosto 1900 al Longwood Cricket Club di Boston ma in realtà era stata concepita qualche anno prima, durante una tournée sulla West Coast di un giovane figlio della ricchissima borghesia di St. Louis. Un miliardario ventenne, che accanto al nome del trofeo volle incisa anche una frase breve, ma destinata a grande fortuna: ‘Presented by Dwight F. Davis’. Era un bambino straricco. Sam Davis, suo nonno paterno, aveva fatto fortuna come mercante di tessuti. Nel 1873, quando lasciò la ditta al figlio John, l’emporio dei Davis era alto cinque piani e illuminato dalla luce elettrica. “Il più importante edificio di St. Louis”, pieno di ogni ben di Dio: vestiti di raso, broccati di seta, velluti pregiati, mussoline per le cuffie delle suore, damaschi per i cuscini delle chiese, e poi bottoni, ombrelli, corde di violino, profumi, orologi, armoniche. Centotrentacinque impiegati, filiali a Boston, New York, Parigi, Manchester, Aquisgrana. John ampliò l’impero paterno investendo in immobili, entrando nel consiglio di amministrazione di numerose banche, costruendo ponti sul Mississipi. Morì neppure cinquantenne per una malattia ai reni, quando Dwight, il minore dei suoi figli, aveva appena quattordici anni, lasciandolo orfano ma senza problemi per il futuro”. [si acquista qui]
LA POLITICA ► Anche l’insalatiera ha avuto i guai suoi con la politica. Sono cominciati proprio nell’anno di nascita dell’altra Coppa, quella che adesso è in Qatar e che dai Mondiali di calcio del 74 prese preso il posto della Rimet. Era stata ideata e disegnata dall’orafo e scultore italiano Silvio Gazzaniga, prodotta dall’azienda Bertoni di Paderno Dugnano, provincia di Milano. Altezza 36,8 centimetri, diametro della base di tredici, 6 chili, oro massiccio a 18 carati, vuota all’interno, due bande di malachite e sotto i nomi delle vincitrici.
Ecco. Proprio in quel 74 la Davis sta vivendo i tormenti di una finale che l’India dovrebbe giocare contro il Sudafrica, nel pieno del suo regime dell’apartheid. È una storia di incroci di date con il calcio. Quattro anni prima, Johannesburg era stata messa al bando dalla comunità sportiva e dal comitato olimpico internazionale, giusto alla vigilia dei Mondiali di Messico 70, al termine di un lungo indugiare. Il 74 è l’anno in cui Arthur Ashe ottiene di giocare il torneo di Ellis Park, il primo nero a essere ammesso, ma il governo indiano non ha lo stesso atteggiamento. Decide per il boicottaggio della finale di Davis. Curioso. Era stato in Sudafrica che Gandhi aveva organizzato la prima satyagraha, la prima delle sue manifestazioni di lotta non violenta. Era proprio l’India, adesso, a non voler andare in Sudafrica. La Coppa Davis venne assegnata a tavolino, in un paese dove Frew McMillan non aveva mai fatto dichiarazioni pubbliche contro il regime, giocava e basta, mentre Raymond Moore si era rivelato tra i più i critici verso l’apartheid.
Uno degli indiani che nel 74 non giocò, Vijay Amritraj, sarebbe stato invitato a ricordare i fatti all’Onu, quattordici anni più tardi. Disse: «È facile sostenere che lo sport debba stare fuori dalla politica. In certi casi è praticamente impossibile. Ci sono questioni che dobbiamo appoggiare o alle quali ci dobbiamo opporre, perché siamo esseri umani prima che atleti o atlete. Negli anni ho ricevuto molte offerte per giocare esibizioni in Sudafrica, le ho sempre rifiutate. Sento che ogni persona, che sia un artista, un diplomatico, un professionista, un atleta, ha una certa responsabilità verso i suoi simili e, se posso aggiungere, spero, una coscienza. Sta a ognuno di noi dare il suo contributo verso un mondo migliore. Un mondo di uguaglianza, di dignità, di libertà».
LEGGI ANCHE Garage Mundial. La Coppa che nascose i corpi spariti
Slalom Speciale 9 novembre 2022
Due anni dopo il boicottaggio indiano, mentre il calcio si sta preparando a portare il suo show immortale nell’Argentina dei desaparecidos, la Davis rischia di avere un’altra edizione assegnata a tavolino. Stavolta è in Italia che governo e Parlamento si oppongono alla trasferta per la finale. La Nazionale del tennis era stata proprio a Johannesburg due anni prima, per la semifinale, stavolta la politica non vuole mandarla nel Cile di Pinochet. È la famosa edizione in cui l’Italia parte, Panatta e Bertolucci mettono la maglietta rossa durante il match di doppio, rincasano quasi di nascosto con l’insalatiera. Oggi Panatta sostiene che i Mondiali di calcio in Qatar andavano boicottati. Oggi che non bastano le gocce di limone o l’acqua delle patate bollite, per ripulire i trofei. Quando la vecchia Davis si macchia, il restauratore Thomas Lyte è onorato di usare la sua arte per restituire lo smalto perduto alla zuppiera. È il detentore di un mandato reale come argentiere e orafo da parte di Sua Maestà Elisabetta, buonanima. Cancella i graffi e ripara le ammaccature.
Il restauro filosofico e finanziario della Davis – umorale per qualcuno, amorale per altri – porta invece la targa presented by Piqué. L’unico che abbia allungato le mani da vincitore su tutt’e due le Coppe. L’insalatiera e la pepaiola.
DISCUSSIONI
A che punto siamo con la rivoluzione di Piqué
Non è mai successo che un Paese abbia vinto la Davis e i Mondiali di calcio nello stesso anno, ma nel 2018 ci siamo andati a tanto così. Quattro mesi dopo la finale del pallone in Russia vinta per 4-2 dalla Francia sulla Croazia, le stesse Francia e Croazia si sono ritrovate per la finale delle racchette a Villeneuve-d’Ascq, ma con l’esito opposto, 3-1 per la squadra di Ćorić e Čilić su Jo-Wilfried Tsonga e Jérémy Chardy, si giocava sulla terra rossa indoor.
Non era mai successo prima che una sola finalista coincidesse, nel 2018 furono addirittura due. È curioso che nelle ultime cinque Davis giocate nell’anno dei Mondiali di calcio, la Francia sia andata quattro volte in finale e le abbia perse tutte. Era in finale anche nell’82 – pure allora battuta dagli USA – mentre aveva vinto la Coppa del 30.
Se rumorosa è l’assenza dell’Italia fra le 32 squadre del Qatar, non lo è meno quella della Francia a Malaga. Era la testa di serie numero 3 del torneo. È stata eliminata nel girone di qualificazione da Germania e Australia. Stamattina L’Équipe analizza la Davis con una certa freddezza, chiedendosi con un pezzo di Franck Ramella cosa aspettarsi da questa fase finale, che “si apre con un quarto di finale tra Australia e Olanda che dovrebbe emozionare il probabilmente scarso pubblico di Malaga. Se ci mettiamo dalla parte degli organizzatori spagnoli, che per ospitare l’evento hanno dovuto spendere oltre 10 milioni di euro, dobbiamo soprattutto augurare loro che la Spagna senza Rafael Nadal e Carlos Alcaraz si spinga il più lontano possibile, per garantire almeno un minimo di atmosfera”.
Gira e rigira, dice L’Équipe, siamo sempre alle “riflessioni sulla riforma della veneranda Coppa Davis del 2018, rivisitata dalla Kosmos in una Coppa del Mondo. Il modello – leggiamo – non sembra funzionare, né a livello di entusiasmo popolare, nelle partite giocate in campo neutro, né a livello finanziario. Si racconta che Kosmos avrebbe perso decine di milioni di euro e ha appena chiesto alla federazione internazionale una dilazione nel pagamento dei circa 6 milioni di euro che le deve. Il trapianto stenta a reggere, anche se i giocatori mettono cuore per onorare l’anima della vecchia competizione a squadre. Rivendendo alcuni dei suoi diritti per un lotto di 2 milioni di euro, Kosmos è riuscita a fare cassa. Ma non è detto che gli organizzatori abbiano sanato così i loro conti, considerati i costi organizzativi e l’affluenza piuttosto bassa, con un prezzo dei biglietti che oscilla tra gli 11 e i 65 euro. Per non parlare dell’iniquità sportiva dovuta dal fatto che i Paesi ospitanti i gironi giocavano le loro partite a giorni alterni, gli altri dovevano giocare in giorni consecutivi, oppure star fermi per 48 ore”.
Il girone della Francia è stato giocato in Germania.
L’Équipe scrive che negli uffici di Kosmos “tutto sembra essere à la carte. Sta per essere lanciato un nuovo bando per il 2023, alcuni paesi si sono sfilati, dicendosi poco interessati”. Incombe una finale in Abu Dhabi, mentre la ATP, la ITF e la Kosmos si sono accordate per non accavallare date e tornei simili. Il sindacato giocatori ora occupa due dei sei seggi del Comitato di Coppa Davis. “Ma a quale scopo? E cosa cambia?”, si chiede L’Équipe, speriamo retoricamente, perché noi che ne sappiamo.
Enric Rojas, il CEO di Kosmos, è stato intervistato da Ubitennis nella sua pagina internazionale. Ha confessato che l’obiettivo finale di Kosmos è fare della Davis un torneo che abbia un interesse simile a quello dei Grandi Slam. Negli anni prima della riforma, i grandi giocatori avevano preso a disertarla.
«Da ogni punto di vista – ha detto – siamo al livello di un Masters 1000: per spettatori, sponsor, diritti tv. La nostra ambizione è salire di un gradino. Australia-Olanda avrà uno stadio pieno per il 70-75% e per una grande partita come Italia-USA, purtroppo in programma alle 10 del mattino in un giorno feriale, speriamo di arrivare almeno da 7.000 spettatori. Resta invenduto ancora un 20% di posti. Aver avuto due mesi in più per promuovere l’evento è stato cruciale. Più 55% dei biglietti è stato venduto fuori dall’Andalusia, il 21% è stato venduto fuori dalla Spagna».