COSA STAI PER LEGGERE
▻ Nell’anno di nascita di Diabolik, un Mondiale di cattivi | Camei: Storia dei giornalisti cattivi che crearono un clima cattivo – Storia di Kevin Aston, l’arbitro cattivo di Cile-Italia – Storia dei ceki cattivi che fecero male a Pelé [ma forse così cattivi non furono mai] | Sorie formidabili di portieri: Antonio Carbajal | Che cosa successe durante i Mondiali del Cile: Adolf Eichmann giustiziato in Israele – Il disastro ferroviario di Voghera – Marilyn Monroe licenziata due mesi prima della morte – Tre detenuti evasi da Alcatraz | Che cosa si leggeva nel 1962: Il giardino dei Finzi-Contini | Le recensioni dei film del 1962: Il Sorpasso, Lolita, Jules e Jim, Mamma Roma, La marcia su Roma | Come si giocava a calcio nel 1958: Il Brasile con lo stesso schema di quattro anni prima | Le cronache dell’epoca della finale Brasile-Cecoslovacchia | Gesti e protagonisti: La foglia morta di Didì, la sola finta di Garrincha |
CILE 1962
Quando Eva rubò la sua famosa mela nell’Eden, i Mondiali di calcio non c’erano ancora. Nemmeno erano cominciati quando nacquero i vari Rocambole, Arsenio Lupin o il re del crimine Fantomas. Il primo furfante che incrocia la Coppa Rimet è Simon Templar, detto il Santo. Lo crea il figlio di un medico cinese, Leslie Charteris, due anni prima che l’Uruguay diventi campione a Montevideo, ma diventa davvero popolare grazie alla televisione, con la faccia di Roger Moore sulla ITV. Anno: 1962. Al cinema, nel frattempo, le rapine maledette si sono così radicate, da essere diventate un genere. Caper, dicono a Hollywood. Dove si sono premurati di mettere delle regole alle trame. Se i banditi portano a casa il malloppo, alla fine devono morire. Il pubblico deve sapere che non c’è spazio per il crimine. Dei soldi, non devono godere. Tra pagine e schermo, siamo nel periodo in cui la Francia trova i suoi trucidi preferiti in Rififi e Grisbi. Jean Gabin e Alain Delon diventano degli specialisti nel ruolo, più di Jacques Anquetil a cronometro.
Di più. La Francia diventa una potenza egemone nel genere mariuoli, soprattutto quelli che io speriamo che me la cavo. Arriveranno Gli scassinatori e Topkapi. La svolta arriva in America quando un tale Richard Stark inventa il personaggio di Parker, un genio del male, un perfezionista della rapina, spietato, basta coi Lupin, lui non è per niente gentiluomo. Anzi del Codice Hays se ne infischia. Ruba, non muore e se ne vede bene. Stark è uno dei cinque-sei pseudonimi di Donald E. Westlake, tra i più grandi scrittori americani di gialli, 102 libri in tutto, una serie differente e un protagonista a parte per ogni firma usata. Il più famoso dei suoi ladri sarà John Dortmunder, pure lui geniale, ma senza un briciolo di fortuna. Ha intuizioni pazzesche per colpi fuori dal mondo, solo che una volta è questo, una volta è quello, non gliene va mai bene una. L’elemento letterario innovativo è l’umorismo.
Non per Parker. Il suo fratellino si accompagna a due coincidenze. Uno: nell’estate del 62, all’interno del volume numero 15 del fumetto Amazing Fantasy, esce la striscia di un ragazzino che porta il suo stesso cognome, di nome fa Pete, ed è stato morso da un ragno: da allora ha qualche discreto super potere, a cui corrispondono grosse responsabilità. Due: poco dopo quella stessa estate, in principio di novembre, due sorelle milanesi creano un fumetto dentro lo stesso clima, con un medesimo carattere e la stessa perfidia. Il Diabolik di Angela e Luciana Giussani, 60 anni in questi giorni, coincide in modo impressionante, come fa notare Andrea Carlo Cappi nel suo saggio Fenomenologia di Diabolik.
| “Dal momento che i due personaggi sono nati autonomamente e quasi nello stesso momento, è probabile che tanto Westlake-Stark quanto le sorelle Giussani abbiano risposto agli stessi stimoli, portando alla luce un senso latente di ribellione che covava nell’ombra e che poteva essere espresso in modo civile, indolore e accettabile attraverso personaggi della letteratura di massa fuori dalle convenzioni non solo sociali ma anche narrative, in una sorta di preludio anarco individualista al Sessantotto. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, forse proprio per la loro valenza implicitamente rivoluzionaria, i rapinatori continuano a farsi strada nel mondo del cinema, come eroi, antieroi e nemici di una società che spesso non è molto più limpida di loro”.
| La prefazione alla prima edizione italiana di Comeback con la firma di Stark è è stata curata proprio da Mario Gomboli, direttore di Diabolik. Scriverà che i due protagonisti sono “ambedue grandi ladri, anzitutto; ambedue assassini senza scrupoli ma privi di qualsiasi morbosa vena di sadismo autocompiacimento; ambedue capaci di organizzare piani articolatissimi e di metterli in atto con precisione cronometrica. Pragmatici a oltranza, prediligono bottini fatti di denaro o gioielli, pur non disdegnando il furto di opere d’arte purché di grande valore commerciale. Anche la loro vita personale scorre su binari paralleli: la prima moglie di Parker lo tradisce e lo fa finire in galera, proprio come fece Elisabeth con Diabolik nel terzo episodio della saga. Con la successiva compagna Claire (guarda caso anche lei incontrata durante un “colpo”) Parker instaura un rapporto esclusivo, monogamico, complice… molto simile a quello che lega Diabolik a Eva Kant. E questo rapporto, questo amore è l’unico punto debole dei monolitici criminali, che spesso li costringe a modificare i piani, a giocare in difesa, a esporsi e rischiare la vita. Indubitabilmente maschi e virili, disprezzano qualsiasi atteggiamento machista e sono sessualmente schivi, persino pudichi… rari gli intermezzi erotici nelle loro avventure, e comunque giammai espliciti o volgari. Seri, professionali quasi fossero impiegati del crimine, i due non si concedono mai una battuta o un sorriso e non sopportano chi, avversario o complice, si permette di scherzare sul lavoro. Potrei concludere rilevando la presenza della K (lettera quasi assente nella tipologia fumettistica o letteraria precedente) nei nomi dei due personaggi, ma non vorrei esagerare”
| Scrive ancora Cappa che “dal 1962 ogni mese gli sceneggiatori di Diabolik propongono al pubblico la storia inedita di un colpo con maschere e trucchi, inseguimenti e fughe, espedienti e sorprese di ogni genere. In sostanza, la serie ideata dalle sorelle Giussani sopperisce brillantemente a quella che sarebbe altrimenti una lacuna nella narrativa popolare nel nostro paese. E forse le avventure del Re del Terrore soddisfano sogni inconfessabili di cui gli italiani hanno più necessità di altri. Parlo di narrativa non solo perché il fumetto è letteratura disegnata ma anche perché Diabolik ha forti radici letterarie”.
Camei
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Storia dei giornalisti cattivi che crearono il clima cattivo
di gianni brera, Mezzo secolo di Mondiali, Repubblica, maggio 1982
“Andiamo in Cile con una squadra che sarebbe da finale ma ci facciamo precedere da due giornalisti i quali – dimentichi della natia Napoli – deplorano che quella lontana striscia di terra latina sia afflitta dalla miseria e dalla prostituzione. I cileni leggono le loro corrispondenze e si arrabbiano molto. La radio è nelle mani dei tedeschi che fanno il resto. Quando arriviamo in Cile, l’atmosfera è mefitica. I cileni sono permalosi come tutti i latini: in più vantano nella propria storia un certo Lautaro, che si è comportato come Arminio: è stato adottato ancora bambino dal governatore spagnolo e, giunto all’età della ragione, ha sgozzato nel sonno il padre adottivo ed è tornato dalla sua gente. Un araucano ma la storia lontana consente giochi incredibili: ogni cileno appare oggi un tristo Lautaro ai nostri occhi.
Affrontiamo i tedeschi in un giorno di pioggia e non riusciamo a segnare la miseria d’un gol. Il giovane Rivera (gioca anche lui) batte un tiruzzo discreto che il portiere tedesco non trattiene: arriva Sivori e, trovandosi la palla sul destro, che gli serve da semplice stampella di appoggio, la tocca ignominiosamente fuori da un passo. Così restiamo sullo 0-0 e non possiamo accordarci con i cileni, che fanno parte del nostro gruppo: dobbiamo proprio batterli, se vogliamo avanzare. La FIFA propone un arbitro spagnolo che noi rifiutiamo per legittima suspicione. Lo sostituisce un fetuso di inglese che espelle prima Ferrini (calcione sparato a vuoto ad un avversario colpevole di averlo caricato da tergo) e poi David (provocato costantemente da Lionel Sanchez). Ridotti a 9, buschiamo 2 gol (a zero) e prima di tornare a casa ci sfoghiamo sugli svizzeri (3-0). In questo incontro gioca Sormani, che è il più in forma e il più generoso degli oriundi.
Scrivo che gli Azzurri erano drogati come Chere e i medici al seguito minacciano querele che non verranno mai sporte. Verrò querelato invece per aver scritto che Pasquale era stato radiato come arbitro di pugilato prima di assurgere – senza merito di sorta – a presidente della Federcalcio. L’impressione di appartenere a un paese di funesti imbecilli è rafforzata da questa ennesima spedizione mondiale. Avremmo avuto la squadra per contendere il primato al Brasile; abbiamo rovinano tutto. Ben ci sta.
Rientrati in Italia celebrammo il solito processo ai colpevoli e ottenemmo che la Nazionale si facesse da ora innanzi con i soli indigeni. Già espulso dall’Italia per aver praticato l’ergogenia medicamentosa (nome scientifico del drogaggio o doping), Helenio Herrera venne opportunamente rigenerato dalla Spagna e l’Angiolin Moratti pretese che la Federcalcio lo restituisse all’Inter. Il presidente Pasquale aveva troppe festuche di paglia nella coda per potersi ribellare alla magna Inter. Moratti riebbe Herrera e dirottò sul Verona il giovane Fabbri, che aveva assunto per le pressanti raccomandazioni di Italo Allodi. Costui aveva seguito Fabbri al Mantova, condotto in quattro anni dalla serie D alla Serie A. Giustamente, lo stimava un grande tecnico. Ma di fronte a Herrera era un provinciale che non poteva aspirare all’Inter. Così andò al Verona e giurò eterno odio all’Inter, a Herrera (Accaccone) e alla perfida Milano, che l’aveva soprannominato Topolino quando ancora giocava ala destra nell’Inter di Carcano. I suoi odi per Milano erano un biglietto da visita assai eloquente: e infatti, esibendo quello, Mondino venne nominato tecnico (così lui diceva) della Nazionale italiana. La nomina fece scalpore ma, tutto sommato, Mondino costituiva un progresso: era furbo, vivace, intelligente: e odiava Herrera, l’Inter e Milano, detestabile città quattro volte più popolata e ricca di Bologna”.
Storia di Kevin Aston, l’arbitro cattivo di Cile-Italia
di stefano bizzotto, Giro del mondo in una Coppa [Il Saggiatore]
“Arbitrava lui, il match era Cile-Italia: la Battaglia di Santiago. Un fantasma che non l’ha più abbandonato e che ogni tanto ritorna, sotto forma di sensi di colpa. Non doveva nemmeno dirigerlo, quell’incontro. Aveva già arbitrato Cile-Svizzera, il debutto dei padroni di casa. Tutto liscio, nessun episodio contestato e i complimenti dei superiori. «Well done, mister Aston. Adesso si tenga pronto per Ungheria-Bulgaria, poi avremo bisogno di lei quando cominceranno le partite a eliminazione diretta».
Per Cile-Italia, secondo impegno della nazionale di casa, era stato designato Gardeazábal, uno spagnolo. Poi, inaspettato, il cambio di rotta: Strano, lo stesso arbitro chiamato a dirigere le prime due partite della squadra ospitante. Secondo qualcuno, gli italiani non avrebbero gradito un arbitro di lingua spagnola (particolare sempre smentito dal capo delegazione di allora, Artemio Franchi). Probabilmente c’era dell’altro, che con il calcio giocato c’entrava poco o nulla. Alla vigilia del Mondiale, erano usciti su alcuni giornali italiani articoli non propriamente lusinghieri nei confronti del Cile, inteso come paese. Articoli a firma di Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli: “Il Cile ha accettato di organizzare il Mondiale come Mussolini accettò di mandare la nostra aviazione a bombardare Londra. In tutta Santiago ci sono settecento posti letto, i telefoni non funzionano, i taxi sono rari come i mariti fedeli” (Ghirelli). E ancora: “Denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria. Sotto questi aspetti il Cile è terribile. Sul piano del sottosviluppo dev’essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia o dell’Africa. Con la differenza che gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, mentre questi sono dei regrediti” (Pizzinelli).
Benzina gettata sul fuoco. Non era stato facile, per l’Italia. Clima ostile, opinione pubblica sul piede di guerra prima ancora di cominciare. L’eco di quei reportage era arrivato fin laggiù, con conseguenze che si potevano facilmente immaginare. Come se non bastasse, era l’Italia degli oriundi: la stampa estera, non solo quella cilena, ci aveva più o meno velatamente accusato di saccheggiare le riserve di talenti altrui. Dirà Aston alla fine: «Credevo di arbitrare una partita di calcio, mi sono ritrovato nel bel mezzo di una manovra militare».
Alla vigilia, ogni cosa si era svolta in un modo piuttosto strano, a cominciare dall’approccio dell’Italia alla partita. I selezionatori erano il due volte campione del mondo Giovanni Ferrari, uno dei fedelissimi di Vittorio Pozzo negli anni trenta e – cosa che oggi sarebbe inimmaginabile – un presidente di club, il numero uno della Spal Paolo Mazza. Sensibili, pare, ai «suggerimenti» dei giornalisti di maggior peso. Avevano optato (loro o i giornalisti?) per una formazione senza il giovanissimo Rivera, Maldini e Altafini, che invece avevano giocato contro la Germania Ovest. Fuori anche Sivori, detentore del Pallone d’Oro, il migliore calciatore d’Europa in quel momento. Il centravanti avrebbe dovuto essere Sormani, che nel pranzo che precedeva la partita mangiava al tavolo dei titolari. Poi però Altafini aveva improvvisato un personalissimo show: «Mi sento in forma strepitosa» continuava a ripetere. E mentre pronunciava quelle parole faceva dei saltelli, come se volesse convincere i selezionatori. Cambio di formazione: fuori Sormani, dentro Altafini.
Tempo 10 minuti, e il cileno Leonel Sánchez aveva rotto il naso a Humberto Maschio, uno degli oriundi schierati da Ferrari e Mazza. Ci sapeva fare, Sánchez: suo padre era stato campione sudamericano di pugilato e lui stesso da ragazzo aveva tirato di boxe. Il povero Maschio sarebbe rimasto in campo per onor di firma, confinato all’ala come si faceva con gli infortunati in epoca antecedente le sostituzioni. Provvedimenti nei confronti di Sánchez? Nessuno. Il signor Aston non si era accorto di nulla. In quel momento, l’Italia aveva già perso un pezzo: espulso Giorgio Ferrini, autore di un fallo di reazione nei confronti del cileno Landa. Quello sì visto dall’arbitro. Era successo tutto nel giro di una manciata di secondi, con Aston incapace di tenere la situazione sotto controllo. Per lasciare il campo, Ferrini ci aveva messo una vita. E senza l’intervento dei Carabineros cileni, impegnati nel servizio d’ordine, chissà per quanto tempo ancora sarebbe andata avanti la sceneggiata. Minuti interminabili, in un crescendo di tensione e incomunicabilità fra i protagonisti. Nessuno parlava la lingua dell’altro.
Fuori Ferrini e, prima dell’intervallo, fuori anche David, autore di un’entrata scomposta sul solito Sánchez. Italia in 9. Anzi, visto com’era conciato Maschio, in 8 e mezzo. Impossibile resistere in quelle condizioni, e difatti il Cile aveva sfondato: 2 gol nell’ultimo quarto d’ora, autori Jaime Ramírez e Jorge Toro. Una sconfitta che agli azzurri era costata l’eliminazione. Cile-Italia passerà alla storia come la Battaglia di Santiago. Il giornalista della BBC David Coleman avrebbe introdotto così i telespettatori britannici alla cronaca differita della sfida: «Quella a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa nella storia di questo sport». Con un unico responsabile, agli occhi degli italiani: Ken Aston. Anche il Mondiale dell’arbitro inglese era finito: ufficialmente per un infortunio al tendine d’Achille, ma è facile immaginare che dietro il suo accantonamento ci fosse
La parabola arbitrale dell’ex ufficiale dell’esercito di Sua Maestà (aveva combattuto in India durante la Seconda guerra mondiale) si avviava al termine. Avrebbe proseguito per un’altra stagione, con il fiore all’occhiello della finale di FA Cup vinta dal Manchester United sul Leicester City. Quasi un premio alla carriera per quell’arbitro che nessuno, in Inghilterra, si sarebbe sognato di bollare come principale responsabile della Battaglia di Santiago. Eravamo stati noi italiani ad affibbiargli quell’imbarazzante etichetta. Per i suoi connazionali, Aston era sempre stato un ottimo arbitro, al punto da restare nell’ambiente anche dopo aver smesso di fischiare. Si era ricordata di lui persino la FIFA, affidandogli l’incarico di coordinare i direttori di gara del Mondiale successivo”.
Storia dei ceki cattivi che fecero male a Pelé
Ma forse così cattivi non lo sono stati mai
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Gianni Brera, Mezzo secolo di Mondiali, Repubblica, 1982: “Il Brasile aveva Pelè all’acme della grandezza: i truculenti ceki gliel’hanno subito azzoppato. Pelè è stato sostituito da Amarildo, negro come lui ma con le punte dei piedi ancora più divergenti”.
◇ Antonio Ghirelli, Corriere della sera, 3 giugno 1962: “Il Brasile appare più aggressivo di quando affrontò il Messico. Ancora Schroif in evidenza al 26′: devia in tuffo una cannonata di Pelé. Questo violento tiro, però, riuscirà fatale alla perla nera che si avvia zoppicando verso il massaggiatore. La diagnosi è immediata: strappo muscolare all’inguine. È finita, sussurra malinconicamente Pelé al selezionatore Moreira. Non riesce a correre, cammina appena. Si sposta all’ala sinistra, mentre Garrincha torna alla destra e Zagalo diventa interno”
◇ Pelé a Emilio Violanti, La Gazzetta dello sport, 4 giugno 1962: «Dovevo tirare un calcio di punizione e volevo tirare con molta forza. Ho preso una rincorsa lunga e il pallone è effettivamente schizzato via come un bolide. Lì per lì non mi sono accorto del patatrac ch’era successo. Anzi: mi sono preoccupato di Popluhar, l’avversario che avevo centrato in pieno»
Che cosa successe durante i Mondiali
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Adolf Eichmann è stato giustiziato
di r.a. segre, Corriere della sera, 1 giugno 1962
“Adolf Eichemann è salito sul patibolo questa sera nella prigione di Ramleh, a venticinque chilometri da Tel Aviv. Secondo informazione dell’ultima ora, Eichmann è caduto con la corda stretta al collo, nella botola apertasi sotto i suoi piedi due minuti prima della mezzanotte. La forca era stata eretta in una stanza di tre metri e mezzo per quattro nella prigione di Ramleh, che era circondata da cordoni di agenti e da un doppio sbarramento di filo spinato. Sino all’ultimo minuto, l’ex colonnello delle SS non ha dato segno di rimorso o pentimento. Non si sa ancora quale sarà la sorte del cadavere del giustiziato. Con tutta probabilità la salma sarà cremata e le ceneri gettate in mare per evitare che il corpo di Eichmann o i suoi resti possano essere sotterrati in Terrsanta, e, d’altra parte, per evitare che si conosca il luogo della sua sepoltura che potrebbe diventare un centro di pellegrinaggio per i molti nazisti”
Il disastro ferroviario di Voghera
di dino buzzati, Corriere della sera, 1 giugno 1962
“Che cosa sta accadendo? Si domanda la gente dolorosamente sbalordita. Par di essere tornati agli antichi tempi delle tavole di Achille Beltrame quando gli scontri ferroviari costituivano i più classici esemplari di moderna sciagura. … In un mondo dove i progressi della tecnica si notano gior nalmente a vista d’occhio, dove perfino il viaggiare in orbita chiusi in una capsula sembra non presentare più esagerati pericoli, proprio i treni, i vecchi cari treni che i stavano, per diventare una bonaria e innocua anticaglia, loro soltanto retrocedono, tornando ad essere orribili mostri, affidarsi ai quali è un’avventura? Non è strano ie inquietante tutto questo? E quali sono i motivi? … Tuttavia l’impressione generale, che come tale difficilmente può essere del tutto sbagliata, è che nelle ferrovie ci sia qualcosa di guasto. o di superato, o di stanco, E qualcuno si chiede: che qua e là anche sulle strade ferrate cominci a farsi sentire quel rilassamento di onestà e di senso civico, caratteristico purtroppo del nostro Paese, per cui la preoccupazione del prossimo passa in ultima linea, per cui non si rispetta il codice della strada quando il vigile non c’è, non si tien fede agli impegni se manca una immediata sanzione, per cui si froda il fisco, si sfugge al servizio militare e non si bada alle precedenze nelle code dinanzi agli sportelli? Che insomma il «furbismo» nazionale, maestro nel non pagare dazio, sia riuscito a insinuarsi anche nella casa delle ferrovie, sempre stata in fama di serietà, di severità e di efficienza? Ve li ricordate i bei tempi quando si rinunciava all’aereo che ci avrebbe fatto risparmiare parecchie ore e si prendeva il direttissimo perché così almeno si viaggiava con il cuore in pace?”
Marilyn Monroe licenziata due mesi prima della morte
di a.v., Corriere d’informazione, 14 giugno 1962
“L’attore americano Jack Lemmon, uno dei protagonisti del film A qualcuno piace caldo, giunto a Vienna, reduce da un viaggio compiuto insieme a Shirley Maclaine a Bucarest, ha difeso Marilyn Monroe. «Nessuno può pensare seriamente – ha detto Lemmon – che il licenziamento in tronco di Marilyn possa significare la fine della sua carriera artistica. Fra qualche mese quando l’episodio sarà dimenticato, i produttori riprenderanno a litigare per assicurarsela. Penso che essa sia effettivamente ammalata, Quando giravano il film A qualcuno piace caldo la situazione non era così grave. Solo verso la fine del film Marilyn giungeva sempre con grande ritardo sul set, ed era nervosa. È una povera attrice malata».”
Tre detenuti evasi da Alcatraz
dal Corriere della sera, 13 giugno 1962
“Avevano preparato i propri letti in modo da far sembrare che essi vi si trovassero addormentati; solo dopo la fuga ci si è accorti della loro scomparsa. Gli evasi avevano scavato, per lungo tempo, un foro nel muro di fondo della loro cella, adoperando un cucchiaio affilato. Condannati per rapine a danno di banche, sono evasi la notte scorsa. Dal tetto sono scesi a terra, scivolando lungo un tubo. Così si sono trovati liberi: la riva era a pochi passi e si sono potuti allontanare, forse su una zattera di fortuna o su un relitto. Finora, solo venti detenuti hanno tentato di evadere dal penitenziario, riservato ai detenuti più pericolosi, perché a causa della sua posizione su un’isoletta rocciosa nella baia di San Francisco, al centro di correnti giudicate insuperabili, questo carcere è anche praticamente sicuro al cento per cento. Di questi venti evasi, cinque vennero uccisi dalle armi della polizia durante il tentativo di fuga, dodici furono catturati poco dopo aver lasciato l’isola, un altro annegò e il suo corpo venne recuperato due settimane dopo. Due soli detenuti scomparvero”
Il Brasile da Storia illustrata dei Mondiali
Storie formidabili di portieri
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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente.
Antonio Carbajal
Ho giocato la mia prima partita al Maracanã e l’ultima a Wembley, diteglielo al signor Matthäus. Dal 1950 al 1966, cinque Mondiali di fila senza saltarne uno. El Cinco Copas, mi chiamano così. L’anno in cui l’Onu lanciò una campagna per l’ambiente, volle cinque calciatori a fare da testimonial. Sapete chi c’era? Maradona, Pelé, Cruijff, Keegan e io.
Da bambino mi piaceva giocare al centro dell’attacco. Come a tutti. La nostra palla era fatta con i rifiuti dei vicini. Un giorno nel barrio arriva da chissà dove un ragazzino con un pallone di cuoio. Un pallone vero. Pareva calato da Marte. Un antipaticone. Mi squadra da capo a piedi e fa, Se vuoi giocare con me devi andare in porta. Figurarsi. Per un pallone di cuoio avrei fatto pure il palo. In quel gruppetto l’altro portiere era José Alfredo Jiménez. Diventammo amici. Gli piaceva una ragazzina di Santa María la Ribera, la mattina passava da me e mi chiedeva di accompagnarlo a vederla. José sapeva scrivere canzoni. In porta fischiettava giocando. Poteva anche lasciare la partita e scappare all’improvviso a casa, per comporne una. Ispirazione, ispirazione, si scusava dopo. Un matto. Quante volte gliel’abbiamo detto: José, sei matto. Ma è diventato un grande. Il Messico ha perso un portiere ma ha trovato un musicista.
Tre partite nel ’50, una nel ’54, tre nel ’58, tre nel ’62, una nel ’66. Ron Springett, uno dei portieri di riserva inglesi, fu molto gentile. Mi spedì in albergo un paio dei suoi guanti come regalo per la mia quinta Coppa del mondo. Solo che io i guanti non li usavo. Paravo a mani nude. I portieri scarsi usano i guanti. Li indossai quel giorno per non essere scortese, ma al primo intervento la palla mi scappò dalle mani, riuscii a riafferrarla un attimo prima che finisse in rete. Basta. Li tolsi e li gettai lontano. Un gatto con i guanti non acchiappa topi. E se Springett si offese, pazienza. Ho atteso 4 Mondiali per vincere una partita e sempre in Cile, nel ’62, piansi accanto al palo. Fu per colpa di un gol di Peirò. Nacho Trelles, il ct, si era raccomandato. In caso di calcio d’angolo, aveva detto, lanciamola al centro. Invece va a battere Del Águila e la tocca a Héctor Hernández lì vicino. L’aveva visto solo. Aveva visto male. Palla intercettata dagli spagnoli e appoggiata subito a Gento. Che mette la testa a terra e scappa. Siamo stati dei gentiluomini, i gentiluomini nel calcio non fanno strada. Gento attraversò il campo con la palla al piede e nessuno gli fece fallo. Gridai a Jáuregui di chiudere, lui lo lasciò passare. Gento arrivò sul fondo, libero di metterla al centro e di andare ad abbracciare Peirò dopo il gol della vittoria. Più tardi Jáuregui mi fece una smorfia, disse che da un orecchio lui non sentiva, che avrei dovuto gridare dall’altro lato, allora sì che sarebbe andato a chiudere su Gento. Ecco, quel giorno ho pianto.
Quando dissi a mio padre che volevo fare il calciatore, mi cacciò di casa. Avevo 14 anni e una borsa di studio nell’istituto franco-spagnolo nel quale lui lavorava come autista del minibus che prelevava i ragazzi a casa. Di notte, per arrotondare, faceva il tassista. Non dormiva mai, mio padre. Non avrei voluto dargli quel dolore, ma quando avevo la testa sui libri al posto delle cartine geografiche io vedevo stadi di calcio, e palloni, e giocate di fùtbol. Dovevo cercarmi un posto dove dormire. Lo trovai nella vetreria di Pepe Sánchez, la sera mi coricavo sui tavoli di moquette che usava per tagliare le lastre. Insegnò il mestiere anche a me. Ero Toño, il ragazzo della vetreria. Ma Pepe Sánchez era anche il proprietario del club Oviedo. Con il calcio ho cominciato grazie a lui. Mi vendette al Club España in cambio di 11 palloni. Una squadra che ha bisogno di 11 palloni è una squadra di egoisti. Ero già bravino. Vennero a vedermi quelli del Club Deportivo Oro de Jalisco. Mi proposero di firmare per loro. Ci demmo appuntamento in un hotel. Quando arrivai, alla reception chiesi dove fossero i dirigenti del fùtbol. Primo piano, risposero, e io salii. Invece erano nella hall, al primo piano c’erano quelli del León. Che avevano un altro foglio pronto e un’altra penna. Firmai. Ho speso 16 anni della mia vita con il León. La fedeltà vale più dell’oro. Ma sono stato fedele per sbaglio.Ho conosciuto la mia Maria Teresa, più di 50 anni di matrimonio, a una festa del mio compagno di squadra Luna. Lei era di Acapulco. Bella come un tuono. Nei tre anni di fidanzamento non ha mai saputo che fossi un calciatore. Lo scoprì dopo 15 giorni di matrimonio, per lei semplicemente ero Toño, il ragazzo della vetreria. Le tenni nascosta la verità per capire se amava me o se amava il portiere della nazionale messicana. Poverina, lei niente sapeva di calcio, neppure che ero stato ai Mondiali in Brasile. Ci siamo sposati nella sua città e subito tornammo a casa. Due settimane dopo, venne a bussare alla porta Luna. Lei mi vide uscire con una borsa in mano e fece una faccia strana. Le dissi: ah, sì, volevo avvertirti già da un po’, guarda che hai sposato un calciatore.
Ci fu la possibilità di andare al Real Madrid. In Brasile mi voleva il Palmeiras. Ma io sono un tipo fedele, ve l’ho detto. Quando il calcio è diventato solo un ricordo, sono tornato a fare il vetraio. Aiuto i ragazzi che hanno problemi con la droga. Li accompagno dal dentista oppure a comprare biancheria pulita, qualche volta andiamo insieme al cinema. Cerco di dar loro un interesse, un motivo per cui arrivare a sera. E quando vogliono, a sera, ho sempre un tavolo di moquette su cui dormire.
I libri del 1962
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Il giardino dei Finzi-Contini
di carlo bo, La Stampa, 14 febbraio 1962
“Un’altra storia ferrarese di Bassani ma questa volta di più ampio respiro è nata con la chiara volontà di trasformare il racconto in romanzo. E romanzo con i fiocchi. Il libro che pubblica Einaudi si intitola Il giardino dei Finzi-Contini e senza dubbio costituirà uno dei temi di discussione nei prossimi mesi. È riuscito Bassani nel suo intento oppure si è limitato a ripetere — con maggior attenzione e con scrupolo approfondito — quello che sembra il tema centrale della sua ispirazione, la vita di una città di provincia fra l’assedio del fascismo e l’avvento della Resistenza? Non mi sembra che si possa dare una risposta assoluta né in un senso né nell’altro. Caso mai, è molto più interessante notare che siamo di fronte a uno scrittore che non si limita a cercare il successo facile, comodo, quale l’industria letteraria propone, ma a uno scrittore che, pur restando nei suoi limiti, tenta un’operazione molto più ricca, ritornando sulla strada del romanzo classico che è poi il romanzo semplice. È evidente che egli tratta un materiale estremamente sensibile, il materiale del cuore, ma i risultati sono d’altro genere: i personaggi vivono in maniera autonoma e fin dalle prime pagine acquistano una fisionomia ben precisa e riconoscibile. Quando in un romanzo c’è questo, gran parte della strada è segnata”.
I film del 1962
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Il Sorpasso è profondo, ma Gassman teatraleggia
di a.s. Corriere d’informazione, 10 dicembre 1962
“Un prodotto di buona qualità: si intravedono alle spalle le esperienze di Una vita difficile (dello stesso regista) e di La voglia matta di Salce. Al posto di Sordi o di Tognazzi, qui compare Vittorio Gassman. Dove il ruolo gli impone di strafare, Gassman non riesce a essere completamente spontaneo: si guarda e si ascolta, ecco: non può fare a meno di teatraleggiare prestigiosamente. Il pregio e la trovata del film sono nell’opposizione di due caratteri completamente diversi, violentemente, nel vortice di poche ore, sempre sul filo del disastro, spesso contro il codice stradale. Di solito si raccomanda agli spettatori di vedere un film dall’inizio. Stavolta diremo che Il sorpasso guadagna in profondità e significati vedendolo dopo aver scoperto l’inatteso, drammatico finale”.
Il chiassoso e il timido
di gian luigi rondi, Il Tempo, 6 dicembre 1962
“Uno degli esponenti più tipici degli uomini di oggi è il fatuo, sicuro di sé, millantatone, grossolano e chiassoso, che vive di espedienti, che crede di vincere sempre, che non immagina nemmeno di incontrare gente di parere contrario, poco disposta a servirlo, e che alla fine, nonostante la sua disinvolta sicumera, è costretto ad ammettere, volente o nolente, di aver sempre fallito: in amore, in affari, in società. Un personaggio del genere è il protagonista del Sorpasso, diretto da Dino Risi in chiave apparentemente brillante e farsesca: si imbatte, il giorno di Ferragosto, in un giovanotto che gli è esattamente agli antipodi, timido, educato, per bene, di modi quasi all’antica, e lo trascina in auto per centinaia di chilometri unicamente per la gioia (anche questa rivelatrice di un tale carattere) di far della velocità, senza alcun rispetto per le leggi, i regolamenti, la prudenza”.
Lolita
di leo pestelli, la Stampa, 4 settembre 1962
“Del passaggio della «baby-bomba» sono rimasti un’infinità di occhiali colorati, a forma di cuore, che la casa produttrice aveva cominciato a distribuire fin dalla mattina, e in grazia dei quali anche gravi cinquantenni hanno potuto «loliteggiare» per tutta la giornata. … Un buon film di sana costituzione hollywoodiana, che avrà senza dubbio un grande successo commerciale e farà piovere altro oro nelle tasche del romanziere Vladimir Nabokov, che ha collaborato alla sceneggiatura. E nella regia ha, qua e là, forti battiti di polso, in tutto degni dell’autore di Rapina a mano armata, Orizzonti di gloria e Spartacus: uno dei migliori registi delle nuove leve americane. Ma rispetto al romanzo, al “caso Lolita” (da cui non può prescindere), manca di troppe cose, e prima di tutto di quell’erotismo che Nabokov ha saputo guardare nel bianco degli occhi con la divertita eleganza d’un settecentista, e che piaccia o non piaccia costituisce la forza del libro e la fortuna del personaggio. L’inizio è buono, e splendido l’inizio dell’inizio: quando sotto i titoli di testa si vede il piedino di Lolita sulle cui unghie una mano maschile stende lo smalto, dito per dito: immagine che dice lo struggimento e la precisione degli amori senili”
Jules e Jim
Un triangolo di profonda purezza
di jean de baroncelli, Le Monde, 26 gennaio 1962
“Il film di Truffaut è il contrario d’un film scabroso, d’un film parigino. Jules e Jim non sono mai ridicoli, e se Catherine è talvolta irritante, non è mai odiosa. Una sorta d’innocenza, di profonda purezza, preserva tutti e tre dalla bassezza. Qualsiasi cosa ne possano pensare gli ipocriti, la loro storia è una bella e dolorosa storia d’amore. Il merito essenziale di Truffaut è d’averci fatto credere a questa innocenza e a questo amore”.
Troppo autentico. Truffaut parla di sé
| di claude mauriac, Le Figaro Lettéraire, 27 gennaio 1962
“Non so niente di Henry-Pierre Roché, del quale non ho neppur letto il libro. Ma un po’ del suo segreto sussiste nella trascrizione di Truffaut. E non credo di ingannarmi pensando che la bellezza del romanzo (sensibile nel film) viene dal fatto che è autobiografico. Senza di ciò la storia sarebbe quella, cosi sfruttata, del triangolo. Per essere sfuggita così alla banalità, per interessarci come al dramma unico e senza precedenti, irriducibile, di tre esseri che sanno che la loro sofferenza e le loro gioie non assomigliano a niente altro, anche se la loro avventura può avere allo sguardo di terzi l’apparenza della mediocrità, evidentemente un po’ di queste gioie e di queste sofferenze devono essere passate nel libro a cui uno dei protagonisti ha consegnato i suoi ricordi, e dal libro nel film di un appassionato regista. Mi sbaglio, forse? Ma di dove verrebbe allora questa impressione d’autenticità? Le belle menzogne dell’arte raramente danno una tale impressione di verità”.
Truffaut ha il dono del cinema
| di jeander, Libération, 29 gennaio 1962
“È un lavoro di alta precisione. Questo ragazzo ha davvero il dono del cinema. Le sue immagini, il ritmo che vi imprime, la sua abilità nelle dissolvenze, le sue inquadrature, la luce che, da abbagliante all’inizio del film, si attenua insensibilmente quando il vaudeville volge in tragedia, per finire nel tenue chiaroscuro del cimitero: tutto ciò è fatto da grande cineasta con uno stile e una purezza d’espressione assai rari”
Quanto deve essere eccitante e triste
| di bosley crowther, New York Times, 24 aprile 1962
“Truffaut cerca di raccontare (e presumibilmente farci sapere) come dev’essere quando due uomini allegri s’innamorano della stessa bizzarra ragazza. Ed è, per farla breve e dirla chiaramente, affascinante, eccitante e triste. Il fascino nel racconto di Truffaut di questa curiosa relazione non sta tanto nei conflitti personali. Sta nell’organizzazione complessa e originale degli elementi scenici e nell’esposizione dei caratteri. Jeanne Moreau è cangiante come un prisma luminoso e infonde al personaggio femminile una qualità seducente ed eterea. Le emozioni sono ampiamente veicolate dalla colonna sonora, che Georges Delerue ha reso un elemento dominante del film. Questa e i lunghi interventi della voce narrante conferiscono al film una qualità sonora che appare strana per il film di un artista così cinematografico come Truffaut”
La censura della legge italiana
| La Stampa, 15 giugno 62: “Jules et Jim è la prima vittima della nuova legislazione censoria in materia cinematografica. La pellicola di Francois Truffaut è stata infatti bocciata dalla Commissione di censura presieduta dal magistrato dott. Lo Schiavo. Il film, che era stato salutato dai critici parigini come uno dei più grandi capolavori del dopoguerra e che ha ottenuto un premio al Festival di Mar de la Piata, è già stato proiettato in numerosissimi Paesi di tutto il mondo: dall’Inghilterra agli Stati Uniti, dal Venezuela a tutte le capitali scandinave, da Amsterdam al Canada”.
Mamma Roma
da La Stampa, 2 aprile 62
«Molti mi chiedono se mi ritengo una donna buona o cattiva. Beh, potrei dire che nella vita non ho mai pensato di essere malvagia. Nella vita basta poco per commuovermi, per emozionarmi. Tutto mi fa tenerezza, spingendomi ad essere generosa e comprensiva. Quando lavoro però divento un’altra. È più forte di me. Divento pestifera, cinica e spietata. Ed ho le mie impuntature, s’intende».
Con un Oscar sulle spalle e un autore della forza di Tennessee Williams che le ha già telefonato più volte dall’America per dirle “Quand’è che sarò stanco di scrivere storie per te, anche se le rifiuti”, Anna Magnani si dice entusiasta del personaggio di Mamma Roma: «Una povera donna che vuole costruire un avvenire per suo figlio. È piena di timori e di speranze per questo suo ragazzo diciassettenne. Ormai si è ritirata dalla vita, non fa più la prostituta anche perché è già un po’ avanti con gli anni. Tutto ciò che lei non ha potuto avere, lo vorrebbe per suo figlio: onestà, decoro, successo. Ma con tutte le sue migliori intenzioni, sbaglia».
Le riprese di Mamma Roma avranno inizio nei prossimi giorni a Casal Bertone, un quartiere periferico della capitale”.
La marcia su Roma
di leo pestelli. la Stampa
“Chi pensi allo straordinario consumo di barzellette che si fece durante gli anni del fascismo, non si meraviglierà che oggi, divenuto il fascismo un triste ricordo, quella stessa sostanza si scarichi in un diluvio di farse e satire cinematografiche. Dalla faciloneria che contamina troppe di esse, va immune La marcia su Roma che il regista Dino Risi (in un periodo di vena come attesta ìi grande successo del Sorpasso), ha tenuto nei limiti di una canzonatura ragionevole, non dimenticando cioè che il fascismo, almeno negli effetti, fu una cosa sciaguratamente seria”.
Come si giocava a calcio nel 1962
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Lo stesso modulo di quattro anni prima
di gianni brera, Mezzo secolo di Mondiali, Repubblica, maggio 1982
“Il modulo brasiliano era identico a quello del 1958: i due terzini d’area erano Mauro e Zosimo; i due terzini d’ala, i due Santos. Mauro è il più grande libero da me veduto in quasi mezzo secolo di carriera. Davanti a lui, il bellissimo Zosimo altro non faceva che entrare per confondere l’uomo con la palla: ma chi interrompeva l’azione avversaria era Mauro. Il centrocampo si avvaleva ancora di Zito e di Didì, che a stento si reggeva in piedi, ma aveva genio. In attacco, gli estri che erano di Pelè, sono stati espressi da Garrincha, la cui gambetta sinistra era tristemente rinsecchita dalla poliomelite. Garrincha fintava la partenza sulla destra e con un fulmineo scambio toccava di destro per l’inizio del dribbling all’interno; poi faceva gioco per gli altri o segnava. Secondo quello che mi ha dichiarato lo stesso Pelè, il prodigioso Garrincha era ormai in grado di colpire una bottiglia da venticinque metri. Vinto il dribbling e fatto cross, il suo compito era finito”.
Il gol di Amarildo in finale da Storia illustrata dei Mondiali
Didì
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La foglia morta e il passaggio in profondità
di eduardo galeano, Splendore e miserie del gioco del calcio
“Fu l’asse portante della nazionale brasiliana. Fisico asciutto, collo lungo, superba statua di sé. Didì sembrava un idolo africano piantato in mezzo al campo. Lì era signore e padrone. Da lì lanciava le sue frecce avvelenate. Lui era il maestro del passaggio in profondità, mezzo gol che diventava gol intero tra i piedi di Pelé, Garrincha o Vavà; ma anche lui segnava i suoi. Sparando da lontano ingannava il portiere con la foglia morta: colpiva la palla col profilo del piede e lei partiva, girando e girando volava, faceva piroette e cambiava direzione come una foglia morta perduta nel vento, fino a quando si fermava tra i pali nell’angolo dove il portiere non l’aspettava. Didì giocava senza fretta. Indicando la palla diceva: È lei quella che deve correre. E lui sapeva che lei era viva”.
Il gol di Vavà in finale da Storia illustrata dei Mondiali
Garrincha
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Era l’invito a una festa
di eduardo galeano, Splendore e miserie del gioco del calcio
“Uno dei suoi tanti fratelli lo ribattezzò Garrincha, che è il nome di un uccellino bruttarello e inutile. Quando cominciò a giocare a calcio, i medici gli diedero l’estrema unzione: diagnosticarono che non sarebbe mai arrivato a essere uno sportivo quell’anormale, quel povero avanzo della fame e della poliomielite, asino e zoppo, con un cervello infantile, una colonna vertebrale fatta a S e le due gambe piegate dallo stesso lato. Non c’è mai stata un’ala destra come lui. Nel Mondiale del 1962 fu il miglior giocatore del campionato. Ma nel corso degli anni Garrincha è stato di più: è stato l’uomo che ha regalato più allegria in tutta la storia del football. Quando era lì, il campo da gioco era una pista da circo, il pallone un animale ammaestrato, la partita era l’invito a una festa. Garrincha non si lasciava soffiare la palla, bambino che difendeva il suo giocattolo; la palla e lui compivano diavolerie che facevano morire dal ridere la gente: lui saltava su di lei, lei si arrampicava su di lui, lei si nascondeva, lui scappava, lei lo rincorreva. Lungo la strada, gli avversari si scontravano tra di loro, le loro gambe si intrecciavano, avevano mal di mare, cadevano a terra seduti. Garrincha esercitava le sue astuzie da malandrino ai bordi del campo, sul confine destro, lontano dal centro: cresciuto nelle periferie, in periferia giocava”. – di eduardo galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio
gesti L’unica finta di un Manolete del calcio
“Garrincha non ha cambiato personalità col successo né è stato implicato in scandali, in trasferimenti clamorosi, in qualsiasi altra cosa che non sia il gioco del calcio. Oggi, purtroppo, i calciatori nella maggior parte si fanno notare per le intemperanze, più che per quanto combinano sul campo; ma forse è amarezza, che mi viene pensando al calcio di casa nostra, questa, e non dovrei parlarne. … La serie di finte di questo straordinario atleta non esiste: è una sola, la finta di Garrincha, ma tutti ci cadono, chissà perché. Lui si sposta verso sinistra col corpo e con i piedi, si direbbe, quindi saetta sulla destra e l’avversario rimane surplace nove volte su dieci. Ora ha imparato anche a fare i gol. Si parla di lui in Italia e speriamo ci venga davvero questo Manolete del calcio, che guizza con la diabolica velocità di uno scoiattolo” – di angelo rovelli, La Gazzetta dello sport, 16 giugno 1962
La finale
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artefici Garrincha squalificato ma graziato
“Garrincha venne provocato dai cileni in semifinale e regolarmente espulso dall’arbitro. Ora l’espulsione, di norma, comporta la squalifica. Dice che per non farlo squalificare sia intervenuto l’ambasciatore brasiliano; non avesse giocato Garrincha, la finalissima della VII coppa Rimet sarebbe toccata alla Cecoslovacchia e quindi a una abominevole repubblica dell’Est europeo! La Cecoslovacchia aveva messo fuori l’Ungheria per le prodezze del suo portiere Scroiff, che aveva parato anche l’imparabile («ein Gott», un dio, aveva esclamato parlandone il mio amico Tabak di Budapest). In finale, Scroiff fece sincera pena. La Cecoslovacchia mandò subito in gol Masopust ma poi ne prese 3 e se ne tornò a casa senza le proteste che avevano accompagnato il suo rientro da Roma (nel 1934). La finalissima di Santiago riuscì alquanto moscia. I ceki erano lenti e grevi, del tutto privi di fantasia. La nemesi li punì del delitto di leso calcio che avevano commesso azzoppando volutamente il divo Pelè”. – di gianni brera, Mezzo secolo di Mondiali, Repubblica, maggio 1982
trame La monotonia contro l’estro
“La Cecoslovacchia aveva innanzi tutto pensato a bloccare Garrincha e in pratica vi è riuscita: oltre al suo terzino l’ala brasiliana si vedeva spesso accanto il laterale Masopust e talvolta Popluhar, senza contare che in alcuni frangenti abbiamo visto ben cinque cecoslovacchi ricorrere il terribile giocatore. … Il gioco della Cecoslovacchia è preciso, meccanico, quasi monotono, mai spettacolare, segno evidente che è il risultato di una preparazione ossessiva che nulla concede all‘estro e all’inventiva dei giocatori. Ma a lungo andare, dovevano cedere ai brasiliani per chiari motivi: il primo, in dipendenza della loro impossibilità di disporre di un autentico centravanti di sfondamento” – di gualtiero zanetti, La Gazzetta dello sport, 18 giugno 1962
Il gol del 2-1 nel disegno di Carmelo Silva
La squadra ideale secondo la Gazzetta dello sport [3-4-3]
Gilmar [Brasile] – Djalma Santos [Brasile], Mauro [Brasile], Schnellinger [Germania Ovest] – Voronin [URSS], Zito [Brasile], Haller [Germania Ovest], Masopust [Cecoslovacchia] – Garrincha [Brasile], Amarildo [Brasile], Gento [Spagna]
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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