GLI ANNI CON IL 2
7 ottobre 1922 – Cento anni fa nasceva Tommaso Maestrelli, capitano della Roma da calciatore, allenatore della Lazio del primo scudetto nel 1974. Aveva portato la Reggina dalla C alla B e il Foggia dalla B alla A per la prima volta nella storia.
Ha 49 anni quando il presidente della Lazio gli affida il compito di riportare la squadra in serie A. Ha fatto giocare al Foggia un calcio spettacolare. La bellezza gli viene imputata come una colpa: per inseguirla, lo accusano, trascura l’utile della classifica. Pure alla Lazio il bel gioco diventa il suo primo obiettivo. Senza proclamarlo in giro, si mette a seguire gli ideali innovativi che giungono dall’Olanda. È uno dei pochi eretici del calcio italiano. La sua Lazio viene ribattezzata “l’Ajax de’ noantri” (la definizione è di Giovanni Arpino). Cambia ruolo a più di un giocatore per proteggere l’idea e gli equilibri del gruppo. È un collettivista, e pure fuori dal campo le sue idee politiche tendono verso il centro-sinistra. Quando si rende conto di avere a che fare con un gruppo di giovani ragazzi ideologicamente schierati dall’altra parte, con dichiarate simpatie di destra, evita ragionamenti politici per non creare tensioni. Viene raccontata come un’eccezione una lunga conversazione a tavola con il socialista Frustalupi sulla tenuta del governo Rumor.
«Può essere comunista uno che va in chiesa?» diceva sua moglie e i figli hanno a lungo negato che il padre sia mai stato comunista. Credente, con il culto di san Nicola, scaramantico: nell’anno dello scudetto mette sempre la stessa giacca a quadrettoni sotto il giaccone di montone. «Pochi sono liberi come noi italiani» dice quando si parla dei governi. I risparmi messi da parte durante la carriera da calciatore sono andati bruciati nel dissesto di una fabbrica di bottiglie e tappi, in cui aveva investito su suggerimento del fratello di Lina. In macchina canta canzoni di Modugno. Ama giocare a poker. Ma quando vince restituisce i soldi. «La corsa e il pallone allenano il fisico come il poker. E viceversa». Le partite a carte tra lui e il presidente Lenzini si chiudono con un rito: chi perde dà una banconota firmata all’altro. È un appassionato di cinema. Parla con le battute dell’Armata Brancaleone: «Cedete lo passo», «Sarai mondo se monderai lo mondo». Con l’amico Mario Tontodonati, ex compagno di squadra, ingaggia lunghe gare di liste. I quattro film più belli che diceva di aver visto sono Via col vento, Ladri di biciclette, Riso amaro e Cronaca di un amore. Le cinque attrici più belle nella storia del cinema? Rita Hayworth. Le altre 4, dice all’amico, mettile tu. I cinque calciatori più forti mai visti in un Mondiale: Puskas, Hidegkuti, Kocsis, Tozzi e Boniperti.

Dalle tensioni, per indole Tommaso fugge. Diventa la sua dote principale. Nel branco spaccato in due clan, lui ha il ruolo di garante della convivenza domenicale. Più che delle questioni tecniche, finisce per occuparsi di aspetti psicologici. «Il mondo sta cambiando. Fino a poco fa – dice – si poteva anche usare solo la frusta». Allora fa terminare le furibonde partitelle d’allenamento sempre in parità, meglio se decise da un gol di Chinaglia. Ex artigliere, in prima fila in Montenegro nel ’43. «Ho fatto la prigione in Jugoslavia – racconta – fino a quando sono riuscito a fuggire e schierarmi con i partigiani. Mi sono battuto per 3 anni, fino al ’45». Racconta che in guerra una scheggia gli ha fratturato la tibia. Un compagno lo raccolse, lo portò in spalla, il medico gli ridusse la frattura, salvandogli la carriera. Lo vive come un senso di colpa verso i soldati morti in trincea. Dopo la guerra, lascia il Bari e gioca nella Roma. Ne diventa il capitano. Retrocedono. I tifosi laziali gliene daranno ironicamente merito: «Eri già dei nostri e nun lo sapevi. Li hai mandati in serie B». Valentino Mazzola lo stima. Gli dice: «Ti porterò al Torino». Lo invita a unirsi alla squadra per l’amichevole che dovranno giocare a Lisbona. La Roma non dà il nullaosta, così Maestrelli non parte e si salva dalla tragedia di Superga. Un secondo senso di colpa, che vizierà il suo rapporto con Ferruccio Mazzola, figlio di Valentino, suo calciatore alla Lazio. Al primo gol segnato in serie A, papà Ruffo e mamma Pina stapparono una bottiglia di vino toscano che era stato conservato per anni in cantina.
«Quella bottiglia – dice lui – mi ha insegnato ad aspettare».
Muore di cancro il 2 dicembre del 76, quaranta giorni prima dell’omicidio di Luciano Re Cecconi.
L’antimago
di giovanni arpino, La Stampa, febbraio 1974
“Maestrelli Tommaso, un antimago come mai ne sono nati; lo chiamano anche la “scimmia”, perché fa versi, smorfie, gesti durante i “ritiri” pur di alleviare la noia e lo stress dei suoi ragazzi. Maestrelli non è solo un allenatore, ma una balia, un padre, un capofamiglia, un turabuchi sentimentale, un fratello anziano. Invita Martini, credendolo solo a Roma, per una colazione a casa sua e Martini gli arriva con padre, moglie, zii, cognati. Gli telefona Chinaglia alle due di notte: sta rientrando a casa, e vede un “commando” di giallorossi deciso a “menare”. Che fa Maestrelli? Offre un letto pure a Giorgione, che il giorno dopo comprerà un po’ d’armi (proprio così) sistemandole nel cofano dell’auto pur non avendo il permesso da cacciatore. Maestrelli, che fu sempre un uomo “serio” e un uomo “buono”, due aggettivi che vanno sottolineati nella gran cagnara del nostro calcio adattatosi sui bluff di troppi maghi fasulli”
L’intervista a sua moglie Lina dopo la prima ripresa dal cancro
di willy molco, Guerin Sportivo, ottobre 1975
“Un giorno le dissero: Signora, suo marito deve morire. Cominciò così il lungo viaggio nel tunnel della paura, senza mai cedere alla rassegnazione ma anzi combattendo giorno dopo giorno una durissima battaglia contro un destino che sembrava terribilmente avverso, servendosi di poche ma importantissime armi: la fede, la speranza e il cuore
Terapia: amore. Signora Lina, donna che le femministe manderebbero al rogo. Vive da ventinove anni al fianco Maestrelli, anzi nella sua ombra.
«Io l’ho sempre diviso con altri – mi dice con rimpianto – perché ogni giorno Tommaso ha un “carissimo amico” da invitare a pranzo o con cui andare a cena». Eppure da ventinove anni, ogni mattina, Lina porta la colazione a Tommaso a letto, gli sceglie la camicia e i calzini, scende a comprare il giornale. Gli ha dato quattro figli, Patrizia di venticinque anni, Tiziana di ventidue, Massimo e Maurizio, gemelli, di dodici. Sono simpatici ed educati. L’unica persona che non riesce ad esercitare su di loro la minima autorità è proprio Lina che inutilmente sbraita, s’indigna, alla fine scoppia a ridere. Anche perché basta un’occhiata di Tommaso perché le cose tornino da sole al loro posto.
Qualche anno fa mi sono domandato che cosa sarebbe stata la vita di Maestrelli se avesse sposato una donna diversa da Lina, una donna che lo avesse reclamato un po’ di più per sé; che si fosse impuntata perché tornasse a pranzo; che pretendesse di essere avvisata con un giorno d’anticipo se c’erano ospiti a cena; che gli vietasse il pokerino dagli amici dopo averlo atteso tutto il giorno a casa; che indagasse sul grado di pericolosità delle ammiratrici che gli ronzano intorno fin dai tempi in cui giocava con la Roma e divideva con Tontodonati la palma del più fascinoso. Non sapevo rispondermi. Ma oggi lo so. Tommaso Maestrelli non sarebbe più tra noi. Non sarebbe mai tornato dal suo lungo viaggio nel tunnel. Perché la medicina ufficiale non annovera tra le sue terapie quella dell’amore. Senza Lina, non ci sarebbe stato miracolo. Le preghiere, le bugie, le interminabili notti di veglia, le bistecche e il pesce fresco comprati dall’altro capo della città, la censura sui giornali e anche le benedizioni simili ad antichi riti pagani.
«Vede questo braccio? Era tutto sforacchiato dalle punture. Me le facevano per tirarmi su. Perché Tommaso doveva vedermi sorridente e tranquilla, Non doveva sapere che Lina non chiudeva occhio, aveva la pressione bassa, era sull’orlo del collasso. Neppure il giorno che il famoso professor Stefanini, chiamato a giudicare lo stato del paziente ridotto ai minimi termini, disse allargando le braccia: Non c’è più niente da fare. Non sapeva di parlare alla moglie del degente e quindi non usò neppure quella pietosa formula che suggerisce almeno di pregare».
Quella mattina, la signora Lina ebbe il crollo. Due ore dopo, con gli occhi appena arrossati, a testa alta, entrò nella stanza di Tommaso e gli disse: Stefanini ha detto che ti riprendi.
I ricordi si affollano nella sua mente. Vorrebbe raccontarli tutti. Riportano alla memoria lunghi momenti di sofferenza e, rivivendoli, tradisce l’emozione. La voce no, è forte, chiara, senza titubanze
«Una mattina – dice – andai come tutte le altre mattine davanti all’altare e inginocchiata pregai il Signore. “Ridai la vita a Tommaso a costo di non farmelo più rivedere. Restituiscilo ai suoi figli, i ragazzi hanno bisogno di lui ancor più di me. Li vedevo sconvolti. I due gemelli passavano lunghi minuti in silenzio ai piedi del suo letto senza pronunciare una parola. Quando tornavano a casa, mi dicevano: “Papà non ci dice niente”. In quel periodo sono profondamente maturati. Le figlie, più grandi, mi erano sempre vicino. Mi facevano coraggio e Dio solo sa quanto piangevano di nascosto».
Lina si alza, sposta una poltrona e tira fuori da uno scaffale una foto di Tommaso con una scritta di traverso: «Vede quella foto? Me la regalò un’agenzia il 28 maggio, giorno del mio compleanno. Quella mattina sono entrata nella stanza di Tommaso e gli ho detto: “Fammi un autografo!”. Tommaso mi ha chiesto se ero matta. Poi me l’ha fatto. Quando è tornato dal bagno, dopo essersi visto allo specchio, mi ha chiesto di portare via quella foto che lo mostrava così diverso. Non ha mai voluto rivederla».
Si avvicinava l’estate e Tommaso si consumava come una candela. Non osavano pensarlo. Una notte, tornando a casa, Lina prese la camicia più bella di Tommaso, quella che mette nelle grandi occasioni. Chiese alla sorella di stirarla. Apriì un armadio e ne tiro fuori un vestito nero, da sera, che aveva comprato per l’estate. Disfece l’orlo, lo allungò e lo ricucì. Poi lo rimise nell’armadio. Di quell’episodio, come di tanti altri, non ha mai parlato con nessuno, neppure con le figlie.
«Tommaso non aveva dimenticato il calcio, anche se non ne parlava. Un giorno ricevette la visita di Oddi. Mi hanno venduto, mister, gli disse il giocatore in lacrime. Poi venne la volta di Frustalupi e di altri. Tommaso disse: Mi hanno distrutto in pochi giorni il lavoro di quattro anni e non aggiunse altro. Io mi sono domandata tante volte – dice Lina – perché non hanno mai chiesto un consiglio a Tommaso. Si era assentato un momento per andare a morire. Hanno fatto tutto di testa loro. La stanza di Tommaso era diventato il luogo di pellegrinaggio di tutti i giocatori. Non era una visita all’allenatore ma al padre che se ne va. Garlaschelli veniva due volte al giorno. Martini, povero ragazzo, me lo ricordo ancora quando usciva di qui. Ho saputo poi che andava a pranzo in una trattoria dalle parti della clinica e l’oste gli diceva: Ma se stai così male quando vai da Maestrelli, forse è meglio che non ci vai più. E lui rispondeva rabbioso: Non posso abbandonarlo così».
Ricorda quella volta che alla clinica, tre giovani donne chiedevano di entrare: Signora Lina, vogliamo entrare anche noi a fare gli auguri al signor Maestrelli. Dicono che è tanto buono. L’abbigliamento e il trucco tradivano il loro antico mestiere.
… Quello dello scorso anno passerà ai ricordi di Maestrelli come il suo Natale forse più bello: assieme alla moglie, alla figlia e ai gemelli, la serenità ha preso il posto della paura.
«Sbagliò ad uscire all’aria a salutare i giocatori che si sbracciavano facendo grandi segni verso la sua finestra. Fu un momento terribilmente commovente che Tommaso pagò a caro prezzo. Quando poi presero a circolare le voci di un suo ritorno, me lo portai via, nella nostra casetta dalle parti di Brindisi, il medico mi rimproverò. Non dimenticherò mai il momento in cui, non visto, mise i piedi nell’acqua di mare fino all’altezza dei ginocchi».
➣ Lei non gli chiese mai se sarebbe tornato alla Lazio?
«Ci provai una volta ma lui mi rispose che il calcio era la sua vita.
➣ Come avvenne il ritorno?
«Gliene parlarono e lui chiese quarantott’ore di tempo per decidere. Non volevo assolutamente influenzarlo ma quella mattina che entrai nella stanza a portargli il caffè, lessi sul suo viso che aveva deciso di accettare. Fu allora che, per la prima volta nella vita forse, gli parlai molto duramente. Gli dissi che avevo già sofferto troppo. Insieme coi suoi figli, e che non sapevo quanto avrei ancora potuto reggere in futuro. Per questo, egli doveva impegnarsi con noi a cambiare vita, a tornare al suo mestiere con maggiore distacco, con più cura della sua persona. Invece è tutto come prima: si preoccupa per tutto, vive con angoscia i momenti difficili della squadra che gli hanno distrutto. Va in campo a fare l’allenamento senza il cappello, con la pioggia e la grandine. Prende a cuore anche i problemi del magazziniere. Io non oso dirgli nulla ma mi sembra tutto assurdo. Gli amici lo invitano fuori tutti i giorni e lui non dice di no a nessuno. Io lo lascio fare come prima perché mi sembra un sogno che sia tornato tra di noi. L’avevo perduto e lo voglio felice. L’ho diviso con gli altri per tutta la vita e continuo a dividerlo. Se un giorno mi dicessero che l’hanno visto accanto a una bella ragazza, ebbene, non reagirei perché mi considero già molto fortunata così. Però ho paura. Vorrei che si salvaguardasse per noi. I miracoli non si ripetono. Perciò sogno che smetta di fare l’allenatore, magari per assumere una carica tecnica che non lo affatichi tanto. Ma non oso dirglielo. Io, che di calcio. non ho mai capito nulla e ho sempre fatto la parte dell’ignorante, sentivo i discorsi della gente. Quando seppi che doveva collaborare con la Nazionale dissi tra me e me: “No, se deve tornare al calcio, ha il dovere di ripagare i tifosi laziali che hanno fatto tanto per lui”. Ma io non volevo che tornasse».