Tutti contro quei ricconi degli inglesi: torna la Champions

È una vergogna come sia diventato caro essere ricchi

Quino

 

    EUROGOL

Tutti contro quei ricconi degli inglesi: torna la Champions

 

Undici squadre su trentadue non c’erano, un anno fa. È una in più rispetto a quando partimmo nel 2021. Bentornato al Maccabi Haifa dopo tredici stagioni, al Copenhagen dopo sei, dopo sei anche alla città di Glasgow, che per esagerare ha portato ai gironi entrambe le squadre. Non succedeva dal 2007. Nel frattempo, i Rangers si sono fatti un viaggio fino all’inferno della serie D. Così, questa Champions finisce per schierare tutte insieme le sole tre squadre europee capaci di arrampicarsi nell’élite partendo da una categoria inferiore alla Seconda. Le altre sono il Lipsia dalla Germania, nel 2011 in serie D e nel 2013 in C; il Napoli in Italia, ripartito nel 2004 dalla serie C con il fallimento. 

È un merito che cade nel trentennale della nuova formula e dell’inizio del Neo-Calcio, la rivoluzione nel sistema di finanziamento di questo sport, con lo slittamento dell’accento dalle file dei botteghini agli spettatori televisivi e ai bacini d’utenza del marketing globale. In questo contesto, un anno fuori dalla Champions è una condanna che raramente si sconta prima di altri tre, per la contrazione delle entrate, la necessità di vendere giocatori, il rafforzamento contemporaneo delle avversarie.

 

    Sono venticinque anni, invece, che il torneo ha aperto le porte a più formazioni per ciascun Paese. Le reduci di quel primo esperimento sono nove: Borussia Dortmund, Juventus, Barcellona, Real Madrid, Porto, Bayern, PSG, Sporting, Bayer Leverkusen. Siamo progressivamente arrivati alla dilatazione delle presenze dei Paesi egemoni e all’esclusione camuffata da turni di qualificazione per i campioni dei Minions. Alla nuova Coppa dei campioni, e al suo bancomat, non hanno mai partecipato i campioni di 21 nazioni su 55. Altri quattro si sono visti una volta sola in trent’anni. In questo 2022 si parte con il Portogallo che torna a tre club dopo cinque stagioni e la Germania con cinque squadre per la prima volta, grazie all’Eintracht detentore dell’Europa League, al debutto in Champions e al ritorno in Coppa dei Campioni dopo la finale del 1960. 

Rispetto al famoso 1992, le vere ascese sono quelle di PSG e Manchester City, con i loro capitali di Stato illimitati, belli, impossibili, dal sapor mediorientale. Ma nessuna delle due ha ancora vinto la Coppa. Con un gioco di parole che richiama Il Paziente inglese, nelle sue 19 pagine dedicate al via del torneo L’Équipe le chiama le impazienti francinglesi, mettendole in cima alla scala delle favorite con cinque stelline. Seguono con quattro: Real Madrid, Bayern e Liverpool. Chelsea e Barcellona ne hanno tre. La Juventus segue a due con l’Atlético Madrid e il Tottenham, le due milanesi una stellina con il Borussia Dortmund. 

In un pezzo per the Athletic, Sam Lee si occupa di quella che è diventata un’ossessione per il Manchester City, ricordando le parole di Guardiola: «Nello sport, le sconfitte sono superiori alle vittorie. Ma lo sport ti offre sempre un’altra opportunità». Eccola, allora. Scrive Lee: Il Manchester City è il favorito per la Champions League di questa stagione. E allora? Cosa c’è di nuovo? Lo è da anni

Nonostante tutto, qualche grande assenza c’è sempre. Tra le 20 migliori del ranking UEFA, non ce l’hanno  fatta il Manchester United [ottavo], la Roma [12esima], il Villarreal [14esimo]. A guardare invece l’altra classifica rilevante di questa nuova era, quella dei fatturati secondo la Money League di Deloitte, sono fuori ancora lo United [quinto più ricco d’Europa], l’Arsenal [11esimo], il Leicester [15esimo], il West Ham [16esimo], il Wolverhampton [17esimo], l’Everton [18esimo], lo Zenit [20esimo]. A parte i russi, fuori per la guerra, sono tutte squadre inglesi. Solo perché non possono venire tutte. La Premier sta alla Champions come i Trials USA stanno alle Olimpiadi. E soprattutto: dopo vent’anni non c’è Ronaldo

 

Come stanno gestendo la loro ricchezza

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    Hanno soldi da bruciare, dice Rory Smith delle squadre inglesi sul New York Times. L’ultima finestra di mercato ha solo rinsaldato questa convinzione negli analisti delle finanze del pallone. Due miliardi e 300 milioni di sterline se ne sono andati così. Puff. Per il nuovo primato di spese, battuto di 600 milioni. Il Chelsea si è spinto a un importo mai toccato da nessun club in precedenza. Il neopromosso Nottingham Forest ha comprato un numero di giocatori mai visto. Nove squadre hanno tirato fuori 100 milioni. Le inglesi complessivamente hanno speso tre volte tanto gli altri Paesi. Il New York Times lo chiama un festival del consumo selvaggio e sfrenato.

Le squadre inglesi, inondate di denaro – scrive Rory Smith – hanno battuto record di giocatori e prezzi, quest’estate, dimostrando ancora una volta che operano su un piano diverso da quello delle loro avversarie.

Ma se tutto questo in giro pare motivo di vanto e il segno di una supremazia, all’editorialista del New York Times, firma del calcio internazionale da Manchester, fa tutt’altro effetto. 

Ha visto i dirigenti del West Ham United spremere 58 milioni [per lui di dollari] tra le mani del Lione per avere Lucas Paqueta. Ha visto gli sceicchi del Newcastle offrirne 72 alla Real Sociedad per Alexander Isak. Ha sentito Manchester e Chelsea spingersi a cifre eccezionali per Fofana o Antony – e la cosa non gli torna. Perché di eccezionale, scrive, non c’è nulla.

Questo è ciò che la Premier League fa ogni anno, ogni estate, e nella maggior parte degli inverni. I suoi club calano in Europa, con i soldi delle tv che gli fanno i buchi nelle tasche, e procedono a ripulire un intero continente. Lo sommergono, lo affogano con le loro ricchezze e tornano a casa, armati di qualche regista brasiliano in più e di un attaccante svedese, per rifare tutto daccapo in pochi mesi. L’importo speso viene annunciato come un trionfo da una varietà di spettatori non del tutto neutrali, per esempio gli studi contabili per i quali la rude salute del calcio inglese è un elemento centrale dei loro affari; oppure le emittenti che in fondo hanno finanziato il giro. La somma totale viene utilizzata come misura sostitutiva del potere, un indicatore di quanto è cresciuto il calcio inglese, quanto sia grande e forte, per estensione quanto debbano essere deboli e piccoli tutti gli altri. Eppure, mentre questo la dice lunga sul potere finanziario che la Premier League esercita sulla concorrenza, l’immagine che viene fuori non è tanto di forza, quanto di una confusa disperazione, di club consumati dalla paura e così pieni di ricchezza da essersi spogliati di ogni pensiero

Ci sono esempi virtuosi e club giudiziosi, dice Smith. Cita l’esempio del Crystal Palace, oppure l’ultima campagna mirata del Manchester City. Ma per la maggior parte, conclude, c’è quella che chiama sfrenatezza nella spesa, uno sconsiderato zelo mercantile”, delle acquisizioni fini a sé stesse, un grossolano edonismo in un momento in cui il paese che ospita la Premier League è in preda a una impennata dei prezzi dell’energia e all’inflazione dilagante, interrogandosi se sarà in grado di superare l’inverno. I club della Premier non sono solo abituati a questo, ma sono in contrasto con questo. È quasi come se avessero interiorizzato l’idea che la spesa è una misura della forza, una virtù in sé e per sé. Il Chelsea aveva davvero bisogno di Marc Cucurella? Lucas Paqueta è così migliore di chi che c’era già al West Ham? Il Manchester United non aveva speso molti soldi per un’ala la scorsa estate?

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