Las Vegas è la Versailles della democrazia di massa
Tom Wolfe
Un vuoto storico nello sport americano è stato cancellato domenica notte, con la vittoria del titolo WNBA da parte delle Aces, in gara-4 di finale contro le Connecticut Sun. Mai una squadra di Las Vegas era diventata campione di qualcosa.
Questa è la città che portò via a New York la supremazia nella boxe. Al posto del Madison Square Garden e dello Yankee Stadium, a oltre duemila miglia di distanza nel deserto del Nevada, i grandi alberghi allestirono ring e match Mondiali, convocarono campioni, distribuirono corone. Impresari come Cliff Perlman del Caesars Palace mostrarono come si potevano portare Sonny Liston e Floyd Patterson tra i casinò, come il pugilato poteva far parte degli spettacoli di grande dimensione che la città offriva ai peccatori in visita, come gli eventi più grandi – scrisse Hank Greenspun su Las Vegas Sun – potevano essere accalappiati, dopo i test sulla bomba atomica avviati dal governo. I soldi spesi rientravano grazie alle slot-machine, i tavoli da poker, le roulette, il keno e “attraverso altri innumerevoli e diabolici giochi inventati dagli ideatori di questo enorme baraccone” [Sergio Rotondo, Corriere della sera, 3 febbraio 1980].
Una volta si spaccò il ring sotto i piedi di Foreman, un’altra montarono un’arena da 24.000 posti all’aperto, nel parcheggio del Caesars, lavori finiti in trenta giorni, con quasi 1 milione di dollari di spesa. Davanti a davanti a 24.740 spettatori, Muhammad Ali si batté con Larry Holmes per l’ultimo mondiale e dopo, quando fu finito, demolirono tubi, spalti e spogliatoi, rifacendo tutto daccapo a ogni grande match.
Questa è la città dove Boom Boom Mancini mandò all’altro mondo il povero Duk Koo Kim colpendolo trentanove volte in faccia nel tredicesimo round. Quattro mesi dopo il match, la madre di Kim si uccise bevendo un flacone di diserbante, poche settimane dopo si ammazzò con un colpo alla tempia Richard Green, l’arbitro del match, col rimorso di non aver saputo fermare la carneficina.
Questa è la città dove incassarono 6 miliardi di dollari dell’Ottantatré per Hagler vs Durán, dove accolsero Mike Tyson che mangiava l’orecchio a Evander Holyfield come un ultimo regalo del cielo, dove hanno messo in piedi Mayweather-Pacquiao, il business dei matrimoni e la caccia coi fucili alle donne.
“I fucili hanno il cannocchiale di precisione, i carri armati sono veri e i cacciatori hanno la faccia da cittadini fessi, crudeli nella loro stupidità da ragazzi che uccidono lucertole, così tanto per fare. Solo che al posto degli animali ci sono le donne. Nude. Le Bambi. A loro è vietato proteggersi, possono solo portare scarpe ai piedi, per il resto devono scappare. Sono prede, devono fare le prede. Diavolo, che gioco nuovo. Le ragazze devono correre per il parco, fare nemmeno tanta finta di avere paura, non hanno scampo. Saranno sparate dal loro cacciatore. Con dei proiettili che lasciano colore. Allora le ragazze dovranno agonizzare, imbrattate di vernice, con il sedere e le cosce pieno di bubboni rossi. Perché comunque i proiettili lasciano il segno e dolore. Le regole sono opposte a quella della boxe: sul ring non si può colpire sotto, qui non si può colpire sopra. Ma naturalmente c’è chi sbaglia e mira ai seni. Vuoi mettere? Pago e sparo dove mi pare” – di emanuela audisio, Repubblica, 16 luglio 2003
Per molti anni Las Vegas è stata la perdizione. Non era degna di avere in città una franchigia, non offriva sufficienti garanzie sul fatto che le sue stelle sarebbero state estranee al giro delle scommesse e del gioco d’azzardo. Non c’era una sola lega professionistica disposta a correre il rischio di portare lo sport nel luogo del peccato, di accostare alle corti di un canestro o di un touchdown quel nome così familiare – Dio mio – a truffatori e puttane.
Spiegava Francesco Caligari su Rivista Undici tempo fa: “Non era una città abbastanza grande (ora è la 30esima degli Stati Uniti, più grossa di altre 12 che invece di franchigie ne hanno da tempo), i suoi abitanti hanno una sorta di fuso orario proprio, lavorando specialmente di sera e nel weekend e, soprattutto, in Nevada sono legali le scommesse sportive. Per decenni l’America è rimasta scottata dal “Black Sox scandal” – l’accusa a otto giocatori dei Chicago White Sox (poi bannati a vita) di aver perso apposta, in cambio di soldi, le World Series di baseball del 1919 contro i Cincinnati Reds – e ha evitato come la peste Las Vegas”.
Quando quattro anni fa la Corte Suprema revocò il divieto federale di scommesse sportive – il Professional and Amateur Sports Protection Act – tolse di fatto al Nevada il monopolio che deteneva grazie a un’esenzione dalla legge, lo rese uguale a tutti gli altri Stati anche sul resto. Adesso, giocate pure.
Hanno giocato, hanno vinto. Proprio con le donne. Dopo i pallini dei fucili.
| Kris Rhim ha raccontato per il NY Times gli ultimi istanti di siccità prima della festa. “Con un campionato in palio, con alcune delle più grandi star della WNBA in squadra, le Las Vegas Ace si sono appoggiate a Riquna Williams, che era andata in doppia cifra solo due volte in questi play-off. Lei ha portato l’indice alle labbra per mettere a tacere i tifosi sbarbatelli delle Connecticut Sun mentre metteva dentro un pallone dietro l’altro nel quarto quarto. L’ultimo dei suoi 17 punti è arrivato con un tiro appena dietro la linea da tre, sopra le braccia tese di Natisha Hiedeman. La guardia Kelsey Plum ha alzato le mani e Williams è corsa per il campo con le braccia aperte, mentre i tifosi delusi iniziavano a sfollare. È stata nominata difensore dell’anno per la seconda volta di fila”.
L’attesa di LasVegas è stata l’attesa delle Ace, con il miglior record di stagione regolare in due delle ultime tre stagioni, con il secondo miglior cammino nell’anno in cui non sono arrivate prime. Sono state travolte dalle Seattle Storm in finale nel 2020, si stavano facendo la fama di squadra brava da vincere nella stagione regolare, ma priva della personalità giusta per far suo il torneo.
Venti punti sono venuti da Chelsea Grey [78-71 il punteggio finale], nominata MVP delle finali, con una media di 18,3 punti nella serie. Kelsey Plum ne ha aggiunti 16, Jackie Young 13 e Wilson 11, con i suoi 14 rimbalzi.
Il proprietario è Mark Davis. Possiede anche i Las Vegas Raiders in NFL. Domenica non era con la squadra di football. Era in Connecticut per sollevare il trofeo e vederlo alle giocatrici, alla fine – scrive il New York Times – di “una partita fisica, giocata in un modo del tutto appropriato a una domenica della NFL. Bonner ha preso inavvertitamente una gomitata allo stomaco da Gray alla fine del primo quarto ed è rimasta a terra per alcuni minuti, prima di essere portata in panchina”.
◍ SPECCHI Una coppia speciale ► Michael Rosenberg per Sports Illustrated racconta la storia dell’incontro fra A’ja Wilson e Becky Hammon, due donne che “si sono trovate nel momento giusto. Una si è sempre sentita dire che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. All’altra veniva detto che non poteva. Ora con Las Vegas, entrambe hanno il loro primo titolo WNBA. La scorsa primavera, prima che Hammon tenesse il suo primo allenamento con le Aces, Wilson le fece visita a San Antonio. A parte che nel giorno in cui era stato ritirato il numero di maglia di Hammon, non si erano mai incontrate. Sono andate insieme in palestra e a cena. Wilson dice solo per creare un’atmosfera, Hammon perché le piace conoscere le sue giocatrici, così sa come allenarle e come ottenere il meglio da loro.
Per guidare le Ace, Becky ha lasciato la posizione di assistente allenatore con Gregg Popovich ai San Antonio Spurs, dopo aver molto lottato per abbattere le barriere e averla. Un assegno con sette cifre l’ha strappata alla NBA e l’ha portata nel torneo femminile. Nella ricostruzione di Sports Illustrated, Hammon quel giorno promise a Wilson che avrebbe accantonato i metodi dell’ex allenatore Bill Laimbeer e avrebbe introdotto moderne esercitazioni sul ritmo e sullo spazio. Le disse pure che si aspettava di vederla giocare al centro della difesa per la prima volta nella sua carriera, in modo che le Ace potessero allargare il campo in attacco. “Avrebbe potuto anche dire a Wilson – continua Sports Illustrated – che avrebbe dovuto indossare le scarpe sulle mani e Wilson l’avrebbe fatto”.
Scrive la rivista americana che le Ace avrebbero potuto vincere già l’estate scorsa, se solo Wilson si fosse fidata completamente di Laimbeer, che le consegnava le chiavi della squadra. “Ma quando nella palestra di San Antonio, Becky Hammon ha visto Wilson tirare, ha deciso che lo avrebbe fatto anche da tre, per la prima volta nella sua carriera”.
Hammon è stata sei volte una dei playmaker della All-Star Game, ma ha accumulato parecchie delusioni come giocatrice. Il suo nome, scrive Sports Illustrated, era diventato sinonimo di soffitto di vetro del basket professionistico: ogni volta che partecipava a un colloquio di lavori per head coach nella NBA, non aveva mai il lavoro. “È stata intelligente a non considerare la panchina delle Ave come un ripiego, come un Piano B”.
Il New York Times sottolinea come prima della partita, si facessero riflessioni sulla composizione delle due squadre giunte in finale. Le Aces sono guidate da Hammon e da due donne nere come dirigenti, la direttrice generale Natalie Williams e Nikki Fargas, presidente delle operazioni commerciali. Le Sun sono di proprietà della Mohegan Tribe, hanno una presidente donna in Jen Rizzotti e sono allenati da Curt Miller, un uomo dichiaratamente gay.
Hammon ha dichiarato che la diversità nel front office del suo team lo ha reso più forte.
«Puoi fare un disegno molto più bello, se hai una scatola piena di pastelli, anziché una semplice matita».
Quando le Ace hanno vinto, le immagini sono arrivate anche sul maxi schermo dello stadio dei Raiders, durante la partita di NFL contro l’Arizona. Stasera la squadra sfila lungo la Strip.
Brava Las Vegas, vai a prenderti il perdono.