Vita da coach di tennis, sul filo del burnout

Comincia domani a New York il quarto e ultimo torneo dello Slam di tennis, l’ultimo nella carriera di Serena Williams e ancora senza Novak Djokovic, tenuto fuori dagli USA senza un certificato di vaccinazione. Sarà il primo con le nuove regole, che da luglio permettono agli allenatori di dare indicazioni a chi è in campo dai propri box, in tribuna. 

 

 ▻ ERA qui che doveva succedere. Dove è nato Pat Riley, coach dell’anno in NBA per tre volte e nove in una partita delle stelle, il primo nordamericano di qualunque sport ad aver vinto un campionato come giocatore, come assistente e come boss della panchina. Qui dove sono nati Rick Pitino e Doug Moe, dove sono nati Lou Carnesecca e Red Auerbach, l’allenatore dei nove titoli consecutivi con i Boston Celtics, otto consecutivi. Quando lasciò il ruolo a Bill Russell, come general manager ne avrebbe vinti altri sette. Brooklyn è stata la culla di Larry Brown, unico allenatore ad aver portato otto squadre diverse ai play-off in NBA, più l’anello a Detroit dopo aver vinto il campionato universitario a Kansas. 

Era qui che doveva succedere, questo è il posto giusto dove ascoltare la voce di un allenatore. Il coaching non è più un reato nel tennis dal primo lunedì dopo la finale di Wimbledon. Cinquanta giorni più tardi, entra pure nelle cronache dei tornei dello Slam. 

 

Nella sua fase di test, il circuito ATP si è diviso. È la fine di un’ipocrisia per alcuni, una regola stupida per altri. Quentin Moynet ne ha scritto qualche giorno fa per L’Équipe, raccontando di come a Montreal, l’altra settimana, sotto di un set e di un break, Hubert Hurkacz sembrasse del tutto impotente contro Casper Ruud, in semifinale. 

Al cambio di campo è passato davanti al suo allenatore, il barbuto Craig Boynton, che gli ha fatto scivolare qualche parola dalla prima fila degli spalti.

Le parole pare che siano state: «Sappiamo cosa sta succedendo. Devi solo combattere. Devi combattere. Sai cosa sta succedendo, combatti. Supera i tuoi limiti». 

Ecco. Hurkacz è andato in campo e ha ribaltato la partita, vincendo 6-2 al terzo. Detto così, pare il lavoro per uno sciamano. Ma senza quelle parole, probabilmente Hurkacz non avrebbe trovato la lucidità per azzerare i cattivi pensieri e ripartire. 

Il coaching è in prova fino al termine della stagione. Consente agli allenatori di dare istruzioni se il giocatore è dalla stessa parte, oppure bisogna fare a gesti. Come con il tressette. 

 

  Marc Barbier, allenatore di Hugo Gaston, ha detto: «È una buona cosa, rimuove l’ipocrisia che regnava nel tennis» e la pensa allo stesso modo Patrick Mouratoglou, citando «una pratica che esiste da decenni, praticamente in tutte le partite». Quando l’ATP ha dato il via libera alla sperimentazione, il guru con accademia a Nizza ha addirittura confessato di aver dato indicazioni proibite a Serena Williams nella famosa finale contro Naomi Osaka. «Tutti gli allenatori riuscivano, in un modo o nell’altro, a essere in contatto con chi è in campo – assicura – si trattava solo di giocare una partita al gatto e al topo con gli arbitri, che a volte erano loro stessi un po’ seccati nel sanzionare gli allenatori». 

Il fatto è che il coaching non sempre può avere l’effetto previsto. Bisogna scegliere le parole giuste al momento giusto. 

«È una buona cosa, ma per noi non cambia nulla – dice per esempio Gilles Cervara, che si prende cura del numero 1 del mondo Daniil Medvedev – non sono mai stato contrario, ma nelle partite non vedo come possa aiutare, a differenza di altri sport dove la tattica è molto importante. Nel tennis c’è sempre un giocatore che tiene la racchetta in mano e che alla fine prende le sue decisioni». 

 

Nick Kyrgios è uno dei contrari. «Stiamo perdendo una delle specificità del nostro sport. Il giocatore deve trovare le soluzioni da solo, questo è il bello del tennis» ha detto sin dal primo momento, sottolineando che ci sono pure giocatori in circuito, i 200 al mondo, che magari vanno in giro per il mondo da soli e il coaching non se lo possono permettere. 

«È una regola stupida – secondo l’americano Taylor Fritz – perchè il tennis è uno sport individuale, non dovremmo snaturarlo. È uno sport tanto fisico quanto mentale. Trovo ridicolo che uno possa permettersi di essere mentalmente assente». 

Piace invece, e piace molto, a Stefanos Tsitsipas, uno che spesso è stato sanzionato a causa dei ripetuti suggerimenti del padre Apostolos. A gennaio, agli Australian Open, hanno messo un secondo arbitro sotto il suo box per controllarlo. 

 

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UN MESTIERE DA BURNOUT

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Sempre L’Équipe aveva l’altro giorno un pezzo sul prezzo da pagare, facendo questo mestiere. Il burnout è familiare a molti coach nel circuito del tennis. Ne ha parlato Darren Cahill, che adesso sta all’angolo di Jannik Sinner, ma a marzo mentalmente esausto, al punto da interrompere la sua collaborazione con Amanda Anisimova. 

Molti allenatori – scriveva il giornale francese – soffrono di una quotidianità instabile e squilibrata che può portare alla depressione. Troppi viaggi, troppi allenamenti, troppi dubbi. Poi il buco nero. Quando tennis, la passione della tua vita, diventa un peso sotto il quale si finisce per annegare

Darren Cahill ha spiegato: «Mi dicevo che ero solo un po’ stanco, esposto, fragile, che sarebbe bastato un calcio nel sedere per farmi ricominciare. Avevo torto». 

Due anni di quarantene, ogni volta che tornava a casa, avevano lasciato il segno. Dopo un allenamento a Indian Wells nel quale si sentiva un fantasma, ha annunciato alla giocatrice americana Amanda Anisimova che era finita, basta, se ne tornava a casa.

«Avevo problemi di ritmo cardiaco, prendevo pillole. In Australia ogni giorno mi dicevo: – Che diavolo ci faccio qui? Mia moglie ha lasciato il lavoro per seguirmi negli ultimi dieci mesi perché le ho detto che ce l’avrei fatta da solo». 

Non è il solo a esserci passato. Thomas Drouet, allenatore della rumena Jaqueline Cristian, ha raccontato che «ci sono stati momenti in cui sono crollato e ho pianto. Ho dovuto chiamare lo psicologo della WTA»

Cédric Raynaud è andato vicino a una situazione simile tre anni fa, durante la sua ultima stagione al box di Ugo Humbert. È una quotidianità fatta di «precarietà assoluta» come dice il belga Philippe Dehaes, allenatore freelance, con Elise Mertens a Cincinnati e a New York. «Una vita squilibrata» secondo Marc Barbier, il coach di Hugo Gaston. «Un lavoro usurante» il parere di Lionel Zimbler, che allena Benjamin Bonzi. 

«È un ottimo lavoro se si accettano i sacrifici – corregge Petar Popovic, che segue Andrea Petkovic – per me è positivo al 99% e negativo all’1%, so in che guaio mi sono cacciato. Quasi un sacerdozio». Come dice Drouet: «Quando la tua giocatrice vince, i pochi secondi successivi sono una droga. Tutto il resto del tempo è fatto di dubbi»

Un giorno c’è lei che ti dice «Mi hai salvato la vita», tre settimane dopo ha cambiato idea: «Non voglio più vederti». Gli è successo con Monica Puig, la portoricana oro a Rio. 

 

Alcuni di loro si sono costruiti una rete di sicurezza per i momenti in cui gli viene dato il benservito. Dehaes ha tre scuole di tennis in Belgio, Popovic è proprietario di diversi appartamenti e dice che ormai potrebbe vivere molto bene semplicemente con gli affitti. «Così non ho più paura di essere licenziato da una giocatrice e dico tutto faccia a faccia. A volte pensi che siano figlie tue, ma lo sono solo quando giocano bene. Altrimenti diventano delle estranee. I veri figli sono a casa. Un giorno apri gli occhi e ti accorgi che non li hai seguiti a scuola. In più sei divorziato». 

Gli stipendi sono buoni, le donne pagano di meno e ce ne sono pure, di meno. Nella top-100 femminile solo cinque in carica, secondo la WTA: Conchita Martinez con Garbiñe Muguruza, Eugenia Maniokova con Katerina Siniakova, Silvia Soler Espinosa con Sara Sorribes Tormo, Arantxa Parra Santonja con Jil Teichmann e Jelena Jakovleva con sua figlia, Jelena Ostapenko. Nelle ultime settimane Karolina Muchova e Madison Brengle sono state accompagnate da Barbora Stefkova e Arina Rodionova. 

 

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I coach volontari sui campi popolari di Brooklyn

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Il posto si chiama Lincoln Terrace Park. Undici campi da tennis assai modesti, senza spogliatoi, nessun tetto per continuare a giocare casomai piovesse, illuminazione a chiazze che rende impossibile giocare dopo il tramonto. C’è il rumore costante dei treni della metropolitana che corrono nei paraggi, al confine tra Crown Heights e Brownsville, dove New York sopporta i tassi di criminalità più alti. Nel 2020 un uomo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco proprio all’ingresso di uno di questi campi. Sono il punto di ritrovo del quartiere per giocatori in gran parte d’origine caraibica. Funge da centro culturale e sociale. Il New York Times ha dedicato un servizio a questo angolo di città e alla comunità che lo frequenta. 

Corey Kilgannon racconta dell’inconfondibile sapore dell’India occidentale e di come molte sere la musica soca si mescola all’odore del pollo Jerk e del pelau, un piatto di Trinidad. Un uomo più anziano in abiti rasta si prende regolarmente un posto in disparte, vendendo noccioline e bevande fredde. Compaiono bottiglie di vino e Guinness. È così da prima dell’apertura del centro nazionale della federazione, l’ultima minaccia potrebbe essere la gentrificazione di Crown Heights. Alcuni clienti abituali temono che la fine delle tradizioni conquistate a fatica da questa comunità del tennis

 

È una storia che ha le sue radici negli anni ’60. I raduni al campo attirano 150 bambini e quasi 100 adulti. La quota annuale d’accesso è di 50 dollari per i piccoli e 60 per gli adulti. Include l’uso di racchette in prestito. Ci sono generazioni di famiglie che hanno giocato qui, dice Marva Brown, 41 anni, i cui tre figli fanno i coach volontari. Così, il tennis resta accessibile a un pezzo di società ispirato dall’ascesa delle sorelle Williams. 

Giocano tutto l’anno – scrive il Nyt – anche sgombrando la neve in inverno. Quando il dipartimento dei parchi ha rimosso le reti da tennis in tutta la città, durante il blocco per il coronavirus nella primavera del 2020 – i clienti abituali di questi campi hanno acquistato le reti per continuare a giocare, a volte era solo un pezzo di corda. Li ha aiutati a superare la pandemia, che ha colpito duramente questa parte di Brooklyn. Sono morti più di una dozzina di giocatori di lunga data qui.

A New York l’affitto di un campo da tennis può arrivare a costare fino a 100 dollari l’ora. Esistono 587 campi pubblici in 91 parchi cittadini come alternativa economica. Funziona così, a Central Park o a Fort Greene: ti svegli la mattina presto, dai il tuo nome e fai la fila per giocare un’ora. Solo che certe volte la fila dura di più, molto di più, e l’abbonamento costa 100 dollari l’anno, oppure 15 per un giorno solo. 

Al Lincoln Terrace, invece, non c’è quasi mai da aspettare così tanto e nessun foglio di iscrizione. Ci si organizza da soli. Un modo per giocare tutti si trova sempre. 

 

panorami

Sì, ma chi gioca?

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Non c’è Djokovic, rimasto fuori dai confini USA senza un certificato di vaccinazione. Non c’è Zverev, ancora in riabilitazione. Il favorito tra gli uomini è Daniil Medvedev, escluso da Wimbledon in quanto russo. È la testa di serie numero 1. Con l’eccezione di Andy Murray nei tre Slam iniziali del 2017, era da Melbourne 2004 che in cima al tabellone di uno Slam non andava uno dei Fantastici Tre: era Roddick.

Ma fra due settimane potremmo avere un numero 1 diverso. Fino a cinque tennisti possono lasciare gli Stati Uniti con il primato, compreso l’assente Zverev. È tutto un gioco di punti da scartare rispetto a un anno fa. Tra i coinvolti ci sono due spagnoli, Nadal e Alcaraz, e il greco Tsitsipas, che agli ottavi potrebbe incrociare Matteo Berrettini. Musetti e Sinner sono in zona Alcaraz. 

 

Il torneo femminile vivrà i suoi primi giorni intorno alle partite di Serena, o forse sarà soltanto una. A un passo dalla fine – scrive il New York Times – Serena ha ulteriormente moltiplicato il suo potere di attrazione. Il pubblico vuole vederla un’ultima volta prima del suo ritiro

Lei lo sa e si è iscritta pure al torneo di doppio. Colpo di scena: con sua sorella Venus. Le cose o si fanno bene o non si fanno. I biglietti per la sua prima partita di singolare contro Danka Kovinic, nella sessione per noi italiani in notturna, sono quasi finiti. Il più economico tra quelli ancora in vendita [ieri] costa 496 dollari. Al mercato secondario – che è il nome glamour dei bagarini – un posto arriva a costare 98 mila euro.

 

rewind

Ehi, c’è Pete Sampras che parla di vent’anni fa

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Vent’anni fa, l’8 settembre del 2002, Pete Sampras vinse a New York l’ultimo Slam prima del ritiro. Dà pochissime interviste, si vede poco in giro sui campi, oda viaggiare. La ricorrenza lo ha spinto fuori dal suo guscio e ha dato una lunga intervista a Florent Oumehdi per L’Équipe Magazine di questa settimana. 

Sampras fu il primo a battere il record di Slam dell’australiano Roy Emerson, portandolo da 12 a 14, prima dell’arrivo di Federer, poi Nadal e Djokovic. Detiene tuttora il record per il numero di anni consecutivi chiusi al primo posto [6]. 

 

  Cosa è successo a Flushing Meadows in quelle due settimane?

Dalla mia rottura con Paul Annacone, avevo provato con diversi allenatori a trovare una seconda parte di carriera felice, ma non funzionava. Avevo toccato il fondo a Wimbledon, sul campo numero 2. Il mio livello di gioco, il record al servizio del mio avversario – lo svizzero George Bastl che era allora 145esimo al mondo – la sconfitta al secondo turno.. la prima volta che mi sono sentito male dopo una partita. Ho deciso di tornare con Paul. È riuscito a calmarmi. Siamo tornati alle origini. Ho ricominciato a giocare bene, sentivo che stavo guadagnando slancio. Ho sempre avuto una grande fiducia in me stesso. Anche se non ho vinto tutte le partite che volevo, sapevo di poterlo fare. La fiducia continuava a crescere, mentre salivo in classifica. Il clic è scattato battendo Andy Roddick nei quarti di finale con un ottimo tennis. Ho poi avuto un grande giorno di riposo per affrontare l’ultimo week-end abbastanza fresco. In finale c’era Andre Agassi. Mi ha sempre costretto a tirare fuori il meglio di me stesso. I primi due set e mezzo non avrei potuto giocarli meglio, poi sono calato e ho perso il terzo. Ma sono riuscito a strappare il quarto. Non ero più il favorito, ma sentivo di essere ancora uno dei migliori al mondo.

Da Wimbledon ero tornato super depresso. Paul si è preso il tempo di ascoltarmi e ha accettato di accompagnarmi agli US Open. Stavamo cercando di trovare stabilità, piacere, serenità, soprattutto dare un senso alla mia carriera. Tutto quello che mi diceva, neanche tanto, accendeva delle cose in me. Mi ha ricordato chi ero, cosa avevo ottenuto.

Quando ero esausto, facevo lunghe conversazioni con mia moglie. Non è stato facile per noi, soprattutto quando alcuni media hanno iniziato a incolparla per l’inizio dei miei problemi. Quando ho toccato il fondo a Wimbledon, era incinta, anche lei stava attraversando un brutto periodo. Abbiamo imparato molte cose insieme da questo periodo.

  È stata la migliore partita della tua carriera?

La finale di Wimbledon del 1999 rimarrà il mio miglior match (vittoria 6-3 6-4 7-5 contro Agassi). L’erba si adattava meglio al mio gioco e sul cemento Andre era una grande sfida. Ricordo anche la mia vittoria a Wimbledon nel 2000 contro Pat Rafter davanti ai miei genitori e la Coppa Davis vinta contro la Russia nel 1995. Ogni vittoria ha un suo gusto. Ricordo i miei primi successi negli anni ’90 quando avevo ancora vent’anni. Ma è vero che questo ultimo Slam ne aveva uno speciale, visti i mesi e addirittura gli anni precedenti. Anche avere mia moglie incinta del nostro primo figlio al mio fianco è stato speciale. Invece la gente aveva continuato a parlarmi del ritiro. Io sentivo che se avessi giocato il mio miglior tennis, se tutto avesse funzionato bene, avrei potuto essere comunque il miglior giocatore del mondo. Avevo un altro Grande Slam in canna. Lo sapevo. Dovevo solo crederci e farlo. Appena un tennista invecchia, si infortuna o ottiene meno risultati, gli viene posta questa domanda. È un passo logico, per voi giornalisti. Cosa sta succedendo? Perché non giochi bene? Non è ora di ritirarti?. Mi sono chiesto quale potesse essere il prossimo traguardo. Nel 2003 mi sono ritirato dagli Australian Open, poi dal Roland-Garros. Non volevo più allenarmi così tanto. Ho iniziato la preparazione per Wimbledon. Ma emotivamente non ne potevo più, ero arrivato. Mi sono ritirato dal torneo. L’ho visto in televisione e ho capito che non avevo rimpianti, nessuna voglia di esserci. In quel momento ho capito che era arrivata l’ora. Non avrei giocato solo per giocare, per dire addio o per soldi. Io volevo giocare per vincere. Sono sempre stato un tipo riservato, più una specie di Borg e Edberg, non McEnroe o Connors. L’unica verità che contava per me era quella del campo. Il mio atteggiamento rifletteva la mia personalità e la mia idea di sport. Non credo che si debba cambiare la personalità per fare più soldi. Tutto nel mio atteggiamento era coerente con i valori che mi erano stati insegnati. Oggi i giocatori sono molto più estroversi. “Zitto e gioca” era il mio mantra.

  Gli anni ’90 hanno segnato il vero inizio dell’arrivo del denaro, del business e del tennis show. Non è stato difficile da gestire per un introverso che aveva avuto successo molto presto sul circuito?

Vincere gli US Open a 19 anni non è stato facile. Sono cresciuto in un’epoca in cui la salute mentale non faceva notizia. Ne parliamo solo da dieci anni. Nel 1990, non ero pronto a gestire tutto da solo. Avrei voluto essere accompagnato. Parlare con dei professionisti. Avrebbero potuto spiegarmi le mie emozioni, avremmo potuto parlarne insieme e andare in fondo alle cose. Ho dovuto adattarmi a molti cambiamenti in poco tempo, cose pesanti per un ragazzo di 19 anni. I rapporti con gli altri, i soldi, le aspettative. Negli anni ’90 non era di moda condividere i propri sentimenti. Bisognava stare zitti e andare avanti, domani era sempre un altro giorno. Siamo giunti ora a questa libertà di parola, all’espressione dei propri sentimenti. Con questo nuovo parametro da gestire che sono i social network. Nell’era del re telefono, di Internet e dei commenti, puoi uscire in fretta dalla tua bolla. Se giocassi oggi, getterei il telefono in mare. È utile se ti perdi nella pampa, ma ti rende vulnerabile e accessibile. Tante cose possono distrarti. No, davvero, non c’è bisogno di quel coso. Ho ricevuto il mio primo telefono a 29 anni. I ragazzi di oggi lo scoprono a 10. Anche questo influisce sulla salute mentale.

  Le hai due figli di 17 e 19 anni, Ryan e Christian, nati nell’era digitale, come va con loro?

Hanno gli smartphone e sono più bravi di me. Non frequentano troppo i social media, che possono davvero influenzare il modo in cui ti comporti e vedi il mondo. Cosa è buono, cosa è cattivo. Ciò che è bello, ciò che è brutto. Ma, a 17 e 19 anni, fa parte della loro vita quotidiana. Devi solo imparare a non passare troppo tempo lì. È un oggetto ambivalente. Cercare di essere il miglior giocatore del mondo è già molto difficile, se aggiungi il telefono e quello che viene detto su di te nei network, diventa troppo.

  Cosa ne pensa dei 22 Slam di Rafael Nadal e dei suoi 14 Roland-Garros?

Negli Stati Uniti, usiamo il termine anomalia, un’aberrazione. Qualcosa che non puoi spiegare. Non vedremo mai più questo tipo di record. Impegno, tecnica, mentalità. Tutto quello che fa sulla terra è eccezionale. Roger e io abbiamo avuto periodi di dominio sull’erba, ma vincere lo stesso Grande Slam per 14 volte è incredibile. Mentalmente è il migliore che abbia mai visto. Lotta su ogni punto come se fosse l’ultimo. È quello che darei come esempio a un giovane per l’impegno mentale. Penso che sia sempre meglio per uno sport se due o tre giocatori dominano la disciplina, come ora. Nei miei primi anni c’era Boris Becker. E poi André. La nostra rivalità è andata oltre il gioco, perché eravamo diversi dentro e fuori dal campo. Negli ultimi due decenni, il tennis ha avuto tre grandi rivalità, Rafa, Roger, Novak. È la cosa migliore che sia successa a questo sport.

  Non se la caverà: chi è secondo lei il migliore di tutti i tempi?

È una domanda impossibile. Novak ha ottenuto risultati incredibili negli ultimi dieci anni. Ha buone statistiche contro la maggior parte dei giocatori. È anche quello che è rimasto il numero 1 al mondo più a lungo. Ha vinto ovunque. Ha tutti i numeri dalla sua, tranne quello degli Grande Slam. No, davvero, è troppo difficile per me rispondere. È come chiedermi di scegliere tra una Ferrari e una Lamborghini. Alla fine della mia carriera, non pensavo che il mio record sarebbe caduto così presto, e poi per tre volte… Ma è successo. Ripensandoci, non c’è da sorprendersi. Questi tre giocatori sono stati costanti per tutta la loro carriera, molto più lunga della mia. Ai miei tempi si smetteva intorno ai 30 anni. Io ero al mio limite a 31. Finire al numero 1 del mondo per sei anni consecutivi mi ha prosciugato molte energie. I giocatori attuali sono più consapevoli dell’alimentazione, fisicamente più preparati. Sono dei “freak”, dei mostri di questo sport. Non so come riescano emotivamente a trovare la motivazione per stare in campo. Non sono sicuro che vedremo mai più una cosa del genere. Ho giocato diverse volte contro Roger. Questo ci ha permesso di tenerci in contatto. Con Novak, ho cenato qualche volta, parliamo. Visto che mi sta chiedendo di scegliere, direi Roger, che ha una personalità e un gioco vicini ai miei.

  Nessun rimpianto?

Ammetto che la semifinale persa al Roland-Garros nel 1996 contro Kafelnikov è stata dura da digerire, perché sognavo di vincere un titolo francese. Mi sarebbe piaciuto essere più aperto e provare cose diverse. Era l’era delle racchette Babolat con Carlos Moya, dei telai più grandi di Gustavo Kuerten. La mia era molto simile a una racchetta di legno, avevo pochissimo margine di errore. Alcune persone me lo dicevano, non le ho ascoltate, mi sono fermato a ciò che conoscevo. È il mio piccolo rimpianto. Ora mi tengo in forma. Vado in palestra ogni mattina, circa due ore. Mi ha aiutato a superare la pandemia e il blocco. Gioco anche a golf a Palm Desert, a un’ora e mezza da Los Angeles. Cerco di condurre una vita sana e felice. Esco. faccio passeggiate sulla spiaggia. Esercizi. Cerco di godermi la vita». 

intervista di florent oumehdi, L’Équipe Magazine

 

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