Lo stadio Olimpico per Paolo Rossi

Lo stadio Olimpico per Paolo Rossi

 

     Repubblica ritorna sulle polemiche nate a Roma intorno all’ipotesi di intitolare lo stadio Olimpico a Paolo Rossi. Dopo averne scritto sulla pagina della cronaca cittadina, ieri Enrico Sisti ha firmato un intervento nel quale ha sostenuto la posizione di un amministratore locale, contrario alla proposta. Stamattina Emanuela Audisio ne ha parlato con Federica Cappelletti, moglie dell’ex centravanti della Nazionale. Cosa c’entra Paolo Rossi, l’eroe del mondiale ’82, con Roma è la domanda? Dimenticandosi – scrive Audisio – che lo stadio è di proprietà dello Stato (esattamente di Sport e Salute) e che Roma, capitale, è la città dove la Nazionale italiana di calcio ha giocato più partite (63).

  ➣  Si contesta: decisione presa dall’alto. Si urla alla colonizzazione. «L’Olimpico non è né della Roma né della Lazio, che tra l’altro da tempo vogliono trasferirsi in impianti di loro proprietà. Non c’è nessuna imposizione. L’idea dell’intitolazione è nata in base alla consapevolezza che lo stadio è dello Stato, quindi dell’Italia, ed è quello dove la Nazionale ha giocato di più. Altrimenti nessuno si sarebbe sognato di avallare quest’idea che è venuta per ricordare un giocatore che ha saputo dare emozioni a tutti, senza distinzioni locali. Mi sembra che nell’82 anche i cittadini di Roma abbiano gioito per i successi dell’Italia trascinata da Rossi, che non era nato in città e che non giocava per una delle sue squadre. Pieno rispetto per i club e le tifoserie, alle quali chiedo però lo stesso trattamento per la memoria di Paolo».

  ➣  Altra critica: l’Olimpico non è solo del calcio. «Vero. Infatti la dicitura Olimpico resterebbe. Diventerebbe Olimpico Paolo Rossi. Dal nome di un giocatore famoso che ha molto vinto e che ha rappresentato l’Italia in tutto il mondo. È un omaggio che non cancella il passato e non fa ombra al futuro. Credo che all’estero sia diverso, morti e vivi vengono ricordati per quello che hanno significato nello sport. Prevale il sentimento collettivo, la memoria condivisa, il fatto che uno abbia saputo rappresentare tutti. Da noi tutto finisce per avere un’altra sponda, per irritare e ferire gli animi, sono circolate parole pesanti, spero invece si riesca a trovare un accordo, un’unità. Nessuno di noi della famiglia un giorno si è svegliato e ha detto vogliamo l’Olimpico, questo deve essere chiaro. Però a leggere certe cose ci si resta male, soprattutto perché Paolo era persona discreta, che non amava disturbare, né considerarsi importante. Se c’è la voglia di dargli una carezza e di mostrargli affetto grazie a tutti, altrimenti finisce qui».

 

Contemporaneamente, la signora Elisa Ricci ha scritto una lettera sul tema alla rubrica delle lettere a cura di Francesco Merlo, e la risposta è stata: Vedrà che prevarrà il buonsenso e l’Olimpico resterà l’Olimpico. Non c’è infatti solo la bizzarria del tifo di Stato. C’è anche la violenza alla memoria di Paolo Rossi, un campione che, amato da tutti gli italiani, verrebbe esposto non voglio dire all’odio dei tifosi romanisti e laziali ma certamente all’irrisione di tutti i romani. Enrico Sisti lo ha spiegato benissimo: “l’Olimpico non è uno stadio al di sopra degli schieramenti”. E non vuole certo dire che l’Olimpico è uno stadio “contro” l’Italia, ma che viene prima dell’Italia, della Patria, è lo stadio dell’appartenenza organica, etnica, tribale, la stadio della squadra (Roma o Lazio), della Piccola Patria che il grande visionario (e reazionario) tedesco Ernst Jünger battezzò Mutterland, la terra della madre, della Matria (parola che il facile femminismo dovrebbe usare con cautela) contrapposta alla Vaterland, la terra del padre. Vedrà, cara tifosa, che Gabriele Gravina, eletto all’unanimità, saprà ora guadagnarsi tutti quei voti che ha avuto

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