Sessant’anni di Repesa. Perché i maestri dello sport slavo stanno bene in Italia

  Esiste un Manuale Repesa di interpretazione del basket. «Cerco il più possibile canestri facili — difesa compatta e transizione rapida — per non dipendere troppo dalle percentuali del tiro da tre. Sogno giocatori con fondamentali completi». Esiste un Manuale Repesa di interpretazione del mondo. «Sono una persona fortunata che gode dell’amore della sua famiglia e di una buona salute, due beni meravigliosi che non si possono comprare. Tutto il resto posso chiederlo ai soldi. Perciò non mi lamento». Esiste un Manuale Repesa di interpretazione dell’Italia. «Sono più italiano io di tanti italiani. Ho sempre detto che è un Paese su misura per me, in cui io e mia moglie ci sentiamo benissimo. Conosco bene la mentalità delle persone, conosco bene il campionato, mi piace il loro modo di vivere e la loro cultura. Nessuno sa accontentarsi quanto gli italiani». 

Esiste insomma uno Jasmin Repesa del tutto coerente con quel filo che unisce una certa maniera slava di vivere lo sport alla capacità italiana di accoglierla. Oggi che compie sessant’anni e si prepara a una nuova avventura nella porzione di Bologna dove ha già vinto uno scudetto, Repesa manifesta nella sua storia tratti comuni alle vicende felici di Vujadin Boskov nel calcio, di Ratko Rudic nella pallanuoto, dello stesso Bojan Tanjevic nel basket.

 

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7 maggio 2020 

 

C’era qualcosa di assai simbolico l’estate scorsa nella sua traversata in motoscafo dalla Croazia per venire a firmare a Pesaro, dopo un anno passato senza sedersi in panchina. Si era ritirato a Dubrovnik, la città che con sua moglie Maca hanno scelto da tempo come base, perché è lì che si sono incontrati quando erano ancora studenti in Commercio Estero. «Dubrovnik e io siamo un legame naturale. Ho studiato là, ho giocato là e sono stato allenatore là per poco tempo. È una città in cui sono sempre stato felice di tornare e ormai la considero decisamente la mia città, da cui parto e a cui ritorno. Ai miei tempi – ha detto in una intervista al croato Tportal – era normale studiare e fare sport. Oggi capita che molti ragazzi talentuosi si arrendano a scuola. Alcuni non si rendono conto che solo pochi possono vivere bene di basket anche dopo la fine della carriera. In Europa, questo è generalmente un problema. Da tempo avremmo dovuto adottare il modello degli americani, in cui i voti e l’istruzione vengono prima di tutto. Perché questo metodo non abbia mai preso vita in Europa, proprio non lo so».

Repesa è un intellettuale prestato alla panchina. Racconta appena può che dalla generazione dei giovani del Košarkaški Klub Zagabria solo tre vivono di basket: Dario Šarić, Mario Hezonja e Dominik Mavra. Tutto è studio, tutto è applicazione.

Il giornalista e scrittore Gigi Riva – che sa di pallacanestro e di mondo – al telefono dice che «esiste da sempre nei popoli della ex Jugoslavia uno sguardo strabico, un occhio alla Germania e uno all’Italia. Non è un caso che la moneta bosniaca si chiami marco, né che il giornale della Serbia irredentista sotto il giogo asburgico si chiamasse Piemont. I tedeschi sono un modello di organizzazione sociale, noi siamo i fratelli che sono diventati ricchi. I croati dell’entroterra sono più filo-tedeschi, quelli di costa filo-italiani. Siamo la terra delle opportunità, soprattutto per gli sportivi, il paese di un benessere maturato mentre loro negli anni del socialismo non riuscivano a fare gli stessi passi da gigante, quando esisteva una legge che impediva di andare a giocare all’estero prima di aver compiuto 28 anni. Così passavano il tempo aspettando la fatidica età per emigrare, per avere uno sbocco di guadagno, consapevoli di una superiorità, non sempre nei risultati, di certo nella cultura sportiva. Le loro palestre scolastiche sono costruite in modo da essere impianti omologabili. La laurea di 4 anni al Polisportivo consente di insegnare educazione fisica già alle elementari. Quando hanno preso coscienza che potevano essere maestri di qualcosa, depositari di una cultura sportiva più avanzata, hanno individuato nell’Italia il pezzo di occidente che avrebbero voluto essere dal punto di vista economico. È come se dicessero: pagateci gli studi che abbiamo fatto in questi anni e che qui da non ci vengono riconosciuti. Un atteggiamento di scaltrezza, ma dell’Italia sono sinceramente innamorati, si identificano, hanno in comune con noi un certo genio e una certa cialtronaggine».

 

  Boskov appartiene al ramo guascone della famiglia, Rudic a quello del rigore. Sasha Djordjevic si situa nel mezzo, quando si descrive – come fece con il Venerdì un anno fa – un ragazzo allegro. «Se c’era da ridere, ero là. Credo nella leggerezza e nelle relazioni. Provo a migliorare insieme a chi lavora con me. Credo che dipenda da Belgrado, le mie origini, la mia appartenenza a un popolo che sa come ogni cosa sia il prodotto di un’altra. Dopo la A, viene la B, poi viene la C. La storia dei Balcani è stata figlia di una conseguenza, un passo alla volta potremmo risalire fino agli Ottomani. Perciò siamo il popolo più adatto a giocare a pallacanestro. La storia ci ha allenato a difendere. A difendere la nostra terra. Non siamo mai stati noi a occupare o invadere. Spesso siamo stati in minoranza ma avevamo noi stessi. La nostra appartenenza. Nel basket con l’attacco vinci una partita, con la difesa vinci i titoli. Perciò servono squadre di uomini veri, che sappiano creare un sentimento di amicizia per battere il nemico più forte. È una filosofia. Una maniera di stare al mondo. Io sono una persona disposta allo scherzo. Come Bologna. È nel nostro stile di vita alzarci al mattino e decidere chi prendere per i fondelli. Che cos’è il basket se non questo? Uno scherzo. Un piccolo imbroglio continuo. Guardi con gli occhi a destra e passi la palla a sinistra. L’arbitro è voltato e tu prendi posizione con uno sgambetto nascosto, una spinta. Il basket è sapersi adattare alla vita, in ogni piccolo secondo».

Arrivò tra i primi per vincere Boris Stankovic a Cantù, era il 1968, poi il ciclo di Aza Nikolic a Varese dal 1970. Di lui ha scritto Walter Fuochi su Repubblica (14 marzo 2000): Non ci fu mai, nei pensieri di Nikolic, una partita davvero buona. Né ci fu mai, all’indomani d’un trionfo, un giorno senza allenamenti. La vera festa era offrirsi altro lavoro. Nikolic era considerato un padre professionale da tutti i tecnici dell’ex Jugoslavia che, negli ultimi anni, sono emigrati a dettar legge e a guadagnare dollari in Europa. Era stato lui a piegare a discipline tattiche un gioco prima soprattutto talentuoso. Insegnò la difesa: e oggi non c’è squadra che possa vincere confidando nel solo attacco. E poi ancora Skansi a Treviso prima di Obradovic, oppure Tanjevic con lo scudetto a Milano dopo aver preparato il terreno per vederne fiorire uno a Caserta. 

«Dico spesso ai miei giocatori – parole ancora di Repesa a Tportal – che la cosa peggiore in un uomo è non avere alternative nella vita. Una cosa comune tra i giocatori che si ritirano presto, provano a fare gli allenatori senza aver finito il liceo e succede che devono sempre cedere di fronte a un proprietario o a un dirigente. Il mio primo impiego a Zagabria era tale che non abbiamo ricevuto uno stipendio praticamente per tutta la stagione. Ma avevo un’alternativa, e anche una moglie aveva un ottimo lavoro retribuito. Quando sono arrivato a Zagabria, tutto è stato influenzato dalla crisi per la guerra ma il mio amore per il lavoro di allenatore era troppo grande per arrendermi».

 

  Se esiste uno stile Repesa è perché prima c’è stato Boško Božić, l’uomo che Jasmin considera il suo maestro, morto tre anni fa dopo una malattia. «Era un uomo speciale – ha detto a Tportal – che frequentava tutti i gradini della scala sociale. Poteva pranzare con il sindaco o il presidente dello Stato, poteva parlare con loro tanto quanto parlava con la donna delle pulizie o la governante. Era una persona aperta, senza pregiudizi, senza tirarsela. Quello che ha aiutato tutti noi che siamo cresciuti con lui come allenatori è il fatto che ci ha dato autonomia e libertà. Sono stato fortunato perché quando è iniziata la guerra, lui era piuttosto impegnato con il club e io ho lavorato con la prima squadra, imparando cose per confrontarmi con un livello superiore».

Dalla Turchia invece Repesa andò via dopo il terremoto dell’agosto 1999. «Io e mia moglie prendemmo una decisione difficile perché ci rendemmo conto che non aveva senso vivere in quel modo quando gli edifici crollavano intorno a noi ogni giorno. Ho avuto molte offerte per tornare in Turchia dopo, ma devo ammettere che quel periodo ha lasciato un segno su di me e sulla mia famiglia, una sensazione di insicurezza e disagio». 

L’Italia è la seconda casa dopo Dubrovnik. «Allenare a Bologna è un privilegio, non tutti hanno la mentalità per sopravvivere a una pressione che non c’è in nessun’altra parte del mondo. Roma è la città più bella del mondo per vivere: clima, cultura, cibo. Treviso è la più ordinata in Europa. Società organizzata, professionisti di primo livello. Per un allenatore facile lavorare. Peccato che i Benetton abbiano chiuso. Dopo New York, Milano è una delle città che offre di più al mondo. Moderna, veloce, fatichi a starle dietro. E se non sei bravo oggi, domani arriva un altro e prende il tuo posto. Ora cammino lungo il mare: Pesaro è la più bella del mondo», diceva giusto un anno fa. A sessanta – adesso – si può ricominciare tutto daccapo.

 

fonti Le dichiarazioni di Repesa sono tratte da interviste rilasciate a Tportal in Croazia, a Werther Pedrazzi per il Corriere della sera (2015), ad Andrea Tosi (2016) e Paolo Bartezzaghi (2020) per la Gazzetta dello sport.

 

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