Il lockdown è arrivato a Tokyo

Il lockdown è arrivato a Tokyo

 

  Tokyo ha annunciato uno stato di emergenza breve ma deciso tre mesi prima dell’inizio dei Giochi Olimpici. Il governo ha ordinato la chiusura di ristoranti, bar e sale karaoke che servono alcolici, dal 25 aprile all’11 maggio i grandi eventi sportivi si terranno senza spettatori, mentre il paese cerca di tenere sotto controllo una quarta ondata di coronavirus. «Dobbiamo assolutamente limitare il movimento delle persone, e dobbiamo farlo con decisione» ha detto il ministro dell’economia Yasutoshi Nishimura, chiedendo alle persone di restare a casa. Ci sono stati circa 550.000 casi e 9.761 decessi in Giappone dall’inizio della pandemia, un numero significativamente inferiore a quello osservato in altre grandi economie. Ma l’ultimo aumento dei contagi ha alimentato l’allarme con un’ondata esplosiva di varianti e una grave carenza di personale medico e letti ospedalieri in alcune aree, mentre la campagna di vaccinazione rimane lenta. Il Giappone ha iniziato a distribuire le dosi di Pfizer a 126 milioni di persone solo a febbraio e meno dell’uno per cento è completamente vaccinato al momento, mentre si prevede che meno della metà della popolazione lo sarà quando le Olimpiadi dovrebbero iniziare il 23 luglio. L’ultimo stato di emergenza – un terzo round per il Giappone – coprirà quasi un quarto della popolazione. La squadra di tuffi australiana si è ritirata da un test event a maggio, giovedì si è assistito al primo caso di covid nella staffetta della torcia olimpica. – di tom cary. The Telegraph

 

  O la va o la spacca. In giapponese si dice ichi ka, bachi ka, «uno o otto», e si riferisce ad un gioco popolare con i dadi, il chinchirorin. Con otto si vince, con uno si perde. I giapponesi non sono superstiziosi, o almeno non lo danno troppo a vedere, ma amano molto le scommesse. Qui si scommette su tutto, legalmente o illegalmente, dai cavalli ai coleotteri, dai motoscafi alle biciclette. Anche il governo giapponese ha fatto – oramai da tempo – il suo azzardo. Organizzare le Olimpiadi che non si dovevano organizzare. Era il 2013, Shinzo Abe, ultimo rampollo di una dinastia politica passata indenne dalle rovine – e nefandezze – della guerra, è di nuovo primo ministro. Vuole assolutamente passare dal lato giusto della storia (suo nonno, Nobosuke Kishi si era distinto su quello sbagliato) e si pone una serie di obbiettivi: riforma costituzionale, ripresa economica, trattato di pace con la Russia (che ancora occupa alcune isole settentrionali, le Curili Meridionali, che il Giappone rivendica senza molto successo dalla fine della guerra). Quando si rende conto che sono tutti irraggiungibili, punta tutto sulle Olimpiadi.

 Con l’aiuto di qualche bustarella – la magistratura francese accerta «esborsi impropri» prima e dopo l’assegnazione, costringendo il primo presidente del comitato olimpico locale, Tsunekazu Takeda, alle dimissioni – la macchina delle Olimpiadi si mette in moto. 

 Sarà anche vero che l’importante è partecipare (e in questo caso l’espressione vale ancora di più perché comunque vadano le cose saranno Olimpiadi diverse) ma è anche vero che chi con enormi sacrifici insegue il sogno di una medaglia, sia essa la prima o l’ultima della sua carriera, avrebbe il diritto di correre, nuotare, lottare davanti ad un pubblico vero, caldo, appassionato (e magari vaccinato) e non solo davanti alle telecamere e a poche decine di spettatori cui – pare – sarà persino impedito incitare gli atleti. Ma non basta. Le Olimpiadi sono da sempre un momento di gioia, di affermazione e celebrazione di valori sani e condivisi. Tant’è che sono state annullate in passato solo a causa della guerra e non senza averci pensato su a lungo. Ma anche oggi siamo in guerra. Forse ci sarebbe voluto, ci vorrebbe un po’ più di rispetto. Anche a costo di perdere una scommessa. di pio d’emilia, Avvenire

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