il calcio italiano
C’è un refuso: il Rinus in panchina era un altro
I simpatici mi stanno antipatici
Francesco De Gregori
▻ È una storia antica quanto le relazioni tra i protagonisti e la critica, tra una squadra che gioca e chi ne parla. I calciatori più svegli imparano presto come funziona. Essere stati campioni, aver giocato in squadre di prestigio, non ne parliamo se sono milanesi o torinesi, concede un fascio di luce e di credito sul resto della carriera, se per caso poi fai l’allenatore. Ci si conosce, ci si frequenta, ci si incontra allo stesso ristorante. Lo ammise Beppe Bergomi in una intervista al Venerdì cinque anni fa, quando raccontò che nei salotti tv ci sono allenatori meno conviviali ai quali non vengono risparmiate critiche o domande insidiose nel dopo-partita, faceva l’esempio di Rafa Benítez, e implicitamente sottolineava che ne esistono altri con i quali si esercita il celebre buon occhio. Ci sono molti giudizi in giro tra gente che si dà del tu.
Marco Tardelli su la Stampa si unisce stamattina al mucchio di chi con buon occhio giudica la stagione di Rino Gattuso, allenatore del Napoli dalla rosa più ampia di sempre, ma fuori dalle prime 4 posizioni, uscito dall’Europa League contro l’ottava in classifica di Spagna. Nel non rinnovargli il contratto, il Napoli “sta sbagliando qualcosa” e Tardelli si domanda “se tutto questo dipende da un prepotente ed incontrollabile ego”. Quello di De Laurentiis. Che è oggettivamente enorme, gigantesco, così smisurato da occupare la scena e indurre a qualche disattenzione.
Dal 2010 a oggi, gli anni nei quali è stato sette volte fra le prime tre, il Napoli ha avuto cinque allenatori: Mazzarri, Benítez, Sarri, Ancelotti e Gattuso. Tardelli la chiama “una sfilza interminabile”. Se vogliamo distenderci lungo tutto l’arco della proprietà De Laurentiis, il conteggio arriva a otto: vanno aggiunti Ventura, Reja e Donadoni. Otto in tutto dal 2004. L’Inter di Moratti-Thohir-Suning, una mezza sfilza di proprietari, ne ha avuti tredici. Il Milan di Berlusconi-Yonghong Li-Scaroni, una mezza sfilza di presidenti, ne ha avuti undici. Il Torino di Cairo ne ha avuti tredici. Non tutti questi club con gli stessi risultati del decennio di vertice del Napoli, che volge al termine. Ora. Con Gattuso. Un allenatore, per dirla con Mario Sconcerti, editorialista del Corriere della sera, che “ha carattere, è onesto, non credo diventerà un fuoriclasse, la tempra è quella di chi va in battaglia, ma sa fare egregiamente il suo lavoro”. Uno bravo come molti, insomma. Era un altro – era Michels che si chiamava Rinus.
Per il bravo Gattuso volge al termine naturale il suo contratto. I contratti scadono e a volte non vengono rinnovati. Nemmeno ai bravi. Nemmeno se hai vinto la Coppa Italia. Succede. Chi opera una scelta, si fa carico delle conseguenze.
Paolo Condò su Repubblica stamattina ci ricorda per esempio che a Madrid “Zidane è sopravvissuto in autunno ad almeno tre partite vinci o muori”.
Zidane.
Volevano mandarlo via.
Non con una Coppa Italia. Con tre Champions vinte e una in corso.
“Ogni volta che Zinedine Zidane ottiene un bel risultato – scrive Condò – cosa che negli ultimi anni è avvenuta spesso, saltano su in molti a dire che i suoi meriti non vengono riconosciuti a sufficienza. È abbastanza vero, e l’antica ruvidezza della persona ha un ruolo in questa dinamica”. Clint Eastwood direbbe che quando un carattere ruvido con la pistola incontra un giudizio col fucile, quello con il carattere ruvido è un uomo morto.
Con la bonomia di Gattuso non c’è però di mezzo il solito esonero del solito mangia-allenatori. Con Sarri sì, Sarri certo che è stato esonerato. Dalla Juventus. Non dopo un quinto posto ma dopo aver vinto uno scudetto. La Juventus di Agnelli dal 2004, di allenatori, ne ha avuti dieci. Dieci sono più di otto. Una sfilza interminabile più altri due. Questa storia ci dice allora due cose: che la misura dell’ego altrui – anche quando è palese e sfacciato, sgradevole, perfino quando è sgradito – ha una unità di misura complessa da rintracciare. A De Laurentiis, più che il numero di allenatori, Slalom contesta un’altalena di visioni: domestica (Mazzarri), internazionale (Benítez-Ancelotti), di nuovo domestica (Gattuso). Non è la separazione da Gattuso a dirci del suo ego, ma quelle da Benítez e Ancelotti. Da chi gli aveva garantito il salto in un’altra dimensione. Uno portando a Napoli Reina, Albiol, Callejón, Higuaín, Mertens, Koulibaly, uscendo dal girone di Champions con 12 punti e arrivando in semifinale di Europa League. L’altro battendo due volte il Liverpool, pareggiando due volte con il PSG.
La seconda cosa che ci ricorda questa storia è che Sarri, come Benítez, non ha mai giocato in serie A, nemmeno a Torino o a Milano, come invece Gattuso e Pirlo.