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Le ombre che ci sono nelle età dell’oro dello sport
▻ Come sono malmesse le ante di questi armadi nei quali stanno rinchiusi molti scheletri. Passano un po’ d’anni ma alla fine non tengono mai per davvero fino in fondo. Quelli della Germania dell’Est si spalancarono al primo fiato severo, una decina d’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, quando ci furono anche le prove e le confessioni – non più solo i sospetti – del fatto che un Paese da 17 milioni di abitanti aveva vinto in modo sporco molte delle sue 437 medaglie in cinque Olimpiadi, tra il 1968 e il 1998, 153 delle quali d’oro, una media di 4 su 10 con donne trasformate chimicamente dal doping di Stato.
Sembravano i perfetti Cattivi dall’altra parte della Storia. Non erano i soli.
La Russia è senza inno né bandiera per le prossime due Olimpiadi, avendo messo in piedi un sistema di alterazione dei risultati per spadroneggiare nello sport, soprattutto in vista dei suoi Giochi di casa, Sochi 2014, chiusi al primo posto nel medagliere con 11 ori.
Adesso tocca alla Gran Bretagna e alla Spagna aprire gli occhi e mettere in discussione la propria età dell’oro olimpica, con l’onestà e il coraggio dei Paesi che a un certo punto decidono di farlo.
Il Mail on Sunday di ieri ha rivelato che l’agenzia antidoping nazionale britannica (UKAD) è sotto inchiesta dell’agenzia mondiale (WADA) per aver nascosto la presenza di nandrolone nelle urine di uno dei ciclisti d’élite e per aver autorizzato la federazione britannica a tenere dei controlli privati fuori dai laboratori ufficiali. Era il 2011. L’anno prima dei magici Giochi di Londra chiusi al terzo posto con 65 medaglie, 29 delle quali d’oro.
Il Daily Mail stamattina ironizza sul fatto che UKAD abbia replicato alle accuse con una dichiarazione in tutto di 40 parole. Lo scandalo arriva nello stesso mese in cui il dottor Richard Freeman, ex medico a capo del ciclismo britannico e del Team Sky, è stato ritenuto colpevole dell’ordine di trenta bustine di gel al testosterone per alterare le prestazioni di un ciclista non ancora identificato. Gli è stata tolta l’abilitazione alla professione. Freeman è coinvolto anche nel caso del nandrolone, come Dave Brailsford, tuttavia non indagato né mai ascoltato dal tribunale medico, tuttora a capo del team diventato Ineos.
Perciò è abbastanza inquietante la concomitanza che il Giro di Catalogna si sia chiuso ieri con un Ineos primo, un Ineos secondo e un Ineos terzo. Un podio finale monopolio di tre compagni di squadra: Adam Yates, Richie Porte e Geraint Thomas. “Una tirannia non usuale” ha commentato il giornale catalano Sport, in una corsa giunta a Barcellona a una media di 41,3 km orari, “una velocità vertiginosa – si legge – più tipica in un circuito, meno su un percorso con andamento montuoso, due arrivi a 2 mila metri, la rampa al Montjuïc l’ultimo giorno”.
Ineos è andata a correre in Catalogna con sette degli otto che parteciperanno al Tour de France, “sette ciclisti, cinque dei quali residenti ad Andorra e due a Montecarlo – continua il catalano Sport – capaci di scalare Port Ainé a quasi 30 km orari. È già un miracolo non farsi staccare dal gruppo quando è tirato dalla squadra britannica”.
A cosa non spingi i cuori degli uomini, o esecrabile fame dell’oro
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Il Mail scrive stamattina che l’UKAD non ha conservato traccia dei risultati delle sue analisi private. La WADA sta esaminando la questione uscita dal canone dei comportamenti e delle norme. Ian Herbert scrive che siamo “oltre ogni immaginazione. Questa storia dovrebbe essere fonte di rabbia per ogni atleta britannico che ha partecipato alle Olimpiadi di Londra 2012. Perché se Graham Arthur è stato così malleabile e disponibile verso un test irregolare al nandrolone del ciclismo, come facciamo a sapere che non abbia fatto lo stesso con altri sport?”.
Arthur è stato sospeso dall’UKAD nel 2016. Un’indagine aveva rivelato la sua reticenza nell’informare che uno dei medici, Mark Bonar, aveva fornito prestazioni a base di farmaci illeciti agli sportivi professionisti. “La credibilità dell’UKAD – scrive il Daily Mail – è ridotta a pezzi. Il meglio che possiamo augurarci è che l’indagine della WADA sia rapida e approfondita. Ma qualunque cosa accada dopo, l’UKAD ha offuscato la memoria del 2012. Non saremo mai più in grado di vedere quell’estate d’oro allo stesso modo”.
Martyn Ziegler per il Times ha parlato della faccenda con Nigel Huddleston, il ministro dello sport nel governo di Boris Johnson che nel precedente ruolo di membro della commissione parlamentare Cultura, Digitale, Media e Sport, aveva preso parte ai lavori e alle inchieste sugli scandali. Senza indugi né tesi, né complotti, Huddleston dice che esiste un’ombra sui successi, parla di stagione straordinaria e oscura per lo sport britannico, ma aggiunge che «abbiamo imparato la lezione. Non fingerei più nel considerare quella parte della nostra storia sportiva come motivo d’orgoglio, ma probabilmente saremo molto orgogliosi di tutte quelle medaglie che otterremo in futuro. Vincere a tutti i costi non è una filosofia britannica, non è il concetto britannico di sportività». Casomai parla di «giusto equilibrio per consentire ai nostri atleti d’élite di essere i migliori in assoluto, ma non a tutti i costi. Abbiamo avuto problemi e dobbiamo imparare da questi errori. Esiste un dovere di diligenza e responsabilità».
E poi c’è la Spagna, dove è tornata a farsi sentire la voce di Eufemiano Fuentes, il medico della Operación Puerto. In una intervista con Jordi Évole a La Sexta, è partito dalla sua relazione con Fermín Cacho, oro nei 1.500 metri ai Giochi di casa del 1992, per riaprire uno scenario colmo d’angoscia. Erano quindici gli atleti della spedizione olimpica spagnola a Barcellona da lui trattati. «Fermín Cacho è stato un corridore e atleta eccezionale, il meglio che la Spagna abbia avuto. Un asino non è un cavallo da corsa. Fermín Cacho non era un asino. Il fatto che a un certo punto io lo abbia guidato, aiutato, gli abbia prescritto o indicato qualsiasi trattamento per recuperare prima o migliorare le sue prestazioni, non significa che abbia vinto ciò che ha vinto grazie a quello».
Fuentes ha parlato di «atleti, ciclisti, calciatori, pugili». Sostiene di aver consigliato i medici della Real Sociedad nel 2002 e di aver avuto rapporti con il Real Madrid. Soprattutto Fuentes dice che se raccontasse tutto quello che sa, alcune medaglie dei Giochi di Barcellona ’92 cadrebbero. «Sì, cadrebbero, ecco perché non voglio dirlo. Alcuni dei medagliati hanno fatto ricorso a sostanze dopanti. Quasi 28 anni dopo non è dimostrabile, ma è plausibile».
Poi ha offerto la sua visione filosofica del doping e dello sport.
«Sono stato molto associato al doping ma non ho mai commesso quel crimine. Ho usato prodotti dopanti prima che venissero inseriti negli elenchi delle sostanze proibite. Ero in anticipo sui tempi».
Mundo Deportivo scrive che “questa confessione di Eufemiano è una conferma che le pratiche del doping stanno sempre avanti rispetto ai controlli ufficiali, uno dei motivi per cui il congelamento dei campioni per successive analisi è stato approvato anni fa e può produrre sanzioni anche anni dopo. Decine di atleti hanno perso le medaglie negli ultimi eventi olimpici dopo queste nuove analisi”.
Fuentes dice di non conoscere nessuno che non abbia barato. «Un Tour è stato vinto per otto secondi utilizzando un manubrio da triatleta, non era una trappola medica, ma tecnica. Nello sport, se vuoi migliorare, devi giocare in anticipo o cercare vantaggi che all’inizio potrebbero non essere riconosciuti come tali, e dunque non possono essere proibiti». Tra quei vantaggi Fuentes ci mette pure le trasfusioni di sangue, fatte – dice – «con criteri medici, quando necessario, non indiscriminatamente. La maggior parte degli atleti ne aveva bisogno».
Carlos Arribas su El País ha scritto che “la sua voce continua a tormentare lo sport spagnolo”. Parla di lui come del mostro di Loch Ness, uno che appare e scompare nella vita degli sportivi spagnoli ciclicamente, “e lascia sempre dietro di sé una scia di sospetti apparentemente insondabili. Adora interpretare il ruolo del re Mida al contrario, uno che sporca tutto ciò che tocca, tutto ciò di cui parla”.
Si è stabilito in Portogallo, dice El País e non ha più un centesimo dei soldi portati in Svizzera. Eufemiano Fuentes è un ginecologo. La magistratura ordinaria spagnola lo ha sempre assolto da ogni reato penale. Così El Confidencial può scrivere l’apparente paradosso in base al quale il più grande dopatore della storia spagnola non è un delinquente, ritracciando il solco che esiste tra due mondi e due verità, tra le vicende della giustizia sportiva che adegua norme e regole all’evoluzione degli sporcaccioni e quelle della giustizia ordinaria, che ha ordinamenti spesso vecchi di decenni, oppure a lungo – in quel passato – nemmeno una legge per perseguire i trafficanti di sangue e medaglie.